C. W. Ceram e dizione di riferimento



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I geroglifici erano passati sotto gli occhi di tutto il mondo; essi erano stati l’oggetto degli scritti di una lunga serie di autori antichi; il medioevo occidentale ne aveva tentate sempre nuove interpretazioni, e infine, dopo la spedizione di Napoleone, erano comparsi in numerose copie sulle scrivanie di tanti scienziati. Eppu­re nessuno era riuscito a decifrarli, non tanto per gene­rale incapacità ed incompetenza, ma piuttosto perché tutti furono sviati dalla falsa guida di un singolo.

Erodoto, Strabone e Diodoro avevano compiuto viaggi in Egitto, e accennarono ai geroglifici come ad un’incomprensibile scrittura figurata. Ma solo Orapol­lo, nel secolo iv d. C., aveva lasciato una descrizione par­ticolareggiata del loro significato. (Gli accenni che si tro­vano presso Clemente Alessandrino e Porfirio non sono comprensibili). È naturale che in mancanza di qualsiasi altro punto di appoggio lo scritto di Orapollo venisse considerato il punto di partenza per ogni esame in pro­posito. Orapollo parlava dei geroglifici come di una scrittura figurata, e cosí, per vari secoli, ogni spiegazio­ne cercò nelle figure un valore simbolico. La fantasia dei profani si sbrigliava, ma gli scienziati erano ridotti alla disperazione.

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Quando Champollion ebbe decifrato i geroglifici, si poté riconoscere quanto ci fosse di vero in Orapollo e quale fosse stato lo sviluppo di quella scrittura dal chiaro simbolismo primitivo, dove una linea ondulata rappre­sentava l’acqua, una linea retta la casa, una bandiera la divinità. L’applicazione di questo simbolismo anche alle iscrizioni piú tarde aveva sempre portato fuori strada.

E le strade sbagliate erano ricche di avventure. Il gesuita Athanasius Kircher, uomo ingegnoso (costrut­tore fra l’altro della lanterna magica), pubblicò dal 1650 al 1654 a Roma quattro volumi con le traduzioni dei geroglifici, di cui non una era giusta, neppure di lonta­no! Il gruppo di segni «autocratore », appellativo del- l’imperatore romano, fu da lui cosí interpretato: «Osi­ride è il creatore della fecondità e di tutta la vegetazio­ne, la cui forza generante il sacro Mophta conduce nel suo regno dal cielo!»

Se non altro, però, egli aveva riconosciuto il valo­re dello studio del copto, quale forma tardissima della lingua egizia, valore che era negato da dozzine di altri studiosi.

Cento anni dopo, De Guignes dichiarava all’Acca­demia parigina delle Iscrizioni, in base a un confronto con i geroglifici, che i Cinesi erano coloni egizi. Alme­no (e bisogna usare per ogni studioso questa pregiudi­ziale, poiché ciascuno di essi trovò almeno una traccia giusta), egli aveva letto bene il nome del re egizio «Menes». Un avversario gli cambiò subito la lettura in «Manouph», e Voltaire, il piú velenoso glossatore del tempo, ne trasse spunto per il suo attacco contro gli eti­mologisti, «per cui le vocali non contano e le consonanti hanno poca importanza». (D’altra parte, alcuni studio­si inglesi del medesimo periodo, in opposizione all’ulti­ma teoria citata, facevano provenire gli Egizi dalla Cina).

La scoperta della stele trilingue di Rosetta avrebbe dovuto porre fine a ipotesi cosí strampalate. Ma avven 

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ne il contrario. La via della soluzione sembrava cosí piana che anche dei profani osarono avventurarvisi. Un anonimo di Dresda compitò dal breve frammento gero­glifico della rosettana l’intero testo greco. Un arabo, Ahmed Bin Abubekr, «svelò» un testo, che Ham­mer-Purgstall, altrimenti conosciuto come un serio orientalista, non esitò a tradurre; un ignoto parigino riconobbe nell’iscrizione di un tempio di Dendera il centesimo salmo, e a Ginevra apparve la versione delle iscrizioni del cosiddetto «obelisco pamfilico », che sareb­bero state una «relazione della vittoria dei buoni sui cat­tivi scritta quattromila anni avanti Cristo».

