I proverbi raccontano




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CLAUDIO URBANI


I PROVERBI RACCONTANO



Allerona 2006

Introduzione


La prima difficoltà che si incontra studiando i proverbi è quella di stabilire, almeno con un minimo di precisione, di che cosa ci si sta occupando o di che cosa ci si debba occupare.

Mi sembra dunque necessario esaminare la nozione corrente di proverbio per chiarire le caratteristiche di contenuto e di struttura del concetto che abitualmente usiamo.

Partendo dalle definizioni lessicografiche, tratte rispettivamente dai dizionari di Petrocchi, di Tomasseo – Bellini, dello Zingarelli e del Dizionario Etimologico Italiano (D.E.I.) abbiamo:


  1. motto o sentenza d’uso comune (Petrocchi),

  2. detto breve arguto, e ricevuto comunemente, che per lo più sotto parlar figurato comprende avvertimenti attinenti al vivere umano (Tommaseo),

  3. detto breve e spesso arguto, di origine popolare e molto diffuso, che contiene massime, norme, consigli fondati sull’esperienza (Zingarelli),

  4. breve motto, di larga diffusione e antica tradizione, che esprime in forma stringata e incisiva un pensiero o, più spesso, una norma desunta dall’esperienza (D.E.I.).

C’è invece chi nega l’utilità e perfino la possibilità di definizioni valide, e ciò per la ragione che i proverbi possiederebbero una loro “qualità incomunicabile”, per sottolineare che essere proverbio è innanzitutto essere proverbio in una determinata situazione storico-culturale, per cui capita che ciò che è usato o definito come proverbio in una data cultura, non lo è, o può non esserlo, in un’altra (Archer Taylor, The history of a proverbial pattern).

Una formulazione, comunemente accettata, è quella presentata da J.A.Kelso che fornisce l’elenco delle quattro condizioni in cui, a suo giudizio, esisterebbe un generale consenso su una formulazione che definisce i proverbi: la brevità (o concisione), il buon senso, l’arguzia e la popolarità.


Il proverbio indica una breve espressione letteraria, spesso ritmata, non priva di umorismo e di ironia, con al quale si trasmette il frutto dell’esperienza e della saggezza di un popolo.

Per aiutare la memoria del popolo, i maestri spesso ricorrono spesso all’assonanza di parole ( per esempio “parenti serpenti”, “chi non risica non rosica”, “chi si loda s’imbroda”.

Inoltre viene rispettata una certa musicalità, per cui i versi sono accentati secondo una precisa metrica. Per esempio: “Tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino“.

I proverbi parlano spesso per immagini, facendo il paragone con persone, animali o situazioni di vita vissuta. Vi sono contenute anche descrizioni dei diversi caratteri delle persone.


Il proverbio o detto popolare è l’espressione della voce del popolo, è come una scintilla nella via del futuro che guida nel giudizio o nell’operato di ciascuno. Anche se ormai l’uso del proverbio appartiene più al passato che al presente, spesso rispolverarne qualcuno può risultare utile e divertente.

Una raccolta di proverbi è come un insieme di leggi che formano la scienza della vita pratica, infatti sono scientificamente tratti da un numero infinito di esperienze quotidiane. Molto spesso un proverbio ne contraddice un altro, ma è anche vero che nessuno dei due sbaglia. C’è sempre un proverbio giusto per ogni situazione.

Il proverbio nasce da una particolare condizione di luogo e di tempo e può dare origine a dieci, cento fatti in un determinato senso e di conseguenza ad un proverbio stesso; un’altra condizione può generare a sua volta dieci o cento fatti in senso contrario e dare così origine ad altri proverbi opposti.
I proverbi si possono ordinare secondo l’ordine alfabetico o disporre per argomenti.

Un modo di come organizzare i proverbi lo desumiamo dal Tentori così: “Antico quanto l’uomo e diffuso presso ogni società umana di qualunque tempo, luogo e grado di civiltà – ha scritto Paolo Toschi ne “Il Folklore” (Roma 1951) – il proverbio è stato già da secoli oggetto di attenzione e di raccolta. Esso racchiude nel breve cerchio di una massima la profonda saggezza popolare: di regola in poesia, poiché la poesia è sintesi e in rima per aiuto della memoria”. Pedr il loro contenuto i proverbi rivelano, a chi sappia considerarli con attenzione critica, la visione del mondo caratteristica del popolo che li adopera, l’atteggiamento che questo ha nel considerare uomini e cose, la sua “filosofia”, il suo sistema di valori, il suo ethos.

