Libro: Qualcuno vuol darcela a bere. Acqua minerale, uno scandalo sommerso Fratelli Frilli Editori



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LIBRO:

Qualcuno vuol darcela a bere. Acqua minerale, uno scandalo sommerso» (Fratelli Frilli Editori, 2003) pubblica i documenti e le testimonianze raccolti in anni di inchieste giornalistiche.

Qualcuno vuol darcela a bere


Acqua minerale, uno scandalo sommerso
 
un libro di Giuseppe Altamore


Introduzione
 

Pura, leggera, povera di sodio, diuretica, digestiva... Oltre che dissetare, la fonte della vita sembra essere una sorta di panacea per tutti i mali che affliggono l’uomo contemporaneo. Purché si tratti di un prodotto imbottigliato, con una marca e uno slogan allettante quanto martellante. Se le qualità che vogliono “darci a bere” sono note, meno conosciute sono le eventuali controindicazioni che pure esistono. Qui però non vogliamo annoiarvi proponendo solo una sorta di guida agli acquisti, quanto rivelarvi ciò che di solito è quasi un segreto di stato: la composizione analitica dell’acqua minerale, con l’elenco delle concentrazioni di 19 sostanze tossiche che non devono esserci o se ci sono devono essere contenute entro limiti fissati dalle autorità sanitarie internazionali. Limiti che sono in gran parte ignorati dalla legge italiana, con grave pregiudizio per la salute di tutti i consumatori. Discutendo amabilmente di tutto ciò con un amico, mi è stato detto: “Ma nessuno è mai morto bevendo una bottiglia di minerale”. Certo, ma gli esperti di sicurezza alimentare sanno quanto pericolose siano le intossicazioni croniche a lunga scadenza di cui si occupano eminenti ricercatori di mezzo mondo, soprattutto a causa del crescente inquinamento ambientale che, inevitabilmente contamina le falde più profonde.


