Regola pastorale di san Gregorio Magno, Pontefice romano




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Regola pastorale

di san Gregorio Magno, Pontefice romano,

a Giovanni Vescovo della Città di Ravenna
Gregorio al reverendissimo e santissimo Giovanni,

fratello nell’episcopato

Carissimo fratello, con intenzione umile e benevola tu mi rimproveri di aver voluto sottrarmi al peso della cura pastorale cercando di nascondermi, ma perché non sembri a certuni che tale peso sia leggero, intendo scrivere in questo libro tutto quello che penso della sua gravità, affinché chi è libero da esso non vi aspiri con leggerezza, e chi vi ha aspirato con leggerezza abbia gran timore di averlo ottenuto.

La materia trattata in questo libro si divide in quattro parti, per accostare l’animo del lettore con ordinate argomentazioni, come i passi successivi di un cammino. Infatti occorre che chiunque sia chiamato al più alto grado del governo pastorale — quando gli eventi storici lo richiedono — valuti seriamente come vi giunge; e se vi giunge legittimamente consideri qual è la sua vita; e se la sua vita è buona, qual è il suo insegnamento; e se il suo insegnamento è corretto, egli deve essere quotidianamente consapevole, con ogni possibile considerazione, della propria debolezza; e così non avvenga che o la sua umiltà lo sottragga dall’accedere alla dignità o la sua condotta di vita contrasti con essa; la sua dottrina si allontani da una buona condotta di vita o la presunzione gli faccia esaltare la propria dottrina. Quindi innanzitutto sia il timore a moderare il desiderio; poi sia la condotta di vita a confermare un magistero che viene assunto da chi non lo cercava; quindi è necessario che quanto di bene si manifesta nel modo di vivere del Pastore si diffonda anche attraverso la sua parola. Resta infine che la considerazione della propria debolezza abbassi ai suoi occhi il valore di ogni opera buona che egli compie, affinché la gonfiezza dell’esaltazione non la cancelli agli occhi del Giudice occulto.

Molti però, che sono simili a me per ignoranza, mentre non sanno misurare se stessi, bramano di insegnare ciò che non hanno imparato e tanto più giudicano leggero il peso del magistero, quanto meno sanno valutarne la grandezza. Costoro si sentano biasimati fin dal principio di questo libro e poiché, indotti e precipitosi come sono, mirano ad occupare la rocca della dottrina, siano respinti dalla temerarietà della loro precipitazione fin dalla soglia del nostro discorso.