La fantasia si sbrigliò e si accoppiò a una straordina­ria arroganza e stupidità nel conte Palin, che sosteneva di aver riconosciuto a prima vista il significato della rosettana. Appoggiandosi a Orapollo, a dottrine pita­goriche e alla Cabala, egli sciolse l’enigma con tale rapi­dità da giungere in una sola notte al risultato che pub­blicò otto giorni dopo. Egli affermava di essere esente, proprio per la celerità del suo lavoro, «da errori siste­matici che possono derivare unicamente da una rifles­sione troppo prolungata!»

Champollion restava impavido in mezzo al fuoco pirotecnico di tutte queste decifrazioni, classificando, confrontando, sperimentando, e raggiungendo a poco a poco la soluzione. E gli toccò anche sentire che l’abate Tandeau de St-Nicolas aveva dimostrato in una sua bro­chure che i geroglifici non erano altro che un motivo decorativo! Senza lasciarsi ingannare, Champollion scri­ve in una lettera del 1815 a proposito di Orapollo: «Quest’opera viene chiamata Hiéroglyphica, ma essa non fornisce per nulla l’interpretazione di quelli che noi chiamiamo geroglifici, bensí delle sculture simboliche sacre, cioè dei simboli egizi che sono qualcosa di ben diverso dai geroglifici. Questo ch’io dico va contro l’o­pinione generale, ma la prova si può trovare sui monu­menti egizi. Nelle scene emblematiche si vedono le scul 

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ture sacre di cui parla Orapollo, come il serpente che si morde la coda, l’avvoltoio nella posizione da lui descrit­ta, la pioggia celeste, l’uomo senza testa, la colomba con la foglia di alloro, ecc.; immagini tutte che non si ritro­vano nei veri geroglifici!»

Si volle scorgere in quegli anni nei geroglifici il siste­ma di un epicureismo mistico, dottrine cabalistiche, astrologiche e gnostiche, editti agricoli, commerciali, tecnico-amministrativi per la vita pratica; vi si leggeva­no passi della Bibbia, e perfino di letteratura predilu­viana, dissertazioni in caldeo, ebraico e cinese, come se, osserva Champollion, «gli Egizi non avessero possedu­to una lingua propria in cui esprimersi».

Tutti questi tentativi di interpretazione si fondava­no piú o meno su Orapollo. C’era solo una via da segui­re, che conduceva contro Orapollo; e fu quella che seguí Champollion.

Difficilmente si possono fissare cronologicamente le grandi scoperte dello spirito. Esse sono il risultato di innumerevoli passi, di allenamenti del pensiero che dura­no anni, su di un unico problema, punto di incrocio del noto con l’ignoto, dell’applicazione e della fantasia. E raramente la soluzione sopraggiunge con la rapidità del fulmine.

Le grandi scoperte perdono qualcosa della loro gran­dezza, quando ci si occupa della loro preistoria. All’ul­timo arrivato che già conosce la chiave, gli errori appaiono balordi, le false interpretazioni evidenti, i problemi facili. È difficile immaginare oggi cosa signi­ficasse per Champollion sostituire poco per volta la sua opinione personale a quella di Orapollo, su cui giurava tutto il mondo dei dotti. Bisogna d’altronde ricordare che sia gli eruditi che il pubblico non avevano di Ora-pollo la stessa opinione che i loro colleghi medievali si erano fatta di Aristotele o i teologi dei padri della Chie­sa; essi cioè non tenevano fermo alla sua testimonian 

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za perché gli attribuissero un’assoluta autorità in mate­ria; ma arrivavano ugualmente, dopo tutti i loro studi, alla conclusione che i geroglifici non potevano essere altro che una scrittura figurativa! E l’apparenza si allea­va, a danno dell’indagine, con un’affermazione autore­vole; poiché non solo Orapollo era piú vicino ai gero­glifici di un millennio e mezzo, ma affermava altresí quello che tutti potevano vedere: che c’erano figure, figure e ancora figure!