“L’acqua viene ingerita, come ogni altro alimento, direttamente o indirettamente, contribuendo così al rischio complessivo al quale si espongono i consumatori attraverso l’ingestione di sostanze, tra cui contaminanti chimici e microbiologici”. Un principio affermato dall’Unione europea (CE n. 2, Gazzetta ufficiale comunità europea del 7/1/2002) destinato a rivoluzionare tutto il settore dell’acqua. L’UE stabilisce così i princìpi e i requisiti generali della legislazione alimentare e istituisce l’Autorità europea degli alimenti che “tiene conto della salute e del benessere degli animali, della salute dei vegetali e dell’ambiente...”. Perfino l’acqua per usi agricoli rientra nel tema della sicurezza alimentare. Gli inquinanti chimici in concentrazioni elevate rischiano, infatti, di entrare nel complesso ciclo della catena biologica e attraverso piante e animali possono compromettere la salute dell’uomo.
L’attenzione dell’Unione europea, e di altri organismi internazionali come l’Organizzazione mondiale della sanità, per il tema della sicurezza dell’acqua a uso umano è via via aumentata nel corso degli anni, soprattutto alla luce delle ultime evidenze epidemiologiche. Tanto che il Comitato permanente della catena alimentare dell’UE ha varato, il 16 maggio 2003, una direttiva relativa alle acque minerali che rafforza, dal 1° gennaio 2004, la legislazione sui livelli massimi consentiti per alcune sostanze indesiderabili e sull’etichettatura. David Byrne, Commissario europeo per la sicurezza alimentare ha dichiarato: “La produzione di acqua minerale è stata già sottomessa a regole comunitarie molto severe per garantire la purezza di questo tipo di acqua che deve essere immune da ogni forma di contaminazione o di inquinamento. Tuttavia, talune sostanze, trasferite naturalmente alle acque minerali a seguito di una lunga filtrazione sotterranea, possono in certi casi rappresentare un rischio a lungo termine per la salute pubblica. È necessario quindi limitare la concentrazione massima ammissibile per le sostanze indesiderabili, conformemente ai dati scientifici europei e internazionali più recenti”.
Sono 16 le sostanze, tutte di origine naturale, che dovranno essere monitorate e limitate secondo quanto prescrive l’Oms e il Codex alimentarius (il codice internazionale delle norme sanitarie). L’arsenico, per esempio (a determinate concentrazioni), può determinare un possibile rischio di sviluppare un tumore. Ebbene, fino al 2001 le acque minerali italiane potevano, secondo la legge, contenere fino a 200 microgrammi/litro (µg/l) di arsenico, mentre l’acqua di rubinetto aveva un limite massimo di 50 µg/l. A seguito dell’apertura di una procedura d’infrazione dell’Unione europea, l’Italia, seppure parzialmente, è corsa ai ripari. Ma ha fissato a 50 µg/l il limite per l’arsenico quando l’Oms e il Codex alimentarius raccomandano da tempo una concentrazione massima di 10 µg/l, limite che è stato già recepito per l’acqua di rubinetto. Altri clamorosi casi riguardano il manganese e il bario. Addirittura per taluni metalli pesanti non sono previsti limiti. Allo stato attuale, il consumatore non è in grado di sapere che cosa effettivamente contiene una bottiglia di minerale, perché non è previsto l’obbligo di indicare la composizione analitica completa delle 19 sostanze più pericolose per la salute.
Sono troppe le lacune e le zone d’ombra di un prodotto di larghissimo consumo, praticamente un sostituto dell’acqua di rubinetto. Ci sono infatti regioni dove oltre il 90% della popolazione utilizza l’acqua minerale in sostituzione dell’acqua potabile.
In questo libro non vogliamo affermare che tutte le acque minerali costituiscono un rischio per la salute. Sicuramente esistono delle ottime acque minerali che possono vantare parametri eccellenti. Ma è probabile che altre non rispettino le severe norme sanitarie internazionali, pur rispettando alla lettera la permissiva legislazione italiana.
Ma come è potuto accadere che diversi governi, non importa se di destra o di sinistra, abbiano potuto agevolare i produttori di acque minerali? E perché un paio di coraggiosi progetti di legge per mettere ordine nel settore sono stati abortiti? Che cosa hanno rischiato i consumatori, soprattutto fino al 2001 bevendo acqua con una probabile concentrazione di arsenico fino a 200 µg/l? Cercherò di rispondere a questi interrogativi cominciando dalla coraggiosa denuncia di un chimico della sperduta provincia italiana che ha messo in difficoltà le multinazionali dell’acqua minerale.
Molte stranezze si spiegano in realtà con la storia della normativa del settore che risale a una vecchia legge del 1919. L’acqua minerale naturale è stata usata in passato prevalentemente come un prodotto con caratteristiche curative. In anni più recenti la minerale è stata utilizzata soprattutto come acqua da tavola, in sostituzione dell’acqua di rubinetto. I produttori affermano che le acque minerali possono avere proprietà favorevoli alla salute, ma questa ormai non è una peculiare caratteristica che le definisce, in quanto nell’articolo 1 del Decreto Lgs. 25 gennaio 1992 n. 105 (con le modifiche riportate dal D. Lgs. n. 339/99), è espressamente riportato “...caratteristiche igieniche particolari e, eventualmente, proprietà favorevoli alla salute”.
Ma allora quali sono le caratteristiche principali e distintive di un’acqua minerale?
La minerale si differenzia dall’acqua potabile per l’assenza di qualsiasi trattamento di disinfezione. Il prodotto imbottigliato dovrebbe quindi essere di qualità superiore a un’acqua potabile, soprattutto nelle caratteristiche più evidenti come sapore e odore.
Le acque minerali, pertanto, sono generalmente più gradevoli e garantiscono l’assenza di prodotti secondari della disinfezione: in questo senso si possono considerare più “pure” rispetto a ciò che sgorga dal rubinetto. Devono, inoltre, sottostare a limiti di accettabilità per alcune sostanze definite contaminanti o indesiderabili (articolo 6 Decreto 542/92 e successive modifiche) diversi dai corrispondenti limiti per le acque potabili. Queste differenze sono originate dal fatto che le acque minerali risentono di una normativa che le accomuna alle acque termali; in passato erano prevalentemente utilizzate a scopo curativo e ne era previsto un uso limitato nel tempo. Tanto che per la valutazione delle loro caratteristiche sono, fra l’altro, previsti esami farmacologici, clinici e valutazioni degli effetti sull’organismo umano (Articolo 2, punto d, Decreto Lgs. 105/92 e successive modifiche).
Oggi, però, quasi tutti beviamo la minerale in sostituzione dell’acqua di rubinetto che, nonostante alcuni problemi, di cui parliamo nel capitolo 8 (p.151), potrebbe essere più sicura (il limite per l’arsenico è solo un esempio). Siamo tra i più grandi bevitori di minerale al mondo e in pochi anni, la relativa spesa media annua per famiglia ha raggiunto i 260 euro... “Merito” della martellante pubblicità (quasi 700 miliardi di vecchie lire nel 2002).
Insomma, quello delle acque minerali è uno dei grandi business degli ultimi anni. Alla base c’è un prodotto, l’acqua, che è un bene demaniale, naturale. Imbottigliato, distribuito e pubblicizzato arriva a costare dalle 500 alle 1000 volte in più rispetto all’acqua di rubinetto che nessuno pubblicizza, tranne qualche rara eccezione.
Cercheremo di raccontare tutto su questo settore così pervasivo da poter condizionare le scelte del Parlamento e i mass media, anche se dal punto di vista giuridico è difficile una comparazione tra le caratteristiche chimico-fisiche delle acque minerali naturali e quelle dell’acqua potabile, in quanto l’evoluzione della disciplina di settore ha dato origine a due sistemi normativi indipendenti, che ha agevolato i produttori e messo in secondo piano gli interessi dei consumatori.