PARTE PRIMA


REQUISITI DEL PASTORE D’ANIME

1 — Gli ignoranti non osino accostarsi al magistero


Non c’è arte che uno possa presumere di insegnare se non dopo averla appresa attraverso uno studio attento e meditato. Quanta è dunque la temerarietà con cui gli ignoranti assumono il magistero pastorale, dal momento che il governo delle anime è l’arte delle arti. Chi non sa che le ferite dei pensieri sono più nascoste di quelle delle viscere? E tuttavia si dà spesso il caso di persone che non conoscono neppure le regole della vita spirituale ma non temono di professarsi medici dell’anima, mentre chi ignora la virtù terapeutica delle medicine si vergognerebbe di passare per medico del corpo. Ma poiché ormai per volontà di Dio ogni autorità del secolo presente si inchina con riverenza di fronte alla religione, non sono pochi coloro che dentro la Santa Chiesa aspirano alla gloria di una dignità dietro l’apparenza del governo delle anime. Aspirano a passare per maestri, bramano di superare gli altri e — come afferma la Verità — amano i primi saluti in piazza, i primi posti nelle cene, e le prime sedie nelle riunioni (cf. Mt. 23, 6-7). Essi sono tanto più incapaci di assolvere degnamente all’ufficio della cura pastorale che hanno assunto in quanto sono pervenuti al magistero dell’umiltà solo con l’orgoglio; giacché nell’insegnamento perfino la lingua si confonde quando si insegna qualcosa di diverso da ciò che si è imparato. Contro costoro il Signore si lamenta per mezzo del profeta dicendo: Da sé hanno regnato, non designati da me; sono divenuti principi ed io non l’ho saputo (Os. 8, 4). Infatti, coloro che, senza il sostegno di alcuna virtù, non chiamati per vocazione divina ma accesi dalla propria cupidigia non conseguono ma rapiscono il più alto grado del governo delle anime, regnano di proprio arbitrio, non per decisione del sommo reggitore. Tuttavia, il Giudice delle coscienze mentre li eleva non li riconosce, poiché certo nel suo giudizio di condanna egli ignora coloro che pure, nella sua permissione, tollera. Perciò egli dice a certuni che vanno da lui dopo aver compiuto addirittura dei miracoli: Allontanatevi da me operatori di iniquità, non so chi siete (Lc. 13, 27). E così viene aspramente rimproverata dalla voce della Verità la ignoranza dei Pastori, quando essa dice per mezzo del profeta: Perfino i pastori non hanno saputo comprendere (Is. 56, 11). E ancora il Signore li respinge dicendo: Pur avendo in mano la legge non mi hanno conosciuto (Ger. 2, 8). Dunque, la Verità si lamenta di non essere conosciuta da costoro e dichiara di non riconoscere il primato di chi non la conosce, giacché è certo che quanti non conoscono le cose del Signore, non sono conosciuti da lui, secondo la testimonianza di Paolo che dice: Se qualcuno poi ignora sarà ignorato (1 Cor. 14, 38). Naturalmente poi, a questa ignoranza dei Pastori corrispondono spesso i demeriti dei sudditi, perché quantunque sia tutto a loro proprio carico se i Pastori non possiedono il lume della conoscenza, tuttavia per un rigoroso giudizio accade che a causa della loro ignoranza inciampino anche coloro che li seguono. Di qui la Verità stessa dice nell’Evangelo: Se un cieco presta la sua guida a un altro cieco, cadono ambedue nella fossa (Mt. 15, 14). E il salmista, non esprimendo un desiderio del suo animo, ma nell’esercizio del suo ministero profetico, dichiara: Si oscurino i loro occhi perché non vedano, e piega sempre di più il loro dorso (Sal. 68, 24). Gli occhi sono chiaramente coloro che posti innanzi a tutti al grado sommo della dignità, hanno assunto il compito di fare da guide nel cammino; e quelli che al loro seguito aderiscono ad essi sono giustamente chiamati dorsi. Dunque, se gli occhi si oscurano, il dorso si piega: così quando coloro che guidano perdono la luce della conoscenza, quelli che seguono si curvano inevitabilmente sotto il peso dei peccati.
2 — Non occupino il posto del governo delle anime coloro che nel loro modo di vivere non adempiono a quanto hanno appreso con lo studio
Ci sono poi alcuni che investigano le regole della vita spirituale con esperta cura, ma poi calpestano con la loro condotta di vita ciò che riescono a comprendere con l’intelligenza: subito si mettono a insegnare ciò che hanno imparato con lo studio ma non con la pratica; e combattono con i loro costumi ciò che predicano con le loro parole. Così avviene che quanto il pastore cammina per terreni scoscesi il gregge che lo segue cade nel precipizio. Perciò il Signore si lamenta per mezzo del profeta contro la spregevole scienza dei Pastori, dicendo: Mentre voi bevevate acqua limpidissima, intorbidavate l’altra con i vostri piedi e le mie pecore si nutrivano di quanto voi avevate calpestato con i vostri piedi e bevevano l’acqua che i vostri piedi avevano intorbidato (Ez. 34, 18-19). I Pastori bevono acqua limpidissima quando attingono alle acque correnti della verità con retta intelligenza, ma è come intorbidare quella stessa acqua con i propri piedi il corrompere gli studi di una meditazione santa con una cattiva