In Italia il gusto di raccogliere proverbi dalla viva voce del popolo – ereditato invero dai latini – e di tramandarli attraverso opere erudite o scientifiche è stato sempre sentito ed è documentabile fino dai primordi della nostra letteratura. Così, ad nesempio, si può leggere in un codice del primo trecento una raccolta di proverbi piemontesi, di contenuto allegorico e moraleggiante, che si riferiscono agli animali, ai campi, alle vicende della terra. Nel quattrocento Antonio Corazzano ha scritto dapprima l’opera “De proverbiorum origine” poi “Proverbi e facezie” in cui vengono narrati sedici aneddoti, per lo più licenziosi, ad esplicazione di altrettanti proverbi. Sono del cinquecento “Il libro della origine delli volgari proverbi” di Aloise Cinzio dei Fabrizi e i “First Fruites” di Giovanni Florio in cui trova posto anche una raccolta di proverbi italiani. Tra la fine del cinquecento e gli albori del seicento Francesco Perdonati ha riunito , in vari volumi manoscritti, una vasta messe di proverbi, molti dei quali appaiono riprodotti nella terza edizione della Crusca (sec. XVIII).

Molti scritti eruditi in questo campo sono apparsi nel seicento a partire dalle raccolte di Orlando Prescetti da Marrani (1603) e il “Nuovo Thesoro dei Proverbi Italiani” di T. Buoni, e prosegue la tradizione con i lavori di Angelo Morosini da Pratovecchio, di Giulio Varrini – di cui è apparso a Venezia nel 1656 una “Scielta dei proverbi e sentenze italiane” di Francesco Lama.


Nel secolo successivo sono apparsi un manoscritto di Carlo Tommaso Strozzi del 1720, il libretto sui “Modi di dire toscani ricercati nelle loro origini” del p. Sebastiano Paoli da Lucca (1740) e la raccolta di Michele Pavanello (1794).

Nell’ottocento un nuovo interesse è venuto da letterati quali il Tomasseo e il Giusti, il quale si è dedicato con entusiasmo ed impegno per più anni alla raccolta di “Proverbi toscani” pubblicata postuma dal Capponi e, poi, arricchita dal Gotti. Antonio Pellegrini ha composto con i proverbi la “Guida dell’uomo nel mondo”, quasi un manuale d’etica. Il canonico bellunese Vienna nel 1858 ha dato alle stampe un Florilegio e il Coletti e il Fanzogo hanno messo in risalto, nel 1855, i “Proverbi agricoli, metereologici ed igienici”. Nel 1858 sono apparsi a Venezia tre volumi di proverbi di Nicola Pasqualigo e a Milano i “Proverbi italiani” di Giuseppe di Castro. Alcuni anni dopo, nel 1883, è uscito a Torino “La sapienza del mondo, ovvero dizionario universale dei proverbi di tutti i popoli” di Gustavo Strafforello. Nel 1887 è stata pubblicata a Palermo da G. Fumagalli la “Bibliografia paremiologica”.

Gli scritti si sono poi moltiplicati ad opera di raccoglitori regionali. Giuseppe Pitré ha raccolto i “Proverbi siciliani” e ha affrontato ricerche comparate nei “Proverbi siciliani raccolti e confrontati con quelli degli altri dialetti d’Italia” (Palermo 1879-1881, voll. I-IV). Oltre a lui si è occupato di proverbi siciliani anche Santi Rapisardo. Vari autori si sono interessati al Veneto: Antonio Lamberti che nel 1825 ha pubblicato a Venezia i “Proverbi veneziani”, G. Bianchi che ha pubblicato a Milano nel 1901 i “Proverbi e modi proverbiali veneti” ed inoltre A. Del Medico e D. Bernoni. Al Friuli ha dedicato un opera Oestermann, all’Istria G. Vàtova e Elio Prodenzani. “Proverbi lombardi” sono stati pubblicati nel 1860 da Bonifacio Samarani. Di proverbi bergamaschi si sono occupati G. Tiraboschi e G. Rosa, di quelli mantovani G. Tassoni, di quelli piemontesi O.L.B. Wolff e G. Ferraro, di quelli toscani Giuseppe Giusti e Nicolò Tomasseo, di quelli romani G. Zanazzo, di quelli pugliesi S. La Sorsa, di quelli calabresi M.Mandolari e R. Lombardi Satriani.
Oggi su Internet si possono trovare i proverbi di quasi tutti i territori italiani.