- Pagina sull'acqua

«Qualcuno vuol darcela a bere»

di Giuseppe Altamore, giugno 2003

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«E’ molto chiaro che fare affidamento sull’acqua in bottiglia, pensando che solo perché non viene dal rubinetto sia più pura e immune dall’inquinamento, non risolverà affatto i problemi di sicurezza e approvigionamento», afferma Gianfranco Bologna, portavoce del WWF Italia.



«Ma la migliore acqua da bere non si trova necessariamente in una bottiglia», chiarisce Bologna. «Se vogliamo bere acqua pura dobbiamo porre maggiori sforzi nel proteggere fiumi, laghi e falde idriche, e poi investire in modo che tale acqua arrivi in modo sicuro al consumatore attraverso i rubinetti».

Per queste ragioni, l’acqua minerale è stata inclusa tra gli otto mali che affliggono l’acqua in Italia nel controforum organizzato a Firenze negli stessi giorni del Terzo forum mondiale dell’acqua che si è tenuto a Kyoto nel marzo 2003.


Non solo, il consumo di acqua minerale è stato incluso fra i mali del «Pozzo di Antonio», il rapporto sullo stato dell'acqua in Italia, a cura di Riccardo Petrella, presidente del Comitato italiano del contratto dell'acqua, che delinea un quadro dello stato delle risorse idriche nel nostro paese e delle loro gestione. E dove starebbe il male? L'acqua minerale non è forse più pura e più sana e, dunque, migliore per la salute di quella potabile?
Si chiede Petrella?

 

«La prima ragione del 'male', sta per l'appunto nell'ingiustificata credenza che l'acqua minerale sia più pura e più sicura dell'acqua potabile. L'acqua minerale non è né per definizione né in pratica necessariamente più pura e più sana dell'acqua potabile, si legge nella relazione. Anzitutto l'acqua minerale non è considerata dal legislatore un'acqua potabile, ma come un'acqua terapeutica in ragione di certe caratteristiche fisico-chimiche che ne suggeriscono un uso per fini specifici. Per queste ragioni è consentito alle acque minerali di contenere sostanze come l'arsenico, il sodio, il cadmio in quantità superiori a quelle invece interdette per l'acqua potabile. Mentre non è permesso all'acqua potabile di avere più di 10µg/l (microgrammi per litro) di arsenico, è frequente che la maggior parte delle acque minerali siano contenute 40/50µg/l di arsenico senza l'obbligo di dichiararlo sulle etichette. Lo stesso vale per altre sostanze.