condotta di vita. Sono poi pecore che bevono l’acqua intorbidata dai piedi di quelli, i sudditi che non seguono le parole che ascoltano, ma imitano solo ciò che vedono, cioè gli esempi di una vita depravata. Infatti essi hanno sete di quanto viene loro detto con le parole, ma poi sono pervertiti dalle opere e allora è come se nei loro bicchieri bevessero fango perché le sorgenti si sono inquinate. Perciò è pure scritto per mezzo del profeta: I cattivi sacerdoti sono laccio di rovina per il mio popolo (cf. Os. 5,1; 9,8). E sempre dei sacerdoti dice ancora il Signore: Sono divenuti per la casa di Israele pietra di inciampo per l’iniquità (Ez. 44, 12). In verità nessuno nuoce di più nella Chiesa di chi portando un titolo o un ordine sacro conduce una vita corrotta, giacché nessuno osa confutare un tale peccatore e la colpa si estende irresistibilmente con la forza dell’esempio quando, a causa della riverenza dovuta all’ordine sacro, il peccatore viene onorato. Ma pur essendo indegnissimi, fuggirebbero la responsabilità di una colpa così grave se valutassero con attento orecchio del cuore la sentenza della Verità che afferma: Chi avrà scandalizzato uno solo di questi piccoli che credono in me è meglio per lui che gli si appenda una macina d’asino al collo e lo si getti nel profondo del mare (Mt. 18, 6). Dove la macina d’asino significa quel faticoso ritornare su se stessi della vita del secolo, e il profondo del mare indica la condanna eterna. Pertanto, chi rivestitosi dell’apparenza della santità rovina gli altri con la parola e con l’esempio, sarebbe certo stato meglio per lui che lo avessero trascinato a morte le sue azioni terrestri quand’era nello stato laicale, piuttosto che le sue funzioni sacre lo avessero indicato agli altri — nella sua colpa — come esempio da imitare. Giacché se almeno fosse caduto da solo lo avrebbe tormentato una pena infernale comunque più tollerabile.
3 — Il peso del governo delle anime. Bisogna disprezzare le avversità e temere la prosperità
Abbiamo voluto dimostrare in breve, con quel che abbiamo detto sopra, quanto sia grave il peso del governo delle anime, perché nessuno che non sia in grado di sostenerlo osi accostarsi temerariamente ai ministeri sacri e, per la bramosia di raggiungere il luogo della massima dignità, si assuma invece la guida della perdizione. Per questo Giacomo mette piamente in guardia dicendo: Non vogliate, fratelli miei, divenire maestri in molti (Giac. 3, 1). E perciò lo stesso Mediatore fra Dio e gli uomini rifuggi dall’assumere il regno sulla terra, lui che superando la scienza e la conoscenza anche degli spiriti celesti regna nei cieli prima dei secoli. Difatti è scritto: Gesù, dunque, sapendo che sarebbero venuti per rapirlo e farlo re, fuggì di nuovo sul monte, lui solo (Gv. 6, 15). Eppure chi avrebbe potuto regnare senza colpa sugli uomini come colui che avrebbe regnato, così., sulle sue creature? Ma poiché era venuto nella carne proprio per questo, non solo per redimerci con la sua passione ma anche per ammaestrarci con la sua vita e offrirsi come esempio per quelli che lo seguivano, perciò non volle divenire re, ma si avviò spontaneamente al patibolo della croce, fuggi la gloria della somma dignità che gli veniva offerta, ricercò la pena di una morte obbrobriosa. Ciò evidentemente perché noi sue membra imparassimo a fuggire i favori del mondo, a non temere affatto i terrori della morte, ad amare le avversità per difendere la verità, a evitare con timore la prosperità, perché questa con la gonfiezza che l’accompagna corrompe il cuore, mentre le avversità lo purificano attraverso la sofferenza. Nella prosperità l’animo si innalza, ma nell’avversità, anche se prima si fosse innalzato, si prostra. Nella prosperità l’uomo dimentica ciò che è, ma nell’avversità anche non volendolo è richiamato quasi per costrizione a ricordarsene. Nella prosperità spesso anche il bene compiuto prima si corrompe, ma nell’avversità viene cancellato ciò che di male si è commesso anche nel corso di un lungo tempo. Infatti, per lo più sotto il magistero dell’avversità il cuore è come costretto dalla disciplina, ma se poi si innalza fino al più alto grado di governo, per l’esperienza della gloria si muta ben presto fino all’esaltazione. Così Saul, che in un primo tempo era fuggito per non essere fatto re considerandosene indegno (cf. 1 Sam. 10, 22), poi come ebbe assunto la guida del regno si gonfiò, e bramoso di essere onorato davanti al popolo, per non essere rimproverato pubblicamente, rinnegò perfino colui che l’aveva unto re (cf. 1 Sam. 15, 17-30). Così David, approvato quasi in ogni sua azione dal giudizio di Dio, appena non si senti più oppresso dalla persecuzione ruppe nella superba ferita del peccato (cf. 2 Sam. 11, 3 ss.) e divenne rigido e crudele nel volere la morte di un uomo nobile, mentre era stato molle e senza forza nel desiderio dissoluto di una donna. Lui che prima aveva saputo salvare piamente i malvagi imparò poi a desiderare l’uccisione anche dei buoni con fredda determinazione (cf. 2 Sam. 11, 15). Infatti una volta pur trovandosi nelle mani il suo persecutore non volle colpirlo, ma in seguito uccise un soldato devoto, con danno, inoltre, dell’esercito che già si trovava in difficoltà. E la colpa lo avrebbe certamente strappato e portato ben lontano dal numero degli eletti, se il castigo divino non lo avesse richiamato al perdono (cf. 2 Sam. 12).
