Strade romane ed itinerari di pellegrinaggio cristiani




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Strade romane ed itinerari di pellegrinaggio cristiani



Fig.1 Immagine del tipico pellegrino in una stampa del ‘700 (pelle.gif)
INDICE:


  1. INTRODUZIONE

  2. GLI ESORDI DEL PELLEGRINAGGIO DEVOZIONALE

  3. STRADE DI ORIGINE ROMANA E ROTTE MARITTIME

  4. LE ALPI: VIE PER L’EUROPA

  • LA RINASCITA DEL SEPTIMER PASS

  • IL PASSO DEL GRAN SAN BERNARDO

  1. LA VIA FRANCIGENA

  • LA VIA FRANCIGENA IN LOMBARDIA

  1. LA VIA POSTUMIA

  2. SANTIAGO DI COMPOSTELLA

  3. IL PELLEGRINO E IL SUO MONDO

  • LA VISIONE DEL PELLEGRINO

  • I PELLEGRINI NELLA SOCIETA’ MEDIEVALE

  • I CRISTIANI IN CAMMINO

  • LA RAPPRESENTAZIONE DEL SACRO LUNGO IL CAMMINO

  • LA STRADA E L’OSPITALITA’


  1. INTRODUZIONE

In età medievale i viaggi si svolgevano lungo la rete delle antiche strade romane, che ci si sforzava di preservare curandone bene o male (piuttosto male di solito) la manutenzione. E non erano certo viaggi comodi. Le strade erano per lo più semplici piste ricoperte di fango e, d’inverno, di ghiaccio; bisognava fare i conti con gli ostacoli naturali quasi insormontabili, come le Alpi, che non si attraversavano a cuor leggero e quasi mai d’inverno.

I corsi d’acqua, dotati di ben pochi ponti, e di altrettanti pochi servizi regolari di traghettamento (come quello sul Po a Piacenza), dovevano per lo più essere attraversati a guado, col rischio di annegare o almeno perdervi animali e bagagli. Avventurarsi nei boschi (e l’Europa allora era letteralemente ricoperta di foreste) era sempre molto rischioso; infatti ci si poteva facilmente perdere lungo i sentieri mal segnalati, o si potevano fare brutti incontri, sia di animali feroci (lupi e orsi erano numerosissimi), sia di malfattori di ogni genere.

Di solito, i viaggi comportavano percorsi compositi: un tratto di strada romana, il traghettamento di un corso d’acqua, un sentiero attraverso una foresta, un tratto di navigazione fluviale. In ogni caso, sia che si viaggiasse a piedi, sia che ci si potessero permettere carri e cavalli, la coscienza dei rischi da affrontare era tale che chi doveva partire per un lungo viaggio vi si preparava (per esempio facendo testamento) sapendo che sarebbe potuto non tornare.




  1. GLI ESORDI DEL PELLEGRINAGGIO DEVOZIONALE



Fig.2 Carta dei principali percorsi


seguiti dai pellegrini per raggiungere

Roma, Gerusalemme e Santiago di Compostella.(pell1.jpg)

L'imperatore Costantino (280-337 d.C.) favorì notevolmente, anche a livello economico, i pellegrinaggi in Terra Santa. La sua stessa madre, Elena, si incamminò per Gerusalemme nel 326, quando venne scoperto il luogo del Santo Sepolcro, e tornò a Roma con alcuni resti della croce di Gesù.

L’Editto di Milano del 313, concordato tra i due imperatori Costantino e Licinio, applica il principio di libertà religiosa, favorendo i culti sia pagani sia cristiani, nell’ambito di una politica che fonde gli aspetti religiosi con le esigenze proprie dell’organismo statale: ha inizio così l’impero cristiano. Nel 325 a Nicea Costantino, che presiede personalmente il concilio, proclama l’unità della chiesa libera e pone le premesse per l’evoluzione verso la religione di stato.

Dopo la morte di Costantino, avvvenuta nel 337, e un trentennio di lotte dinastiche crudeli e violente, il breve regno di Giuliano l’Apostata (360-363), imperatore asceta convertitosi al paganesimo, non incide sul cammino segnato da Costantino, neppuire dopo il regno di Valentiniano (363-375), legato al tradizionalismo pagano.

Nel 380, a Tessalonica, l’imperatore Teodosio (379-365), cristiano anche per tradizione famigliare, conferma l’ortodossia proclamata a Nicea. Con il II Concilio Ecumenico di Costantinopoli (381) e con i successivi editti imperiali, il cristianesimo si avvia a diventare religione di stato. Dopo il 390 Teodosio intensifica la sua azione antipagana proibendo ogni atto di culto, sacrifici e cerimonie: è la fine del paganesimo, anche come religione tollerata nella vita pubblica.

Alla fine i suoi figli si dividono l’impero: Arcadio la pars orientalis e Onorio la pars occidentalis. L’impero è ora affiancato al cristianesimo, ormai organizzato nella sua gerarchia; con l’inizio del secolo l’esercizio del potere sarà appannaggio di due nuovi protagonisti, lo stato e la chiesa. Nel panorama delle tormentate vicende politiche che caratterizzano gli anni fra la fine del III secolo e l’inizio di quello successivo, si creano le condizioni e i presupposti per la nascita di un fenomeno singolarissimo, che avrà nel medioevo il suo pieno fiorire e che si manifesta come il percorso terreno della fede, cioè la peregrinatio ad loca sancta, secondo il titolo di una memoria di viaggio in Terra Santa, critta verso il 415 da una monaca, certa Egeria o Eteria.