E nel momento (che non sappiamo precisare), in cui venne d’un tratto in mente a Champollion che i gero­glifici potessero essere «lettere» (o piú esattamente «segni fonetici»; la sua prima formulazione suona «... senza essere strettamente alfabetici, tuttavia fonetici»), allora soltanto si compí quella svolta e quella diversio­ne da Orapollo che doveva condurre alla decifrazione definitiva. Si può ancora, dopo una vita come la sua, dopo le fatiche che egli aveva sostenuto, parlare di un caso, o di un momento fortunato? Quando l’idea venne a Champollion per la prima volta, egli la respinse. Un giorno egli identificò il segno del serpente giacente con la «f », ma escluse l’ipotesi come inammissibile. Quan­do molti altri, gli scandinavi Zoëga e Akerblad, il fran­cese De Sacy e primo fra tutti l’inglese Thomas Young riconobbero che la parte demotica della stele di Roset­ta era «scrittura a base di lettere», riuscí loro di offrire soluzioni parziali. Ma essi non progredirono nella ricer­ca; si arrestarono o ritrattarono quanto avevano detto, e De Sacy dichiarò la sua completa capitolazione di fronte ai geroglifici che rimanevano «intatti come l’ar­ca santa».

Lo stesso Thomas Young, che aveva ottenuto note­voli risultati nella decifrazione della parte demotica, leg­gendola «foneticamente», si ritrattò nel 18 18, quando nel decifrare il nome di Tolomeo scompose di nuovo arbitrariamente i segni in lettere e valori monosillabici e bisillabici.

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E appunto qui si rivelò la differenza fra i due meto­di e i due risultati. Young, cultore di scienze naturali, uomo indubbiamente geniale ma filologicamente impre­parato, lavorava schematicamente valendosi di confronti e ingegnose interpolazioni, e riuscí a decifrare solo poche parole; piú tardi Champollion doveva confermare le sue intuizioni riconoscendo giusta l’interpretazione di 76 dei 221 gruppi simbolici della sua lista. Champollion inve­ce possedeva piú di una dozzina di lingue antiche e piú di chiunque altro era vicino alla lingua dell’antico Egit­to per la sua conoscenza del copto; egli non interpretò come lo Young singole parole o lettere, ma riconobbe il sistema. Non si limitò a interpretare la scrittura, ma la rese leggibile e insegnabile. E solo dopo aver indivi­duato nelle sue linee principali questo sistema, Cham­pollion poté applicare con esito veramente fecondo il procedimento che già da tempo si era affacciato come semplice congettura: quello cioè di cominciare la deci­frazione dai nomi dei re.

E perché dai nomi dei re? Anche questo, oggi, sem­bra semplice e ovvio. L’iscrizione di Rosetta, come già si è detto, conteneva la menzione dei particolari onori che i sacerdoti avevano concesso al re Tolomeo Epifa­ne. Il testo greco, immediatamente leggibile, aveva get­tato piena luce sul suo significato. Ora, dove nell’iscri­zione geroglifica si poteva supporre che fosse il nome del re, si trovava un gruppo di segni chiusi in un anello ovale, chiamato abitualmente cartouche, cartiglio.

Non era difficile supporre che questo cartiglio fosse un segno particolare di preminenza e indicasse il nome del re. E non sembra forse l’idea di uno scolaro intelli­gente quella di ordinare le lettere del nome di Tolomeo sotto i corrispondenti geroglifici, in modo da identificare otto segni con otto lettere?

Tutte le grandi idee, considerate retrospettivamente, appaiono semplici. Con questa Champollion doveva



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rompere con la tradizione di Orapollo, che per quattor­dici secoli aveva contribuito a confondere le menti degli studiosi. Nulla può diminuire la gloria dello scopritore, che ottenne ben presto una brillante conferma. Nel 1815 era stato trovato il cosiddetto «obelisco di File», che nel 1821 fu portato in Inghilterra dall’archeologo Bankes. Anche qui c’era un’iscrizione geroglifica e una greca (era una seconda stele di Rosetta). E di nuovo il nome di Tolomeo appariva incorniciato in un cartiglio. Ma anche un altro gruppo di segni aveva la medesima caratteristica. E Champollion, sulla scorta dell’iscrizio­ne greca ai piedi dell’obelisco, suppose dovesse trattar­si del nome di Cleopatra.