 


Valore limite di alcune sostanze contenute nell’acqua potabile e nell’acqua minerale

 

Valori limite acque potabili
Decreto L. 31/2001

Valori limite acque minerali
Decreto 542/92 – Dm 31/05/2001

Arsenico totale (µg/l)

10

50

Bario (µg/l)

-

1

Cromo (µg/l)

50

50

Piombo (µg/l)

10-25

10

Nitrati (mg/l)

50

45-10*

Alluminio (µg/l)

200

Nessun limite

Ferro (µg/l)

200

Nessun limite

Manganese (µg/l)

50

2000

Fluoruro (mg/l)

1,50

Nessun limite

* Valore relativo ad acque destinate all’infanzia

Una clamorosa omissione che può essere pericolosa per la salute di chi beve sistematicamente la stessa acqua minerale per anni senza controllo medico. Ricordiamo, inoltre, che nel febbraio 2000, l'Italia ha ricevuto un ammonimento da parte della Commissione dell'Unione europea, perché i valori massimi previsti per alcune sostanze tossiche e indesiderabili nelle acqua minerali italiane erano superiori alle norme imposte a livello comunitario»


«La seconda ragione del 'male' risiede nel fatto che se - come abbiamo visto - l'acqua minerale non è né più pura né più sana della potabile è certamente molto più cara: dalle 300 alle 600 e persino 1000 volte più cara», aggiunge Petrella.
Secondo gli ultimi dati, derivati da un'inchiesta della Federconsumatori, il costo medio in Italia di 200 metri cubi d'acqua potabile, corrisponde al consumo medio di una famiglia, è pari, nel 2000, a 361.269 lire annue, cioè 1806 lire al metrocubo (0.93 euro).
Un litro di Perrier costa più di 1000 litri di acqua di rubinetto, la più cara d'Italia (quella di Forlì) e quasi 3000 volte di più dell'acqua potabile di Milano.
«Il successo di mercato delle acque minerali è chiaramente uno scandalo», continua Petrella.
«Ci troviamo di fronte a un fenomeno di sfruttamento a fine di lucro di un bene demaniale che secondo quanto ha riconfermato la legge sull'acqua del 1994 (la legge Galli) fa parte del patrimonio inalienabile delle regioni. Lo sfruttamento avviene con il beneplacito formale ed esplicito delle autorità pubbliche. Le regioni hanno ceduto il diritto di gestione delle acque minerali a delle tariffe ridicolmente basse. Il caso della Lombardia, una delle regioni a più alta densità di fonti minerali illustra bene la situazione. Su più di 2000 miliardi di lire che rappresentano il business delle acque minerali in Lombardia per 8 miliardi di litri di acqua estratti di cui solo 2 miliardi e mezzo sono stati imbottigliati e venduti (che fine hanno fatto gli altri 5,5 miliardi di litri estratti?), la regione Lombardia ha visto arrivare nelle sue casse meno di 300 milioni di lire, una miseria rispetto agli incassi delle imprese private.
Quel che è grave è che più dell’80% delle acque minerali sono imbottigliate in contenitori di plastica (in Pet), il cui costo si aggira sui 1° cent contro i 25 cent per la bottiglia di vetro. I costi dello smaltimento ricadono sulle regioni che spendono di più di quanto incassino dai canoni delle concessioni di sfruttamento delle fonti.
«Non è difficile capire, ora, perché il business dell’acqua minerale sia così lucroso e le ragioni che hanno spinto il capitale privato a influenzare, tramite la pubblicità e la potenza della grande distribuzione, il comportamento delle popolazioni occidentali a diventare dei grossi consumatori d’acqua minerale», precisa Petrella. «Aneddoto che aggiunge il 'comico' a una situazione inquietante: nel febbraio 2002 un decreto del Ministero della Sanità ingiungeva agli esercizi di vendere al consumatore l’acqua minerale naturale originariamente preconfezionata in confezione integra o aperta soltanto al momento della consumazione. Una tale misura, se fosse entrata in vigore, avrebbe comportato uno sperpero inimmaginabile di bottiglie. Fortunatamente, di fronte alla numerose critiche, il Ministero ha ritirato il decreto alcuni giorni dopo averlo adottato».
Il business dell’acqua minerale è un business a forte concentrazione industriale e finanziaria. Nestlé (multinazione svizzera) e Danone (francese) sono rispettivamente la numero uno e la numero due delle imprese mondiale d’acqua imbottigliata. Da sole rappresentano più del 30% del mercato mondiale. Nestlé possiede più di 260 marche d’acqua minerale in tutto il mondo, fra cui Vittel, Contrex, Terrier (la più importante del mondo) e le italiane San Pellegrino, Lievissima, Panna. Fanno parte invece della Danone: Ferrarelle, San Benedetto (Guizza)… Il grande business delle minerali in Italia è, dunque, fonte di benefici soprattutto per gli azionisti della Nestlé e della Danone.