Forse già alla fine del III secolo, ma soprattutto nel IV i sepolcri dei martiri vengono visitati; Roma è la città che più di ogni altra custodisce le memorie del martirio, è qui che gli apostoli hanno svolto la loro opera di diffusione della parola di Cristo ed è qui che si offrono alla venerazione dei pellegrini il maggior numero di testimonianze della fede dei primi tempi cristiani. Nel 326 Elena, madre dell’imperatore Costantino, compie un viaggio in Terra Santa. In quell’occasione individua tre luoghi santi, cristiani, che ritiene degni di particolare devozione: la grotta scavata per il sepolcro, la grotta naturale sul Monte degli Ulivi e la grotta sacra di Betlemme. Su questi luoghi gli architetti imperiali costruiscono le basiliche per l’assemblea dei fedeli, l’ecclesia. Già alla fine del IV secolo prende forma la legenda crucis: l’imperatrice avrebbe ritrovato, infatti, le tre croci usate per l’esecuzione di Gesù e dei due ladroni e una guarigione miracolosa le avrebbe permesso di riconoscere, fra queste, il “Santo Legno”.

Tre sono le mete finali delle peregrinationes maiores, che avranno notevole incremento soprattutto nel medioevo: Roma, che racchiude le memorie dei martiri, Gerusalemme, ove si trovano i luoghi santi della vita terrena di Cristo, e Compostella, ultima meta in ordine di tempo, sede del culto fiorito sul ritrovato del sepolcro dell’apostolo Giacomo. Nel 614 Gerusalemme venne invasa dai persiani e nel 638 il califfo Omar la conquistò come Città Santa per l'Islam. I pellegrinaggi in Palestina non vennero impediti, ma divenne più difficile il percorso per raggiungere i Luoghi Sacri, soprattutto via mare, anche a causa dei pirati. Più tardi, quando anche l'accesso a Gerusalemme venne proibito, iniziarono le prime Crociate.

Non essendoci più libero accesso ai Luoghi Santi della Palestina, iniziò così un pellegrinaggio spontaneo verso i luoghi sacri europei, soprattutto verso Roma, per visitare le tombe degli apostoli. All'inizio del secondo millennio le antiche strade consolari romane, ormai in cattivo stato, vennero rimesse a posto e gli stessi viaggiatori tracciarono nuovi percorsi.

L’Itinerarium Burdigalense, redatto nel 333 da un anonimo pellegrino, in viaggio da Bordeaux verso Gerusalemme, elenca le tappe lungo la strada, ma anche i luoghi santi che devono essere meta di visita. Nel 465 Sidonio Apollinare da Lione visita Roma e qui si reca alla tomba del principe degli apostoli. E proprio da Roma, tra il IV e V secolo, si diffonde in occidente il culto delle reliquie e la venerazione dei santi; un’attenzione sempre maggiore viene rivolta a Pietro e a Paolo, principes apostolorum, ai luoghi del loro martirio e alle loro sepolture.

L’Itinerarium Burdigalense riporta il nome delle vie che l’ignoto pellegrino al ritorno dalla Terra Santa, dopo essere sbarcato a Otranto, percorre: l’Appia Traiana, e, dopo Roma, la Flaminia e l’Emilia. La via Aurelia, naturale collegamento con le Gallie lungo la costa ligure, sembra al tempo meno usata, come ricorda anche il poeta Rutilio Namaziano che, nel 416, per far ritorno a Narbona, nelle Gallie, preferisce il viaggio di cabotaggio lungo la costa, piuttosto che affrontare l’itinerario terrestre, pressochè abbandonato e privo di manutenzione.

Tuttavia, ancora nel X secolo, la città di Luni costituisce una tappa obbligata nei percorsi verso Roma per i pellegrini che provengono dal nord Europa. A testimonianza del luogo di caposaldo che la città continuò a rivestire anche nella viabilità tardo antica e altomedievale, resta la massiccia stratificazione che si è accumulata nel tempo sul basolato del decumano massimo. Sarà attraverso questo città che transiteranno nel 990 Sigeriano, vescovo di Canterbury, durante il suo viaggio ad limitem beati Petri e nel 1050 il monaco islandese Nikolas di Munkathvera. Come risulta del resoconto di viaggio di quest’ultimo, nella splendida civitas convergevano le strade provenienti dalla Spagna e dalla terra di San Giacomo. Sembra attivo in questo senso il tracciato transappeninico che collegava Luni con la grande via publica Aemilia Lepidi, attraverso il passo della Cisa (Monte Bardone), e probabilmente ancora in uso, anche se meno battuto, il percorso che toccava la costa ligure, che alterna tratti litoranei ad altri più interni di cornice, forse integrato da brevi rotte marittime.

Il superamento della barriera alpina avviene attraverso il passaggio del Gran San Bernardo, come succedeva già in antico, al quale si affiancano ora quelli del Moncenisio, del San Gottardo e del Brennero. Raggiunta la pianura padana il grande asse stradale romano della via Aemilia Lepidi continua ad accogliere il flusso interrotto dei viaggiatori e dei pellegrini.