La ricchezza del materiale ha consentito ad alcuni studiosi di pubblicare anche raccolte settoriali prendendo ad oggetto l’agricoltura, la pesca in mare e nei laghi, la meteorologia, le tradizioni giuridiche ecc…

Questo excursus non rappresenta certo una bibliografia esauriente degli studi sull’argomento ma vuole solo sottolineare l’interesse che per i proverbi hanno dimostrato molti studiosi nel nostro paese.

E’ stato giustamente sostenuto che l’esame dei proverbi riveste una considerevole importanza per la comprensione dell’animo popolare; essi, infatti, manifestano l’ethos del popolo che li esprime, li tramanda, li osserva e crede nella verità che proclamano. Sono grani di sapienza e norme etiche. Sono grani di sapienza in quanto si condensa in essi la scienza popolare, quella scienza spiccia che aiuta ad affrontare molti dei problemi pratici della vita quotidiana (ad esempio prevedere la pioggia o curare certi mali). E’ una scienza, però, della quale non ci si può fidare sempre perché sono entrati in essa pregiudizi e stereotipi, sorti da una errata percezione della realtà, che a volte suscitano o alimentano animosità, astio o vizio (ad esempio, fare o non fare alcune cose in determinati giorni, attribuire vizi o virtù a questo o a quel popolo, a questa o quella categoria di uomini ecc…). Ma nella loro maggioranza i proverbi sono e vogliono apparire norme etiche. In essi è racchiuso il codice etico del popolo che li usa e – in quanto espressione collettivamente approvata dei sentimenti e degli orientamenti di un gruppo umano – essi costituiscono uno degli aspetti della sua “cultura” e come tali vanno esamianti e in quanto tali costituiscono un documento utilizzabile per la conoscenza dei valori dei gruppi umani.

Naturalmente, quando diciamo che il proverbio è un prodotto culturale, diamo al termine “cultura” un significato differente da quello attribuitogli comunemente di maturità intellettuale e lo impieghiamo in quella accezione tecnica elaborata dagli antropologi di “disposizione ad affrontare la realtà che si costituisce negli individui in quanto membri di una società storicamente determinata e determinatesi. La cultura così intesa è, in altri termini, quel patrimonio sociale dei gruppi umani che comprende conoscenze, credenze, fantasie, ideologie, simboli, norme, valori, nonché le disposizioni all’azione che da tutti questi derivano e che si concretizzano in schemi e tecniche di attività tipici in ogni società. Una delle caratteristiche essenziali della cultura è la dinamicità, il continuo divenire nel processo di interazione delle sensibilità e degli interessi dei membri di una comunità. E queste sensibilità e questi interessi mutano continuamente: molti di quelli che sono propri della nostra generazione non li troviamo in quelli che immediatamente ci precedono e ci seguono. In questo continuo evolversi della cultura, il proverbio – statico nella sua formulazione sintetica – ricorda alle nuove generazioni i valori delle precedenti e costituisce termine di raffronto tra quei vecchi valori e i nuovi che si vengono via via affermando. Inoltre, nella misura in cui non rispecchia più orientamenti e valori della società, o almeno di alcune categorie di questa, scompare. Infatti il popolo tende a tenere in vita i proverbi che ritiene a sé congeniali e dimentica quelli avulsi dalle sue convinzioni culturali o in contrasto con esse.

(Nota: Tullio Tentori, Scritti Antropologici I, Edizioni Ricerche, Roma, 1970, pagg. 91-97).