L’ipotesi appare molto semplice: eppure quando Champollion fece corrispondere i due gruppi di segni ai nomi supposti e quando nel nome di Cleopatra il 2°, il 4 ° ed il 5 ° segno concordarono con il 4 °, 3 ° e 1° del nome di Tolomeo (Ptolemaios) la chiave per l’interpre­tazione dei geroglifici era trovata. Era solo la chiave di una scrittura sconosciuta, o non era piuttosto la chiave di tutte le porte chiuse dell’Egitto?

Oggi noi sappiamo come sia straordinariamente com­plicato il sistema di scrittura geroglifica. Oggi lo stu­dente impara come cosa ovvia ciò che per tanto tempo rimase inaccessibile e che Champollion conquistò a fati­ca partendo da questo primo passo. Oggi noi conoscia­mo tutte le trasformazioni della scrittura geroglifica; sappiamo come i segni piú antichi si svilupparono nella grafia «ieratica» e come poi, attraverso successive ridu­zioni e snellimenti, si pervenne alla scrittura «demoti­ca». Lo studioso del tempo di Champollion non era in grado di avvertire questa evoluzione; di modo che una scoperta che lo aiutava nella lettura di un’iscrizione non gli serviva piú per un’altra. Quale europeo moderno è in grado di leggere il manoscritto di un monaco del seco­lo xii, anche se vi si trova impiegata una delle lingue

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moderne? E le ornate iniziali dei documenti medievali conservano forse agli occhi delle persone incolte l’a­spetto di lettere? Eppure questi scritti appartengono già all’ambito della nostra cultura e distano dai nostri tempi meno di mille anni, mentre lo studioso che rivolgeva il suo sguardo ai geroglifici si trovava di fronte all’evolu­zione – compiutasi nel corso di tre millenni – di una scrittura appartenente a una civiltà estranea alla nostra.

Oggi non è piú difficile distinguere «segni fonetici» da «segni di parole» e «segni determinativi», suddivi­sione che introduce un primo ordinamento nei diversi valori dei segni e delle figure. Oggi non si avverte piú nessun disagio di fronte al fatto che un’iscrizione deve essere letta da destra a sinistra, un’altra da sinistra a destra e un’altra ancora dall’alto in basso: si sa infatti che questo era l’uso in differenti e ben determinati periodi. Rosellini in Italia, Leemans nei Paesi Bassi, de Rougé in Francia, Lepsius e Brugsch in Germania, com­pirono sempre nuovi progressi. Diecimila papiri furono portati in Europa, e un numero sempre maggiore di iscrizioni di tombe, monumenti e templi fu letto cor­rentemente. La Grammaire égyptienne (Parigi 1836-41) di Champollion uscí postuma; apparvero poi il primo tentativo di dizionario della lingua egizia antica (la spie­gazione della lingua procedeva di pari passo con la deci­frazione della scrittura), le Notizie e i Monumenti. In base a questi risultati e alle ricerche successive fu pos­sibile alla scienza pervenire dalla decifrazione alla scrit­tura dei geroglifici, un passo non strettamente necessa­rio, è vero, ma di cui poteva essere ben fiera. Nella «Egyptian Court» del Palazzo di Cristallo a Sydenham i nomi della regina Vittoria e del principe Alberto sono scritti in caratteri geroglifici. A Berlino, nel cortile del Museo Egizio, la lapide commemorativa della fonda­zione è in geroglifici. E già Lepsius aveva collocato sulla piramide di Cheope, a Gizeh, una lapide che eternava in geroglifici il nome e gli attributi regali di Federico



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Guglielmo IV (il sovrano che aveva sovvenzionato la spedizione).