  1. STRADE DI ORIGINE ROMANA E ROTTE MARITTIME

Questa (pianura) è divisa quasi nel mezzo dal Po; una parte è chiamata Cispadana, l’altra Transpadana; la Cispadana è tutta la regione vicino agli Appennini e alla Liguria, la Transpadana è la rimanente. L’una è abitata da tribù liguri e celtiche che vivono in parte sui monti, in parte in pianura; l’altra, invece, è abitata dai Celti e dai Veneti.” Strabone V 1, 4


Fig.3 Luni. Ricostruzione assonometrica della strada dall’età romana alla medievale. (pell22.jpg)

Il vasto territorio nord italico, la Cisalpina, protetto a settentrione dai baluardi rocciosi delle Alpi, è geograficamente diviso dal corso del fiume Po, che costituisce la linea di demarcazione tra le terre del nord, Transpadana, e le terre del sud, Cispadana. La romanizzazione del settore nord occidentale dell’Italia avviene quale naturale epilogo di un piano strategico di conquista. Di pari passo con le operazioni militari procede la strutturizzazione del territorio con la realizzazione delle viae publicae.

Dalle notizie tramandateci dalle fonti storiche traspare che una rete stradale doveva interessare, almeno dal II secolo a. C., i territori nord occidentali di quello che è oggi il comprensorio regionale ligure; di questi tracciati viari sopravvivono oggi pochi documenti archeologici specifici, intendendo con questo termine effettive strutture legate alla realizzazione di una via publica, quali tratti stradali, ponti, viadotti, guadi, pietre miliari e quant’altro inequivocabilmente riferibile alla viabilità.

Fig.4 Rete stradale romana nell’Italia Settentrionale (pell8.jpg)

In epoca romana, le strade venivano tracciate soprattutto per scopi militari, per le truppe che andavano a conquistare nuovi territori. La velocità di un carro poteva essere di circa 6-7 chilometri all'ora e in una giornata si potevano percorrere circa 50 chilometri. Le strade erano lastricare e quindi il passaggio dei carri era alquanto rumoroso.



Fig.5 Antica mulattiera di Sestri Levante (pell9.jpg)

La più antica via realizzata da Roma, risalente il litorale tirrenico, verso l’Etruria costiera subito dopo la sua conquista tra il 280 e il 273 a. C., è la via Aurelia, 241 a. C., la cui realizzazione è attribuita a Aurelio Cotta. Questo intervento di apertura di unavia publica, si rende indispensabile nell’ottica della politica occidentale di Roma, in relazione anche alle basi navali dislocate lungo la costa, quali Pisae e poi il portus Lunae.

Questo tratto di viabilità costiera, che collegava Pisae e il portus Lunae, viene identificato con l’Aurelia Nova, risalente al 200 a. C. La fondazione coloniale avviene in un terreno già attraversato da una via publica, che costituirà il decumano massimo della nuova città, condizionandone l’orientamento. Di un prolungamento costiero della strada fino all’emporio di Genua, non ci sono elementi certi anche se sappiamo che la città è testa di ponte per la penetrazione romana verso il nord ed è probabile che una via costiera la collegasse con Luna e Pisae, come del resto attestano le fonti antiche, i documenti itinerari e il permanere della denominazione di via Aurelia, riferita al percorso litoraneo. L’importanza di Genua è confermata dall’apertura della via Postumia, realizzata dal console Postumio Albino nel 148 a. C., che collega la città con l’estremo arco nord orientale della penisola, fino ad Aquileia.

Dopo la definitiva sottomissione delle tribù liguri delle Alpi Marittime, l’imperatore Augusto realizza, ricalcando i più antichi tracciati della Postumia e dell’Aemilia Scauri (percorso costiero che raggiungeva Vada Sabatia, a occidente di Genova), la via Iulia Augusta. Questa strada fungeva da collegamento tra la pianura padana, la frontiera occidentale d’Italia e la provincia della Gallia Narborense. La via, proveniente da Placentia, si dirige ad Aquae Sextiae, per scendere al mare raggiungendo Massalia, da dove prosegue verso ponente.

Nessuna strada in Liguria è stata costruita appositamente per i pellegrini. Dal momento però che i principali dei principali percorsi, di origine romana, andavano da nord a sud, dalla Pianura Padana ai porti del Mediterraneo Occidentale e all’Italia centro meridionale, via terra o via mare, essi si prestavano molto bene per i pellegrini che provenivano dai paesi settentrionali ed erano diretti a Roma e alla Terra Santa. Il passaggio dell’Appennino e delle Alpi Marittime con percorsi montagnosi lunghi fino a 80 Km, è sempre stato per regioni naturali, come quello delle Alpi, uno dei più difficili da superare e quello dove le buone strade erano indispensabili. La strada parallela alla costa Ligure era caratterizzata da continue salite, anche se raramente lunghe, per superare i crinali che dividono le grandi valli perpendicolari al mare. Tale strada diretta, da est a ovest, ben si prestava ai pellegrini diretti e di ritorno da Santiago De Compostela. Questo percorso era comunque facilmente sostituibile con il cabotaggio del Mar Ligure.