Come s’è visto, la forma delle definizioni esige che un qualsiasi testo possa essere considerato un proverbio soltanto se gode di tutte le qualità esterne ed interne che sono state sopra indicate.

Nella compilazione di una raccolta come questa, che mira a far conoscere e salvaguardare alcuni detti particolari, insieme ad altri comunemente noti una vasta area dell’Italia centrale, si è costretti a volte a forzare le definizioni, perciò è possibile che non sempre si incontrino tutte le qualità richieste ma solo alcune oltre la divulgazione: ora la sentenziosità, ora l’antichità, ora il mordente ecc…


Oltre ai proverbi veri e propri, il lavoro di ricerca ha messo in ordine anche talune sentenze e wellerismi.
La gnome (pensiero, sententia) è “genere” non solo perenne ma profondamente popolare.

Come il proverbio, la gnome ama il ritmo. L’antichità ne fece raccolte imponenti.

Ne troviamo molte nello stoico Seneca, Publilio Siro, Fedro, Ovidio.

Il romanticismo ha messo in crisi la letteratura gnomica, ma la poesia ha sempre sentenziato, senza accorgersene e senza danno. Ci sono poeti tendenzialmente gnomici, come Orazio e anche come Leopardi. La gnome può sempre essere un momento d’abbandono, la conclusione d’un apologo vissuto.



Sententia e proverbium hanno in comune la caratteristica della brevitas, ossia della concisione formale, ma li separa una duplice differenza. Innanzitutto il proverbium è una breve espressione il cui contenuto è generalmente accettato, la sententia, invece, è un’espressione concisa il cui senso è strettamente legato all’etica (de moribus sumpta). Mentre il primo è evidente per comune esperienza degli eventi e si avvale principalmente della diffusione,la seconda consiste in un imperativo della morale e si impone perciò come autorevole tradizione. La seconda differenza viene stabilita sul piano linguistico: diversamente dall’espressione sentenziosa che adopera un linguaggio piano e discorsivo, quella proverbiale è un giro di frase autonomo, traslato e parabolico, che non riceve significato da nessuna fonte ma ad altre espressioni lo cede.

La sentenza e il proverbio si dispongono in unità propositive che tendono a consolidarsi ulteriormente attraverso l’impiego di richiami ritmici (isometrie), fonici (assonanze e rime) e strutturali (parallelismi, antitesi ed allitterazioni).


I wellerismi sono un particolare tipo di proverbi, con una scrittura peculiare. Il nome deriva da due personaggi del romanzo Il Circolo Pickwick, di Charles Dickens: Tony e Sam Weller, rispettivamente padre e figlio.

Taliu proverbi sono caratterizzati quasi sempre da due proposizioni, di cui la prima è una normale locuzione e la seconda, introdotta quasi sempre da come disse o come osservò, fa riferimento ad un personaggio, per lo più immaginario, creando un effetto esilarante, anche se intriso spesso di humor nero, umorismo inglese si potrebbe dire.

Esempi:Come disse la merla al tordo: sentirae la botta si nun see sordo.

Troppa grazia, Sant’Antonio, come disse quello che cascò da cavallo.

Tutto fa, come disse, quello che pisciò nel mare.

E, i proverbi, signor conte, sono la sapienza del genere umano.

(A. Manzoni, I promessi sposi, Cap. V)




I proverbi costituiscono il monumento parlato del genere umano.

(Benedetto Croce)




Un gran proverbio

caro al Potere

dice che l’essere

sta nell’avere.

(Giuseppe Giusti)




I proverbi dialettali non sono “trasferibili”, vanno gustati sul posto. Come il lambrusco.

(Cesare Marchi)

Proverbi e locuzioni
A
Abbassare la cresta.

Abbassà la cresta.

E’ il gesto con cui i galli (prima o dopo un combattimento) riconoscono la superiorità dell’avversario. L’espressione, desunta dal mondo contadino, sta a significare “calare le proprie pretese”.


A buon intenditor, poche parole.

A (b)bon intenditor, poche parole.

Ad una persona intelligente e attenta bastano poche parole per capire un problema o una questione.

Questo proverbio lo conoscevano già i latini nella formula citata da Plauto (250 – 184 a C.): “Intelligenti pauca. A chi sa capire non occorre rivolgere lunghi discorsi.