Non ci sembra di troppo seguire in una delle sue prime avventure sul suolo egiziano l’uomo a cui spetta il vanto di averne fatto parlare i monumenti, e che pure, fino a trentotto anni, aveva conosciuto solo attraverso le iscrizioni la terra delle sue fatiche.

Non sempre lo studioso da tavolino ha la fortuna di poter confermare con una visione diretta le proprie teo­rie. Spesso non gli capita nemmeno una volta l’occasio­ne di vedere nella realtà i luoghi che la sua fantasia ha percorso per anni.

Champollion non era destinato ad aggiungere alle sue grandi conquiste teoriche una valida attività nel campo degli scavi. Ma egli poté vedere l’Egitto e con­fermare con una visione diretta quanto aveva meditato nel suo ritiro. Fin da giovane aveva studiato la cronolo­gia e la topografia dell’antico Egitto, sconfinando dal campo delle ricerche per la decifrazione dei geroglifici, e, di fronte alla necessità di classificare cronologica­mente e topograficamente una statua o una iscrizione senza l’aiuto di punti esterni di appoggio, si era visto costretto ad avanzare un’ipotesi dopo l’altra. Ora egli giungeva nella terra delle sue ricerche e si trovava nella stessa situazione di uno zoologo, che dopo aver model­lato la sagoma del dinosauro da resti ossei e da fossili, fosse riportato all’età della pietra e se lo trovasse improvvisamente di fronte in carne e ossa.

La spedizione di Champollion (dal luglio 1828 al dicembre 1829) fu una marcia trionfale. È vero che i rappresentanti ufficiali del governo francese non dimen­ticarono che una volta egli era stato considerato reo di tradimento (la procedura era stata sospesa in seguito alle misure di clemenza di una «monarchia tollerante»); ma gli indigeni accorrevano per vedere colui che «sa legge­re la scrittura delle pietre antiche». Champollion deve

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applicare una ferrea disciplina per fare rientrare ogni sera i componenti della spedizione a bordo dell’Hathor e dell’Isis, i due battelli del Nilo messi sotto la prote­zione «di due divinità benigne dell’antico Egitto». L’en­tusiasmo degli indigeni commuove gli esploratori al punto che questi si mettono a cantare per il governato­re di Girge, Mohammed Bey, la «Marsigliese» e le can­zoni di libertà della «Muta di Portici». Ma si lavora anche alacremente, e Champollion passa da una scoper­ta all’altra e aggiunge conferme a conferme. Nelle cave di pietra di Menfi egli riconosce e classifica con un’oc­chiata i lavori delle varie epoche. A Mit-Rahine scopre due templi e un’intiera necropoli. A Sakkara (dove piú tardi Mariette avrebbe compiuto un grande ritrova­mento) trova il nome di un re «Onnos », che egli fa risa­lire con sicurezza a un periodo remotissimo. A Tell-el-Amarna scopre che la gigantesca costruzione indi­cata da Jomard come un magazzino per cereali è invece il grande tempio della città.

Ha poi la soddisfazione di constatare di aver avuto ragione formulando una tesi che sei anni prima aveva suscitato lo scherno della intera Commissione egiziana!

Le navi approdano a Dendera. Davanti ad esse si innalza uno dei piú grandi templi egizi, a cui, come oggi sappiamo, lavorarono i re della XII dinastia, i piú poten­ti signori del Nuovo Regno, Thutmosis III, il grande Ramsete e i suoi successori, e infine i Tolomei, Augu­sto e Nerva, e, per quel che riguarda la porta e il muro di cinta, Domiziano e Traiano. Qui giunsero, il 25 mag­gio 1799, le truppe di Napoleone, dopo una terribile marcia, e rimasero stupite dallo spettacolo che si offri­va ai loro occhi; e due mesi prima il generale Desaix aveva interrotto con tutta la sua divisione l’insegui­mento dei Mamelucchi, affascinato dalla maestosa potenza di un impero tramontato (quale esempio per un generale del secolo xx !) Ed ecco Champollion è qui nei pressi del tempio che gli è già noto in quasi tutti i suoi

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particolari attraverso relazioni, disegni, copie delle iscri­zioni (quante volte non ne aveva parlato con Denon, l’accompagnatore del generale Desaix?) È notte, una limpida, luminosa notte di luna egiziana; Champollion deve cedere alle insistenze dei compagni, e i quindici scienziati partecipanti alla spedizione si precipitano al tempio, con Champollion in testa. Essi formano una schiera che «un egiziano avrebbe preso per una tribú di beduini e un europeo per un gruppo di bene equipaggiati certosini».