L’alta densità abitativa a discapito dell’etroterra, che si sviluppa principalmente in corrispondenza dei principali valici appenninici, trova ampia giustficazione nell’oggettiva difficoltà dei percorsi terrestri sia di penetrazione sia di collegamento dei centri costieri. Poiché quindi la vita si svolgeva in riva al mare, uno dei principali fattori economici era rappresentato dalle rotte marittime. Questi ed altri elementi, quali la maggior durata del viaggio, il pericolo di assalti di briganti, gli alti costi per le tappe delle carovane, hanno da sempre privilegiato i trasporti marittimi.



Fig.6 San Martino discepolo nell’Isola Gallinaria (pell17.jpg)

I primordi del cristianesimo in Liguria coincidono con l’arrivo dei santi Eremiti sulle isole liguri: nel IV secolo S. Martino si ritira sulla Isola Gallinaria, metre S. Eugenio si stabilisce nell’Insula Liguriae nel VII, e nella stessa epoca S. Venerio eleggie l’isola del Tino a suo romitorio.



Fig.7 Isola Gallinaria. (Isola gallinaria.jpg)

È in questi secoli che nasce e si sviluppa quel fenomeno di devozione che nell’arco di molti secoli indurrà migliaia di fedeli ad abbandonare ogni bene materiale e a mettersi in cammino per visitare i luoghi consacrati a questa nuova religione trionfante, con la speranza di ottenere miracoli dalle reliquie dei santi e la salvezza dell’anima. Ogni pellegrinaggio presentava due problemi principali: il finanziamento del viaggio, comprensivo del costo del mezzo di trasporto, del sostentamento, dell’obolo che si doveva pagare per visitare i luoghi santi, e la gestione dei propri beni durante l’assenza, che poteva anche prolungarsi. La pericolosità delle strade inoltre, consigliava taluni di effettuare il pellegrinaggio per interposta persona, pagando cioè qualcuno perché lo effettuasse in vece propria. Quasi tutti i pellegrini, infine, facevano testamento prima della partenza. La ricerca archeologica ha ormai provato come i porti liguri di tradizione romana ed altomedievale abbiano continuato a funzionare, pur con alcune differenze, almeno fino al XIII-XIV secolo. Il porto-canale di Albintimilium, sviluppatosi probabilmente alla fine del I sec. D.C., è stato impiegato almeno fino al VII sec d.C. Le navi dei pellegrini trovarono riparo sicuramente anche nel porto di Albingaunum, ubicato con ogni verosimiglianza sul ramo del Centa, ai piedi del capo San Martino, ed oggi completamente interrato.



Fig.8 Vescovo che benedice una galea. Codice membraceo miniato, metà del XIV sec. (pell2.jpg)

A differenza di Albenga e Ventimiglia, il porto di Genova è passato indenne attraverso tutte le incursioni barbariche, ed ha continuato a rappresentare il primo porto ligure anche in epoca Bizantina, allorchè divenne la capitale della Maritima Italorum. L’attività marittima continua anche sotto i Longobardi e nell’VIII sec. conosce una grande fortuna per il trasporto delle reliquie dei santi sottratti ai luoghi conquistati dai Saraceni. Ulteriore fortuna toccherà al porto con l’inizio delle imprese crociate. Il traffico dei pellegrini non conosce soste: già nel XII sec. vengono allestiti gli Ospitali per i pellegrini, quali la Commenda de Pre. La grande richiesta di passaggi per la Terra Santa indusse i padroni delle imbarcazioni a regolamentarne il trasporto: in un atto conservato nell’Archivio di Stato di Genova, infatti, troviamo prescritto che il numero massimo dei pellegrini imbarcabili per ogni viaggio è cinquanta, e che tra loro non dovevano esservi donne. L’unica nave che poteva trasportare cento pellegrini era la “navis Paradisus Magnus”, un vero gigante dei mari. È inoltre interessante notare che i passeggeri non potevano occupare il ponte a loro piacimento, ma dovevano sostare esclusivamente nella parte prodiera, davanti cioè all’albero di maestra.



Fig.9 Ex Voto, datato 1498. (pell14.jpg)

Intorno alla metà del ‘300, però, i pellegrini incominciarono a preferire di imbarcarsi a Venezia, che aveva organizzato un apposito settore di trasporti, gestito da privati, il servizio cioè delle Galee di Giaffa, ed offriva migliori itinerari a prezzi più contenuti.



Fig.10 Cartina dell’Italia del 1477. (pell15.jpg)



  1. LE ALPI: VIE PER L'EUROPA




  • LA RINASCITA DEL SEPTIMER PASS

Negli Annales Stadenses, scritti intorno alla metà del XIII secolo, sono descritti gli itinerari che i pellegrini del nord Europa potevano seguire per raggiungere Roma o Gerusalemme. In una possibilità di percorso per il viaggio di ritorno, la guida suggerisce a coloro che provengono dalla Svevia e dalle regioni circostanti, di passare il lago di Como, e, attraversato il Septimer Pass, di raggiungere le proprie terre.