«La terza ragione del 'male' risiede nella mercificazione dell’acqua e nella privatizzazione dei servizi d’acqua. Questi hanno trovato nel business delle acque minerali uno strumento potente di stimolo e di 'legittimazione'. Perché non mercificare anche l’acqua potabile, si sono detti gli operatori privati? Che differenza c’è – domandano – tra l’acqua potabile e l’acqua minerale? Se la mercificazione di quest’ultima non solleva nessun problema economico, politico, sociale, etico, perché – si chiedono il consumatore e il finanziere – si deve impedire di vendere e acquistare l’acqua potabile come ogni altra merce? Perché le imprese private non dovrebbero prendersi cura anche dei relativi servizi idrici?
Il mondo commerciale dell’acqua minerale sta scombussolando l’intero settore dell’acqua.
Attirate dagli alti livelli di profitto e dalla allettanti promesse future del business acqua, potenti imprese come la Coca Cola sono entrate anch’esse nel settore introducendo un nuovo tipo di 'acqua da bere', l’acqua purificata. L’acqua 'purificata' non è altro che acqua d’acquedotto sottoposta ad alcune operazioni di demineralizzazione e di declorizzazione. Piano piano, il legislatore ha autorizzato anche in Italia la vendita in bottiglia dell’acqua di rubinetto. Una grande confusione caratterizza sempre più il 'business dell’acqua' composto da un numero crescente di tipi d’acqua: acqua potabile di rubinetto, 'acqua da tavolaa (si tratta di acque da potabili in bottiglia), acqua potabile in bottiglia in bottiglia 'naturale' con 'aggiunta di anidride carbonica', acqua 'purificata', acqua naturale minerale (acqua minimamente mineralizzata, acqua oligominerale, acqua minerale terapeutica), acqua di sorgente (cioè acqua potabile prelevata alla fonte ma che non può essere clorata. Tutte le acque minerali sono di sorgente ma non tutte le acque di sorgente sono minerali), acqua di sorgente 'naturale', acqua di falda.
L’espansione del 'mercato dell’acqua' ha condotto a un rimescolamento delle carte a livello delle imprese: le imprese tradizionali d’acqua minerali sono entrate nel settore dell’acqua potabile in bottiglia e, viceversa, le imprese d’acqua potabile cominciano a intervenire nel settore delle acque in bottiglia (minerali comprese). Lo stesso dicasi delle imprese di soft drinks (limonate, cola, bevande gassate…) e del latte (la Parmalat, per esempio, ha messo sul mercato una sua acqua in bottiglia, l’'Aqua Parlamat'.
«Tutto ciò in una logica commerciale e di profitto. La mercificazione dell’acqua, facilitata dal boom delle acque minerali, rappresenta uno dei mali più gravi e insidiosi», accusa Petrella.  

Intervista a Giuseppe Altamore, autore del libro:


«Qualcuno vuol darcela a bere»
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Nel suo libro sostiene che l'acqua minerale può essere meno sicura dell'acqua di rubinetto. Da che cosa nasce questa sua idea?
Non c'è alcun mistero. Esistono due normative, una per ogni tipo di acqua. Il problema è che esistono due pesi e due misure: parametri più restrittivi per l'acqua di rubinetto e parametri più generosi per la minerale. Incominciamo dal numero dei parametri presi in esame: sono 200 per gli acquedotti e soltanto 48 per l'acqua minerale.
Possiamo avere un limite per i sali nell'acqua di rubinetto e nessun limite per l'acqua minerale. La concentrazione massima di arsenico nella minerale può essere di 50 microgrammi/litro (ma fino al 2001 poteva arrivare a 200!), mentre se si beve dal rubinetto il limite è di 10 microgrammi/litro, così come raccomandato dall'Oms sin dal 1993.

