Alessandro volta. Scienziato e cittadino



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ESTRATTO


ALESSANDRO VOLTA.

SCIENZIATO E CITTADINO
Avv. Antonio Spallino

Presidente Centro di Cultura Scientifica “A. Volta”
Comune di Torno, 28 maggio 1999

Il testo completo sarà pubblicato in un volume conclusivo delle Celebrazioni Voltiane disponibile a partire dal mese di settembre 2002.

Si prega di contattare il Centro Volta: tel. 031.579815 fax 031.573395

e-mail: gabriella.fontanive@centrovolta.it

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Volta nasce e inizia la sua carriera quando c'è ancora l'Austria. Complessivamente saranno per lui 51 anni di sudditanza austriaca (27 anni dall’inizio della sua attività scientifica), 19 anni di dominio napoleonico e, di nuovo, 12 anni di restaurazione austriaca. È questo uno dei punti che alcuni suoi biografi considerano con attenzione, qualcuno con severità, perché il Volta che lavora con convinzione per l'Impero Austriaco è lo stesso che presenta l’omaggio di Como a Napoleone, lo stesso che viene premiato e riceve un appannaggio – un vitalizio – da Napoleone, e infine lo stesso che ritorna, scampando un tumulto milanese e un altro scontro all'Università, in seno alla restaurazione austriaca. La risposta che generalmente si dà è che Volta badava solo ai suoi interessi scientifici, e che pertanto da “buon” comasco, da persona munita di senso pratico, non poteva non tener conto di queste meteore, di questi grandi signori del mondo, dai quali cercava di ricevere aiuto per le proprie ricerche.
Ciò potrebbe indurre a ritenere che Volta fosse del tutto disin­teressato ai problemi particolari locali, e invece no. Intanto, c'è in tutto l'Epistolario un’insistenza non richiesta, anzi, una sottolinea­tura, nei confronti della sua Patria. Nelle più diverse occasioni Volta richiama «la mia cara Patria Como»: come ad esempio quando il Pre­fetto del Dipartimento dell'Olona gli chiede di dare l'indicazione del suo indirizzo per poterlo iscrivere tra i suoi registri. Il Volta risponde che, assolutamente no, lui non fa parte del Dipartimento dell'Olona, bensì del Dipartimento del Lario. E sarà anche Presidente del Dipartimento del Lario, sarà Magistrato delle Acque, e come Magistrato delle Acque – qui ritornano circostanze molto ricorrenti – raccomanda a un certo numero di cittadini di ricorrere al Governo affinché faccia demolire una serie di strutture edilizie costruite sull'Adda ai fini della pesca, poco dopo il ponte di Lecco, e si occupa anche delle esondazioni.
Quando chiede di essere collocato a riposo all'Università, scrive al Ministro degli Af­fari Interni in questi termini: «L'altro motivo viene dalle circostanze mie domestiche, le quali non mi permettono di trasportare tutta la famiglia a Pavia, e per cui negli ul­timi anni passati dovetti lasciar a Como, oltre ai due fratelli Canonici legati a residenza, anche la moglie mia, e i tre figliuolini, e stac­carmi io, e vivere solo a Pavia, facendo sovente delle incomode corse a Co­mo, segnatamente per le ferie di Natale, di Carnevale, e di Pasqua». C'è un passaggio in cui dice: «Io a Pavia sono un forestiero, non ho alloggio, non ho albergo, vivo alla giornata».