Se l'anonimo "auctore Alberto" fornisce questa informazione senza peraltro specificare altre indicazioni, è evidente che, almeno nell'epoca in cui il testo viene scritto, questa via di passaggio era conosciuta e normalmente transitata. Un simile suggerimento, oggi non risulterebbe egualmente chiaro e significativo.



Fig.11 Mappa murale raffigurante il Septimer Pass (Septimer pass1.jpg)

Il Septimer Pass, o Pass da Sett (2311 m.) fu utilizzato in epoca romana per collegare Chiavenna e il lago di Como (quindi Milano e la Pianura Padana) con Coira, capitale della Rezia. La strada, seppur piuttosto difficile, permetteva di attraversare le Alpi con una sola salita e discesa. Tale caratteristica fece sì che essa fosse utilizzata finché il trasporto avvenne con le some: fino agli inizi dell'Ottocento il passaggio dei valichi alpini avveniva infatti caricando sui muli le merci e le carrozze smontate. I viaggiatori invece, montavano su slitte o speciali ceste con stanghe o portantine. Nell'Ottocento, quando le strade dei maggiori passi vennero rese carrozzabili, il Septimer rimase una mulattiera. Ciò segnò il suo lento ma inesorabile declino che determinò anche la decadenza dell'antico ospizio di S. Pietro che sorgeva sul passo per ospitare i viandanti. Proprio presso i ruderi dell'ospizio medioevale sono stati ritrovati frammenti di ceramica ed una moneta d'argento di epoca romana.

Da Chiavenna a Coira esistevano due strade: la cosiddetta "strada inferiore" attraverso il Passo Spluga e la "strada superiore" che toccava il Settimo oppure il Maloja ed il Passo Julier ( Pass dal Guglia, in romancio), dove ancora oggi due colonne ai lati della strada testimoniano l'esistenza di una strada romana. Alla fine del Trecento la strada del Settimo fu in diversi punti rinnovata per permettere il transito di carri molto pesanti. La sua sede stradale era ampia e comoda ed il suo utilizzo comportava il pagamento di un pedaggio. Per favorire i traffici mercantili, nel 1387 il cavalier Giacomo da Castelmur, incaricato dal vescovo di Coira, fece costruire una strada carreggiabile da Tinzen a Piuro. Ugualmente decisivo per la fortuna del Septimer fu il ruolo dei cosiddetti "porti," cioè le corporazioni che detenevano il monopolio del trasporto delle merci tra Coira e Chiavenna.


  • IL PASSO DEL GRAN SAN BERNARDO

Chiamato Summum Poeninum ai tempi dei Celti e dei Romani, il Gran San Beranardo fu, sin dall'antichità uno dei principali valichi delle Alpi. Nel 47 d. C. l'imperatore Claudio fece costruire una strada militare al posto della mulattiera per favorire il collegamento tra Mediolanum (Milano) ed Octodurus ( Martigny), capitale della Civitas Vallensium romana.

Intensamente frequentato nell'alto medioevo come via di comunicazione tra la Pianura Padana e la Borgogna, ai tempi dei Longobardi e dei Franchi la fortuna del valico crebbe grazie alla fondazione di un monastero carolingio a Bourg Saint Pierre sul versante vallesano, monastero che la tradizione vuole occupato e saccheggiato dai Saraceni nel X secolo. In quest'epoca le carovane di mercanti e di pellegrini erano regolarmente assalite dai predoni. Nel 972 pare che una banda di saraceni avesse fatto prigioniero l'abate di Cluny, San Maiolo, durante un viaggio di ritorno da Pavia. Nascosto in una caverna nei pressi di Oursieres, venne liberato solo dopo il pagamento di un consistente riscatto da parte della potente abbazia.

Nelle fonti itinerarie medioevali il Passo del Gran San Bernardo risulta ripetutamente citato. L'arcivescovo di Canterbury Sigeric, di ritorno da Roma, dove ricevette dal papa il "pallio", nel viaggio di ritorno tenne un diario in cui sono registrate le 80 tappe da Roma al Canale della Manica. Sigeric da Vercelli, raggiunge Ivrea, Pontey, Aosta, Saint Remy, Bourg Saint Pierre.Attraversa quindi le Alpi transitando per il valico del Gran San Bernardo che dal versante nord, si raggiungeva risalendo l'alta valle del Rodano.

Sigeric annota le tappe a proposito del passaggio sul valico alpino ma non fornisce ulteriori informazioni che troviamo invece in una successiva fonte itineraria, il Diario del pellegrinaggio a Roma e Gerusalemme di Nikulas di Munkathvera, abate islandese scritto attorno al 1154.

Il testo, giunto a noi nella versione originale in antico norvegese, è una delle più ricche fonti di informazioni del XII secolo. Come Sigeric anche l'abate islandese attraversa le Alpi al Passo del Gran S. Bernardo dove sosta nell'omonimo ospizio. Sul passo, aggiunge l'abate, si trova anche lo spedale di S. Pietro. L'itinerario seguito da Nikulas alla volta di Roma è quello percorso da Sigeric: a sud del Gran San Bernardo è citata Etroubles, Aosta , bella città con sede vescovile ove riposa Sant'Orso, quindi Ivrea, Vercelli, Pavia e le successive tappe sulla Via Francigena.