Come mai esistono queste differenze?
Le differenze ci sono perché l'acqua minerale è passata dalle farmacie agli scaffali dei supermercati e ha molto spesso sostituito l'acqua potabile senza che ci fosse un aggiornamento della normativa che tenesse conto del massiccio e anche eccessivo consumo di acqua minerale. Ricordo che siamo i primi "bevitori" al mondo con 172 litri pro capite in un anno e una spesa media per famiglia di 260 euro. Ma l'acqua minerale non si può bere costantemente e in sostituzione dell'acqua di rubinetto.

Perché?
Per la ragione molto semplice: l'acqua minerale non è acqua "potabile", ma è un acqua terapeutica con indicazioni e controindicazioni che, però, non ci sono sull'etichetta. In questo periodo molte pubblicità sottolineano che la tale marca "è povera di sodio", ma se al contrario la concentrazione di questo sale è alta, non c'è l'obbligo di indicare che non è adatta per chi soffre di malattie cardiovascolari. Per non parlare dei nitrati...

Anche l'acqua minerale può avere i nitrati?
Sì, a volte in quantità superiore a quanto ne possiamo trovare se beviamo dal rubinetto. Ma non è questo il punto. La legge dice che se un'acqua contiene fino a 10 milligrammi/litro di nitrati il produttore può scrivere in etichetta che è "particolarmente adatta per la prima infanzia". Ma se quel limite viene superato non è previsto l'obbligo di indicare che può far male o è nociva perché può causare la blue baby.

Allora le etichette non dicono tutto?
Le etichette non sono limpide. Ci sono poche informazioni, per esempio manca del tutto l'elenco di 19 sostanze tossiche che devono essere tenute sottocontrollo. Chi acquista un'acqua minerale non è in grado di valutare se può bere quel tipo di acqua in relazione al suo stato di salute.

Perché nessuno interviene?
Non è facile intervenire in questo. Il settore è fortissimo: nel 2002 ha fatturato 5.500 miliardi di vecchie lire. La lobby dei produttori ha sempre cercato di evitare che fosse applicata una normativa che li penalizzasse. Almeno fino al 2001...

E che cosa è successo nel 2001?
A seguito dell'apertura di una procedura d'infrazione comunitaria, l'Italia ha dovuto giocoforza modificare la normativa e ha introdotto dei parametri più severi per alcuni inquinanti, che ha messo nei guai i produttori.

Le inchieste della magistratura si riferiscono a questi parametri ignorati?
Sì, in particolare a sei parametri relativi a sostanze chimiche organiche (idrocarburi, fenoli e altro) che non possono più esserci neppure in traccia nell'acqua imbottigliata. In questo momento ci sono 15 procure della repubblica che indagano e il ministero della Salute ha rilevato che ci sono 211 marche fuorilegge. I produttori hanno 60 giorni di tempo per mettersi in regola.

Intanto è in arrivo una nuova direttiva europea...
L'Italia deve applicare la direttiva 40 del 2003 a partire dal 1° gennaio 2004. L'etichetta diventa un po' più trasparente e le sostanze indesiderabili o tossiche avranno limiti più severi e più vicini a quelli applicati per l'acqua di rubinetto. Ma la direttiva fa qualche regalo ai produttori che per il nichel e il boro avranno tempo di adeguarsi fino al 2008.

Insomma, meglio bere dal rubinetto?

Direi di sì. Ma anche sul fronte degli acquedotti c'è molto da fare. Grazie a una normativa più severa, che entrerà in vigore dal 1° gennaio 2004, potremo pretendere di avere acqua di ottima qualità e senza odore di cloro al rubinetto di casa.



 


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