L’hôte, uno dei partecipanti, racconta con la lingua legata dall’emozione:

«Ci affrettiamo ad attraversare un boschetto di pal­mizi, visione fantastica al chiaro di luna! Procediamo poi nell’erba alta, fra rovi e cespugli. Tornare indietro? No, non lo vogliamo. Andare ancora avanti? Non sap­piamo come. Lanciamo forti grida, ma ci risponde solo un lontano abbaiare. Scorgiamo allora un fellah cencio­so addormentato dietro un albero. Armato di un basto­ne, ricoperto di stracci neri, egli sembra un demonio (Champollion lo definisce una «mummia ambulante»). Spaventato e tremante, egli si alza temendo di essere aggredito... Ancora due ore di marcia serrata. E final­mente appare il tempio, circonfuso di luce, una visione che ci inebria di meraviglia... Lungo la strada, per ingan­nare la nostra impazienza, avevamo cantato; ma ora quale emozione davanti al propileo inondato di luce celeste! Sotto il portico sorretto da colonne gigantesche c’ è una quiete assoluta e l’incanto misterioso di una profonda ombra; e fuori l’abbagliante luce lunare! Inconsueto, mirabile contrasto...

«Accendiamo nell’interno un fuoco di erba secca. Nuova meraviglia, nuova ondata di entusiasmo, come un improvviso delirio. Era come una febbre, come una fol­lia che ci invadeva. L’estasi si impossessò di tutti noi... Quella mirabile visione, piena di magia, era una realtà, sotto il portico di Dendera !»



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E che cosa scrive Champollion? I compagni lo chia­mano il «maestro», e, come esige il suo grado, egli appa­re il piú moderato. Ma anche sotto la voluta sobrietà delle sue parole trapela l’eccitazione. «Non cercherò di descrivere l’impressione che soprattutto il portico del grande tempio fece su di noi. Se ne possono dare le misure, ma è impossibile darne un’idea adeguata. Esso rappresenta nel piú alto grado possibile il connubio della grazia con la maestà. Rimanemmo lí due ore, estasiati, vagando tra i porticati con quel povero tapino del fel­lah e sforzandoci di leggere al chiarore della luna le iscrizioni dell’esterno».

Fu questo il primo, grande tempio egizio in buone condizioni che egli vide. E quello che egli nota nella notte e nel giorno successivo mostra con quanta inten­sità egli già partecipasse alla vita dell’Egitto, e quanto egli fosse preparato dai suoi sogni, dalla sua fantasia, dalle sue riflessioni, al punto che nulla gli appariva com­pletamente nuovo, ma tutto veniva a costituire in qual­che modo una conferma. Potevano cosí nascere in lui improvvise illuminazioni (come ne hanno, in determinati casi, anche gli spiriti piú razionali), intuizioni che stu­pivano i suoi compagni forniti di modesta cultura. Per la maggior parte di essi i templi, le porte, le colonne e le iscrizioni erano soltanto pietre e morti monumenti. Lo strano costume che indossavano era per loro solo un tra­vestimento, mentre Champollion ci viveva realmente dentro; sulle teste rase essi portavano giganteschi tur­banti e giacche di panno ricamato in oro e stivali gialli. «Li portiamo bene e con dignità», dice l’hôte. E l’os­servazione indica come il costume rappresentasse per i piú un divertimento. Champollion, che già da anni a Grenoble e a Parigi era chiamato «l’egiziano», si muove come un indigeno, e tutti gli amici lo notano.



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