Fig. 12 Tratto della via Francigena attraverso il passo del Gran San Bernardo (via franc gran sb.jpg)

Al passo, annota nel suo diario l'abate, "spesso in estate, nel giorno di sant'Olaf (29 luglio) la neve è sulla roccia e il lago (del Gran San Bernardo) è ghiacciato". Sul passo, così come attesta il diario di Munkathvera esistevano, nel 1154 circa, due ospizi: quello di Saint Pierre, di più antica fondazione, sorto sotto la giurisdizione del monastero di Saint Pierre e via via caduto in abbandono, e quello di S. Bernardo "situato in cima alla montagna ".

Il secondo venne fondato intorno alla metà del XII secolo da Bernardo di Mentone, arcidiacono di Aosta che lo pose sotto la protezione di S. Nicola, patrono dei mercanti. In realtà, anziché con il nome del santo protettore divenne più comunemente indicato con quello del fondatore. Ad esso Bernardo affiancò una comunità di monaci agostiniani che doveva provvedere all'assistenza ed alla ospitalità di coloro che transitavano sul valico.

L'iniziativa di S. Bernardo fu largamente favorita dai conti di Savoia-Maurienne che, nell'ospizio, videro anche un motivo di impulso per i traffici mercantili. La sua apertura permetteva infatti di compiere in due tappe anche nella stagione invernale il tratto Bourg Saint Pierre - Saint Rhemy, ultime soste sui due opposti versanti alpini.

A Borg Saint Pierre sostavano le carovane e le merci dovevano essere caricate sui muli. nel villaggio esistevano anche un convento secondo la tradizione di origine carolingia ed un ospizio per i pellegrini ed i viandanti. Costruito nel 1364 fu completamente rifatto nel 1770 e dotato di 10 letti.

Sul versante opposto, superato il Passo, la sosta era a Saint Remy dove nel 1263 i mercanti pagavano il pedaggio ai Savoia che ne avevano acquistato i diritti.

Grazie all'intensificarsi dei transiti, sul passo, l'ospizio di S. Bernardo acquistò in poco tempo grande prestigio tanto da assorbire molti beni posseduti nell'antico monastero di Saint Pierre. Il 18 giugno 1177 il pontefice Alessandro III lo dichiarò sotto sua protezione.

Favorita dall'opera dei monaci e dei Savoia la strada accrebbe la sua fortuna commerciale soprattutto grazie alle fiorenti fiere della Champagne nel XI- XII secolo.

A metà '400 furono approvate le costituzioni che regolavano le opere di pietà dei monaci e i vari uffici previsti tra cui l'istituzione di un canonico che aveva il compito di sovrintendere all'assistenza ed al soccorso di viandanti e pellegrini.

Oltre che sulle numerose "soste" l'organizzazione dei trasporti si basava sulle corporazioni dei "marroniers" citati già, pare, nel 900. Essi avevano precisi obblighi di assistenza e manutenzione della strada; erano tenuti inoltre a rispettare le regole imposte nei confronti dei canonici dell'ospizio. Più recente invece l'impiego dei celebri cani che avevano il compito di accompagnare i "marroniers" aprendo loro la strada nella neve o cercando i malcapitati travolti dalle valanghe.

Attraverso la precisa indicazione dei luoghi abbiamo potuto, grazie al diario di Sigeric e a quello di Munkathvera, ricostruire il tracciato della Via Francigena, la via "originata dalla Francia" che collegava Roma con le regioni francesi e dell'asse renano, itinerario assi frequentato in epoca medioevale.


  1. LA VIA FRANCIGENA

All'inizio del II millennio l'Europa era percorsa da una moltitudine di pellegrini in cammino alla ricerca della perduta Patria Celeste. In quell'epoca il viaggio non era una semplice avventura, portava in sé un aspetto devozionale: il pellegrinaggio ai Luoghi Santi della religione Cristiana.

Tre erano i poli di attrazione per questa umanità in cammino:


  • Roma, luogo del martirio dei Santi Pietro e Paolo, fondatori della Chiesa e organizzatori della comunità ecclesiale cristiana;

  • la Terra Santa, sede del Golgota, dove sui resti di Gerusalemme si ricercavano i luoghi della passione di Cristo;

  • Santiago di Compostela, l'estrema punta dell'Europa Occidentale, dove finiva la terra e dove l'Apostolo San Giacomo aveva scelto di riposare in pace.


Fig.13 I percorsi di pellegrinaggio verso le tre mete spirituali dell'Europa del Medioevo.
In blu un particolare della Via Francigena in Italia (intro franc.jpg)

Tra le strade che conducevano a Roma quella di primaria importanza era senz'altro la Via Francigena, detta anche Romea, che, proveniente dalle Alpi Occidentali e dalle regioni Renane, fu percorsa per almeno sette secoli da sovrani, imperatori, plebei e religiosi. La Via Francigena, questo itinerario della storia che ha avuto la prerogativa di mettere in comunicazione culture, leggi, idee, arti dei diversi paesi d'Europa, non solo ha creato le fondamenta di un'Europa senza barriere, ma ha altresì contribuito alla sua stessa costruzione, favorendo nuovi scambi commerciali che hanno prodotto lo sviluppo delle tradizioni locali come feste, fiere, mercati (per il trasferimento dei grandi empori da e per la Francia), delle funzioni dei luoghi e degli edifici (stazioni di posta), delle gerarchie territoriali (poli urbani, rete viaria e dei trasporti).