Si usa per giustificare o attenuare la brutalità di certi avvertimenti, o per alludere a cose che vengono taciute per prudenza o riguardo.

Analogo è il proverbio Chi ha orecchi per intendere, intenda, una frase che Gesù nel Vangelo ripete spesso al termine dei suoi discorsi.
A Carnevale, ogni scherzo vale.

A Carnevale, gni scherzo vale.

A Carnevale divengono lecite cose che altrimenti non lo sarebbero.

Il Carnevale, da “carne levare”, è l’ultima festa prima del periodo della Quaresima, contrassegnato da penitenza e astinenza e un tempo regolato persino da leggi e statuti speciali che imponevano particolari restrizioni nei cibi e nei costumi. Prima della Quaresima però, a Carnevale appunto, come in analoghe festività pagane, si ribaltavano le convenzioni sociali e l’illecito diventava lecito.

A caval donato, non si guarda in bocca.

A caval donato, nun se guarda ‘n bocca.

Per valutare l’età e lo stato di salute di un cavallo si controlla la bocca.

Il detto vale come considerazione di tornaconto per dire che quello che ci viene dato senza richiesta o spesa va bene com’è e non si devono fare apprezzamenti sull’eventuale scarso valore dei doni.
Acchiappare i granchi con le mani degli altri.

Chiappà le grance co le mano dell’altre.

Si dice di chi cerca di procurarsi benefici in situazioni difficili con il rischio di altri.

L’espressione deriva dal pericolo che si corre prendendo i granchi con le mani perché possono mordere con le chele.
A chi tanto e a chi niente.

A chi tanto e a chi gnente.

E’ un’espressione che esprime lamentela contro l’iniqua distribuzione delle cose e delle ricchezze.


A chi tocca, non s’ingrugna.

A chi tocca nun s’engrugna.

E’ analogo al precedente perché anch’esso invita alla rassegnazione quando si è obbligati a fare cose alle quali non ci si può sottrarre o accadono cose spiacevoli. Perciò occorre accettarle, non restarci male mettendo su il broncio o un’espressione corrucciata, aggrottando il viso. Ingrugnarsi vuol dire mettere su il grugno (= muso di animale).


A chi tocca, tocca.

Ognuno nel corso della propria vita può andare incontro a situazioni, a volte difficili e spiacevoli, a volte fortunate. Nell’uno e nell’altro caso ciascuno dovrà rassegnarsi alla sorte che gli è toccata.

La descrizione di un evento negativo la troviamo in Manzoni (1785–1873) (I Promessi Sposi, capitolo XXXIII) quando Renzo ritornato al suo paese incontra Tonio, il testimone del tentativo di matrimonio a sorpresa in casa di Don Abbondio. Tonio, malato di peste, che gli aveva minato sia il corpo che la mente, non faceva altro che ripetere l’espressione “A chi la tocca, la tocca”.
A ciascun giorno basta la sua pena.

Sufficit diei poena sua.

E’ una frase che si trova nel Vangelo di Matteo (6, 34).


A ciascuno, la sua croce.

A ognuno la su croce.

A tutti tocca qualche cruccio, o dolore, anche se nascosto.


Acqua alle corde.

Acqua a le corde.

Il modo di dire è legato all’erezione dell’obelisco di S. Pietro nel 1586. Ad un certo punto gli argani si erano bloccati e i cavali non riuscivano a sollevare l’enorme peso. Il papa Sisto V aveva dato l’ordine che al pubblico presente durante i lavori fosse vietato di parlare, pena la morte. Ad un certo punto però dalla folla si alzò un grido: ”Acqua alle corde”. Il suggerimento fece risolvere le difficoltà, e i lavori furono ultimati. L’autore dell’infrazione, tale capitan Bresca, arrestato e condotto davanti al papa, non solo non venne giustiziato, ma ottenne il privilegio di fornire la basilica di S. Pietro degli ulivi necessari per le cerimonie della Domenica delle Palme.


Acqua d’aprile, ogni goccia un barile.

Acqua d’aprile, gni goccia ‘n (b)barile.