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Come Presidente del Consiglio Generale del Dipartimento del Lario, Volta si occupa dell'istituzione del Tribunale a Sondrio per giudicare colo­ro che avevano realizzato la sommossa di Teglio. Come Magistrato delle Acque si occupa – come già accennato –dello sgombero di quegli in­terventi edilizi che frenavano il corso dell'Adda. Dalla Municipalità di Gravedona viene interessato affinché Gravedona non perda la Pretura (e qui c'è tutta una dimostrazione dei costi e dei benefici che conseguirebbero lo spostamento della Pretura in altre sedi).
Si occupa del diritto dei barcaioli a non vedersi requisire le barche dalle Forze Armate che in quel mo­mento occupano la Lombardia, con la motivazione che le barche so­no l'unico strumento di vita di queste persone e non si può quindi sottoporle a tali imposizioni. È membro del Collegio di Revisione dei Distretti Censuari; è membro della Commissione per la Fiera. È membro della Commissione per le Invenzioni e quando, nel 1805 viene diramato un Decreto che accorda premi a quanti si siano distinti come inventori, nell'esercizio di questo compito sarà lui a stendere una relazione sull’invenzione di Candi­da Lena Perpenti, che ha individuato una procedura per la tessitura dell'amianto, cosa che fino a quel momento si aveva notizia avvenisse solo in Siberia e in qualche Paese orientale. Scrive una descrizione dettagliatissima di questo procedimento, ne vanta i benefici, saggia il tessuto sul fuoco per stabilire se perde consi­stenza o cangia colore.
Si interessa di seta. Devo dire che quando tratta questo tema ne esce il ritratto di un Volta che non ha nulla da dividere con il Volta – lasciatemi dire – “pseudo-poeta”, autore di un certo numero di composizioni poetiche, che il Carducci ebbe a liquidare (ritengo con tutte le ragioni) molto seccamente. La prosa del Volta, viceversa, è un piccolo gioiello. Lo si apprezza quando descrive la scossa che si produce sulla lingua in alcuni suoi celebri esperimenti di elettrologia, ma lo si vede anche quando insorge contro una deliberazione del Consiglio Comunale di Como che – per affrontare la crisi della tessitura del 1778 – approva la stipula di un contratto capestro, che prevede che il Comune di Co­mo entri in società con due setaioli comaschi, un nego­ziante e un imprenditore, e che attribuisce a costoro la massima parte dei profitti (se ve ne fossero stati) e al Comune di Como la minimissima parte. Non solo, ma in assenza di profitti, i due si sarebbero approvvigionati quali soci d'opera di quanto di loro spettanza attingendolo al capitale versato dal Comune.
Le espressioni del Volta quando scrive al cognato Don Ludovico Reina per cercare di avviare una reazione a questa delibera – che poi avrà successo anche se poi i due, come si legge, «cavallerescamente rinunziarono al contratto» – meritano di essere riportate per esteso:
«Carissimo Cognato, due righe di tutta fretta. Sarebbe stato bene, che voi aveste potuto intervenire al Consiglio generale tenuto in oggi, o che vi fosse intervenuto il carissimo Rovelli» – Rovelli è il grande storico, fratello del Vescovo Rovelli – «L'Oratore ha fatto tanto che è stato accettato il progetto di associazione coi Mercanti di seta fatto a suo modo, o anzi a modo dei mercanti medesimi. In prima dirò chi sono questi mercanti, se non l’indovinate: sono Pri­mavesi e Casnati; quest'ultimo già sapete, che è tutto cosa sua. Ma sentite gli articoli con cui si stipulerà il contratto di associazione colla Città. Essa somministrerà ai due nominati centomila lire al­meno, ch’essi impiegheranno con altre 100000 proprie in manifat­ture di seta: l'associazione durerà per quattro anni; il primo non perce­pirà alcun frutto la Città, il secondo il due per cento; il terzo tre per cento; nel quart’anno sarà vera associazione cioè toccherà il profit­to eguale alla Città e ai Mercanti, dedotte, credo, tremila lire per questi a conto dell'opera loro. Non provenendo frutti, anzi perdendosi in parte o in tutto i capitali, saran corrisposte ai Mercanti tremila lire all'anno pel titolo medesimo della lor opera ed impiego. Finiti i quattro anni sarà in libertà dei Mercanti il ritenere ancora il capitale della Città coll’eguale ripartizione de’ frutti o il restituirlo (questo è il più bello). Ho rilevato tali essere gli articoli domandandone all'uno e all'altro in segreto quando venni in Città, venuto essendovi tardi, e non essen­dosi compiaciuti i Sig.ri Capi e Maneggiatori di questo affare d’in­formarmi; onde non so se siano precisamente tali, o se ve ne siano degli altri. Quello che son arrivato a tempo d’intendere è il desi­derio de’ mercanti spiegato dal Sig. Oratore, che fossero Delegati della Città, chi? È facile indovinarlo, D. Fulvio Tridi e il M.ese Porro: tosto dunque fu consentito di delegare questi due unitamente all'Oratore medesimo. Indovinare ancora chi parlava in città? Olgi­nati e Natta (già gli altri erano pochi). Dite, non erano questi già imboccati, e tutto il pasticcio già fatto? Maladetta Cameretta.» – cioè il Consiglio Comunale – «Dite; si poteano mai fare articoli più svantaggiosi alla Città? È possibile, che non se ne accettassero di più convenienti e onesti da altri Mercanti? Perchè legarsi a quei due? Quante cose ci si dà luogo da pensare! Orsù, dopo domani viene a Milano l'Oratore per ottenere dal Governo l'approvazione del progetto, e la dispensa di levare dal Monte di S. Teresa le lire centomila o più; voi potete opportunamente parlare, perchè la cosa sia ponderata naturalmente pria, che s’accordi e si conchiuda».
Come ho accennato, poi, i due cavallerescamente rinunceranno al contratto. Ciò avviene nel 1778.

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C'è ancora la chiamata del Volta a Membro della Commissione di Ornato, cioè della Commissione Edilizia, che viene rivolta dal Pre­sidente del Consiglio Comunale. La sua risposta è di un’umiltà che non di rado i grandi scienziati hanno, perché solo chi è convinto di non sapere ha il senso dell'umiltà, e nella risposta si legge che lui non si ritiene degno di questo incarico perché non ha le sufficienti competenze. Ciò nonostante il Sindaco di allora e il Consiglio Comunale insisteranno in questa richiesta ed, essendo lui cittadino di Co­mo, si adopererà con tutto l'impegno nell'apprendere an­che queste competenze e porrà questo suo impegno a disposizione della città.
Che cosa ne esce, a mio giudizio? Ne esce il ritratto di una persona che – il tema è ricorrente – ha avvertito il dovere di restituire alla sua città una parte dei talenti di cui è stato donato e che ha coltivato; di restituirla senza avere mire di carattere politico o di prestigio personale. Che prestigio poteva ricavare il Volta – giunto al sommo della fisica, riconosciuto da tutte le società scientifiche del mondo come maestro nella sua competenza – che prestigio poteva ricavarne a realizzare questo impegno, ad assumerlo su di sé e adempier­lo?
Qui mi sembra di notare una testimonianza di autentico civismo, che dovrebbe insegnare a ciascuno di noi come ci si deve comporta­re nei confronti della propria terra, e in questo credo che il Volta sia stato veramente esemplare.
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