La via Francigena era un'antica strada formatasi in Francia e perciò detta anche «francesca», o «dei franceschi» o anche «Ruga Francisca». Essa costituiva il collegamento tra le regioni transalpine e Roma, da cui la duplice denominazione. Collegava la Borgogna al Piemonte, attraverso i passi del Moncenisio, del Monginevro e del Gran San Bernardo.

Il nome di «via Francigena» si estese con il tempo ad altre strade che si collegavano con essa per raggiungere diversi punti importanti dell'Europa. Il tratto più antico prese anche il nome di via Tolosana, una delle quattro vie francesi che portavano in Spagna, a Santiago di Compostella. In Italia, specialmente in territorio laziale, era detta anche via Romea o via Sacra e, dopo aver raggiunto Roma, proseguiva per la Puglia, da dove i pellegrini si imbarcavano per raggiungere la Terra Santa.

Fig.14 Il percorso della via Francigena in Europa (via fran in europa.jpg)

Nel tratto pugliese, da Benevento partiva la Via Sacra dei Longobardi, che portava a Monte sant'Angelo, sul Gargano, al santuario dedicato a San Michele Arcangelo, qui apparso in una caverna nel V secolo.

Altri percorsi della via Francigena partivano invece dal nord Europa, da Calais o Rouen (Francia), da Bruges (Belgio), da Leida e Utrech (Olanda), da Aalborg (Danimarca), da Lubecca (Germania), scendendo verso Roma passando per Colonia, Strasburgo, Basilea, oppure per Eisenach, Augusta, Innsbruck, il Brennero, con percorsi alternativi lungo la costa ligure, quella adriatica, lungo gli appennini e innestandosi con le antiche vie romane.

L'Europa centrale inoltre era attraversata diagonalmente da altre due importanti strade: la Niederstrasse, al nord, con centro ad Aquisgrana, e la Oberstrasse, più a sud, con centro ad Einsiedeln in Svizzera. Utilizzando queste strade, che incrociavano e si collegavano con diverse varianti alla via Francigena, si potevano raggiungere numerosi altri luoghi di pellegrinaggio oltre a Roma, Santiago di Compostella e la Terra Santa.

Per questa via transitarono, portati dagli uomini, segni, emblemi, culture, linguaggi appartenenti ad una comunità più vasta, quella dell'Occidente Medioevale. Ancora oggi sono rintracciabili sui nostri territori frammenti e memorie di quegli itinerari che fondano la storia Europea. "Tutte le strade portano a Roma", sostiene un antico detto popolare, ma la strada Francigena è senz'altro la più affascinante: è la strada che porta con sé lo spirito di ricerca degli elementi di una "unità nella diversità" contribuendo a cercare l'identità culturale dell'Europa di oggi.

Di questa via maestra, percorsa in passato da centinaia di migliaia di pellegrini in viaggio per Roma, siamo oggi in grado di ricostruire l'itinerario, grazie alle memorie di diversi pellegrini, primo fra tutti Sigerico, Arcivescovo di Canterbury.

Costui nel 994 si recò nella capitale della Cristianità per ricevere l'investitura dal Papa. Impiegò probabilmente due mesi per percorrere le mille miglia tra Canterbury e Roma, dove sostò tre giorni. Durante il ritorno alla sua diocesi tenne un dettagliato diario di viaggio, registrando le ottanta tappe de Roma usque ad mare che oggi sono i punti nodali del più tradizionale itinerario sulla Via Francigena.

Le tappe fondamentali della via Francigena erano costituite da Canterbury, Calais, Bruay, Arras, Reims, Chalons sur MarneBar sur Aube, Besancon, Pontarlier, Losanna, Gran San Bernardo, Aosta, Ivrea, Santhia, Vercelli, Pavia, Piacenza, Fiorenzuola, Fidenza, Parma e Fornovo.

Il tracciato di questa via ha un asse centrale di riferimento ma anche un ventaglio di varianti e articolazioni di percorso alternativi. Infatti accanto ad essa, specialmente in epoca comunale con lo sviluppo delle università e dei commerci, si formarono, nuove strade e deviazioni che servivano per poter raggiungere non solo luoghi di pellegrinaggio e di preghiera, ma anche nuove città o nuovi villaggi formatisi magari attorno ad una basilica o ad un monastero, un nuovo mercato, una locanda, un ospizio, un nuovo posto di studio, di lavoro, di contrattazione d'affari.

Fig.15 Particolare della via Francigena nel Nord Ovest dell’Italia (tappe la spezia.jpg)

La Via si struttura nel tempo e le sue origini vanno ricercate nell'alto medioevo, quando i Longobardi la scelsero come asse strategico a buona distanza dai domini bizantini. Per scendere da Pavia, centro del regno italico, a Roma, la via appenninica del Passo della Cisa, o via di Monte Bardone, fu scelta obbligata per i Longobardi, essendo le strade consolari costiere (Aurelia, Flaminia, Emilia) e quelle interne (Cassia) troppo esposte. Tuttavia i tratti di sentiero su cui finì inevitabilmente per sovrapporsi la via Francigena, si formarono sui percorsi vecchie strade consolari romane un tempo usate soprattutto per lo spostamento di truppe militari, per il servizio postale o per la transumanza.