Il proverbio evidenzia l’importanza delle piogge frequenti nel mese di aprile, in particolare perché indispensabili ad un abbondante raccolta di uve.


Acqua e chiacchiere non fanno frittelle.

Acqua e chiacchiere nun fan frittelle.

Ossia non producono niente di consistente.

Il proverbio vuol dire che le discussioni, i confronti dialettici sono importanti se producono qualcosa di concreto, altrimenti non hanno alcuna utilità.

In una sua favola (L’autore, V), Fedro (14-54 d. C.) dice “Sensum aestimandum esse, non verba” (Si badi alla sostanza, non all’apparenza).


Acqua in bocca

Acqua ‘n bocca

Il detto è legato all’episodio di una donna che si rivolse a San Filippo Neri per chiedere un consiglio su come comportarsi col marito di fronte agli inevitabili litigi che si verificavano tra loro ogni sera quando lui tornava ubriaco e lei non sapeva astenersi dal rimproverarlo rimediando sempre botte e improperi. Per risolvere il caso, il Santo dette alla donna una boccetta piena di liquido e ben tappata raccomandandole di metterne in bocca un po’ ogni sera quando il marito rientrava. La donna ubbidì e il marito, credendo che la moglie fosse diventata muta, a poco a poco perse la voglia di inveire contro di lei. Tornata da San Filippo per avere altro liquido, la donna si sentì dire che non si trattava d’altro che di acqua comune che la donna poteva attingere ad ogni fontana.

Perciò, di fronte a situazioni difficili come quella raccontata, l’unica cosa buona da fare è quella di tenere acqua in bocca.
Acqua passata, non macina più.

Acqua passata, nun macina più.

Il proverbio è nato in ambiente rurale. Nei mulini ad acqua le ruote sono mosse appunto dall’acqua, che una volta passata, non è più utilizzabile. E’ riferito a tutto ciò che non si considera più importante, a episodi spiacevoli che si vogliono dimenticare, oppure a proposito di impressioni e di affetti dimenticati.

Il proverbio è riportato anche dal Verga (1840-1922) ne I Malavoglia (X, 139).
Acquista buona nomina e ruba pure.

Acquista (b)bona nomina e rubba pure.

Vuol dire che se una persona si fa una buona nomina può commettere anche azioni criminose senza che si creda alla sua colpevolezza. E’ importante farsi una buona reputazione.

Scriveva Cicerone (106-43 a. C.): “Iustis et fidis hominibus ita fides habetur, ut nulla sit in iis fraudis iniuriaeque suspicio”.

Il proverbio ha un precedente anche nel Decameron di Giovanni Boccaccio (1313-1375): “Chi è reo e buono è tenuto, può fare il male e non è creduto” (Novella di frate Alberto, IV 2,5).

Esistono anche espressioni col significato contrario, ad esempio: “Quicumque turpi fraude semel innotuit, etiam si verum dicit, amittit fidem (Chi si bruttò con turpe inganno il nome, anche se dice il vero è inascoltato) (Fedro, Il lupo e la volpe con la scimmia giudice).
Adocchia, adocchia, Cristo fa la gente e poi l’accoppia.

Occhia, occhia, Cristo fa le gente e poe l’accoppia.

Significa che due persone che stanno insieme sono identiche, uguali o assai simili nei modi di fare e di essere.

E’ la riduzione in lingua paesana del proverbio più comune Chi si somiglia, si piglia. Vedere anche il proverbio: “Somigliarsi come due gocce d’acqua”.
Ad ogni uccello, il suo nido è bello.

A ogni ucello, ‘l su nido è (b)bello.

C’è chi ha la fortuna di nascere in posti bellissimi dei quali si parla in tutte le guide turistiche del mondo, ma c’è anche chi nasce in luoghi desolati dove la vita è particolarmente dura.

Il proverbio sta a significare che gli uomini restano abbarbicati alla terra che li ha visti nascere anche quando, spesso per sopravvivere, sono costretti ad andarsene, portando in cuore il ricordo di quello che hanno lasciato e lo trasformano con la fantasia in qualcosa che continuano ad amare.

Il proverbio è riportato anche dal Verga ne I Malavoglia (X, 146 – XI, 157).

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