Il fenomeno del pellegrinaggio medievale e l'importanza di Roma come meta sacra tra le più alte, fa della strada una via di comunicazione europea particolarmente importante anche sotto il profilo culturale. Con moltitudini di persone di diverse lingue, Paesi, censo e cultura, che viaggiavano sulle comuni strade d'Europa, facendone un luogo di incontro e di scambio culturale, nacque anche l'esigenza di stabilire nuove leggi stradali.


  • LA VIA FRANCIGENA IN LOMBARDIA

Vercelli, la "Vercel" di Sigeric, era la XLIII tappa del suo viaggio di ritorno. Molti di coloro che giungevano in questo antico municipio romano costituitosi in Comune nel XII secolo, attraversavano le Alpi superando il Passo del Moncenisio, del Monginevro oppure quello del Gran S. Bernardo. I primi percorrevano la Valle di Susa, toccando città importanti come Susa e Torino; gli altri sostavano ad Aosta quindi raggiungevano Ivrea e Vercelli seguendo il percorso dell'antica strada romana.

A Vercelli, le numerose torri che caratterizzano il centro storico attestano la potenza esercitata da questa città in età comunale. Le grandi chiese e le testimonianze scultoree testimoniano la sua importanza religiosa, artistica e culturale.

Lasciata Vercelli, La Francigena si dirige verso Pavia. Lungo la strada per Pavia sorge l'abbazia di Albino. Il monaco Albino Alkwin, consigliere di Carlo Magno fondò accanto alla chiesa un convento che fu dedicato dai primi monaci, francesi e di regola agostiniana, a Sant'Albino di Angers. Posto sotto la diretta giurisdizione del papa, il monastero godette grande fama nei secoli ed ospitò celebri pellegrini come papa Giovanni VIII, Filippo di Francia, S. Francesco d'Assisi, S. Carlo Borromeo.

Il passaggio dei pellegrini è documentata anche dai segni incisi da vari pellegrini su una parete dell'interno, uno di esso è datato 1100: l'abbazia di S. Albino, infatti, rappresentò nel Medioevo una tappa spirituale per i devoti che si recavano a Roma provenendo dalla Francia. La fortuna di Pavia, l'antica Ticinum, fu nei secoli, strettamente legata alla sua posizione naturale: si trovava infatti a fungere da importante nodo stradale e, contemporaneamente, ad essere collegata all'Adriatico per via fluviale attraverso il Ticino ed il Po. Con la conquista longobarda divenne una capitale ed il suo nome si tramutò da Ticinum a Papia da cui poi Pavia. I re longobardi vi fondarono chiese e monasteri come Santa Maria Teodote e S. Michele dove, tra gli altri, fu incoronato Federico Barbarossa.

Centro del Regno Italico e sede della corte imperiale fino alla distruzione del palazzo nel 1024, Pavia era la città in cui avvenivano gli incontri politici e i sinodi dei vescovi italiani. Era un centro di smercio internazionale poiché vi confluivano i prodotti che provenivano dall'Oriente tramite Venezia e dal Nord dell'Europa. In città vi erano sedi di numerosi monasteri padani e prealpini, di fondazioni religiose toscane e funzionavano molti ospedali (tra essi S.Maria dei Bretoni, S. Colombano, S. Bartolomeo) che ospitavano i pellegrini diretti a Roma. Nel 963, pochi anni prima del Viaggio di Sigeric, sappiamo che a Pavia si incontrarono tre famosi "santi" in viaggio da o per Roma: Gerardo vescovo di Toul, Adalberto di Praga e Maiolo abate di Cluny. Si racconta che, in quell'occasione beneficarono la città di molti miracoli cosi' come fonte di miracoli. Fonte di prodigi erano anche le numerose reliquie di santi presenti a Pavia: S. Siro, Sant'Agostino, S. Giorgio ed anche un frammento della Santa Croce.

La Francigena segue ora il percorso dell'antica strada romana e corre verso est, parallela al fiume Po. A circa tre chilometri a sud-ovest, in direzione del Po si trova la località di S. Giacomo della Cerreta. In questo caso già la toponomastica può fornirci alcuni indizi: ci troviamo nelle vicinanze di una importante strada percorsa da pellegrini che viaggiavano verso Roma o, da sud a nord, verso Santiago di Compostela e, in questa località troviamo un oratorio dedicato a S. Giacomo, le cui reliquie in Galizia erano meta di pellegrinaggio da ogni parte d'Europa. A Santa Cristina dove Sigeric ci segnala un punto di sosta esisteva una importante abbazia documentata sin dal XI secolo che ospitò personaggi importanti come Corradino di Svevia. Di questa gloriosa abbazia non rimane nulla di visibile; esiste solo un fabbricato chiamato Collegio che reca tracce di fondamenta e murature del '700 e forse di epoche precedenti.

Incrociando la strada che proveniva da Voghera e Castel S. Giovanni (Via Postumia), si era ormai alle porte di Piacenza, tappa finale della Via Emilia romana, città particolarmente ricca di testimonianze di epoca medioevale.




  1. LA VIA POSTUMIA



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