4 — L’occupazione del governo delle anime per lo più dissipa l’unità dello spirito
Spesso le cure assunte col governo delle anime disperdono il cuore in diverse direzioni così che ci si ritrova incapaci di affrontare problemi singoli perché la mente confusa è divisa in molte occupazioni. Perciò un sapiente avvertito ammonisce: Figlio non applicarti a molte attività (Sir. 11, 10). E ciò per dire che la mente divisa in diverse operazioni non può raccogliersi pienamente nella considerazione esigente di ciascuna; e mentre è trascinata al di fuori da una cura prepotente, si svuota di quella unità dello spirito prodotta dall’intimo timore: diviene sollecita nella disposizione di cose esteriori, e ignara solamente di sé, sa pensare a molte cose ma non conosce se stessa. Infatti, quando si immerge più del necessario in occupazioni esterne è come se, distratta lungo un viaggio, si dimenticasse della meta cui era diretta e così, noncurante di attendere all’esame di se stessa, non considera neppure quali danni riceve da ciò e ignora l’entità del suo peccato. In effetti Ezechia non credette di peccare quando mostrò agli ospiti stranieri i depositi dei profumi (cf. 2 Re 20, 13), ma per questa azione che egli aveva stimato lecita dovette portare l’ira del Giudice nella condanna per i suoi discendenti (cf. Is. 39, 4-8). Accade spesso che molte azioni per sé lecite e tali che, quando sono compiute, riscuotono l’ammirazione dei sudditi, provochino però una esaltazione dell’animo anche nel solo pensiero, e questa, quantunque non si manifesti all’esterno con azioni inique, attira su di sé l’ira senza riserve del Giudice. Poiché è nell’intimo colui che giudica ed è l’intimo che è giudicato; e quando pecchiamo nel cuore ciò che compiamo in noi resta nascosto agli uomini ma il Giudice stesso è testimone del nostro peccato. Infatti il re di Babilonia non peccò di superbia solamente quando giunse a pronunciare parole superbe, poiché egli udì dalla bocca del profeta la sentenza della sua condanna quando ancora non si era esaltato con le sue parole (cf. Dan. 4, 16 ss.). Egli poi, in precedenza, aveva lavato la sua colpa quando aveva riconosciuto onnipotente il Dio che aveva offeso, predicandolo a tutte le genti che aveva sottomesse (cf. Dan. 3, 98-100); ma in seguito esaltato per l’affermazione del suo potere, compiaciuto di aver compiuto grandi cose, si antepose a tutti nel suo pensiero, e quindi si inorgoglì al punto di esclamare: Non è questa la grande Babilonia che io ho edificato come cosa del mio regno, merito della mia forza, gloria della mia maestà? (Dan. 4, 27) Furono certamente queste parole che dovettero sostenere apertamente la vendetta di quell’ira che l’intima esaltazione aveva acceso. Infatti il severo Giudice aveva veduto già da prima ciò che invisibilmente era in lui e che rimproverò poi pubblicamente con la punizione: lo trasformò in animale irrazionale, lo separò dal consorzio umano, lo associò per la sua mente sconvolta alle bestie della campagna, affinché per un giudizio evidentemente severo e tuttavia giusto, finisse col non essere più un uomo colui che si era stimato grande al di sopra degli uomini (cf. Dan. 4, 28-30). Così, proponendo questi esempi, non intendiamo disapprovare il potere in sé, ma difendere la debolezza del cuore dalla brama di raggiungerlo, affinché gli imperfetti non osino impadronirsi della massima dignità del governo delle anime, né coloro che vacillano sul terreno piano si arrischino a porre il piede sul precipizio.
5 — Alcuni chiamati alla massima dignità del governo delle anime potrebbero giovare col loro esempio, ma rifiutano cercando la propria quiete
Ci sono in effetti alcuni che ricevono doti eccellenti di virtù e vengono esaltati per i loro grandi doni capaci di sostenere gli altri nell’esercizio della vita ascetica. Costoro sono puri per l’amore della castità, forti di quel vigore che è frutto dell’astinenza, sazi del delizioso nutrimento della dottrina, umili nella loro paziente longanimità, saldi della forza dell’autorità, benigni a motivo della loro pietà, rigorosi di quella severità che è propria della giustizia. Costoro però escludono per lo più anche se stessi da questi doni che non hanno ricevuto per sé soli ma anche per gli altri, se quando siano chiamati alla massima dignità del governo delle anime rifiutano di accettarla. E poiché pensano al loro guadagno e non a quello altrui, si privano proprio di quei doni che desiderano possedere a uso privato. Perciò infatti la Verità dice ai discepoli: Non può restare nascosta una città posta su un monte, né si accende una lampada e la si pone sotto un moggio, ma sopra il candelabro perché faccia luce per tutti coloro che sono in casa (Mt. 5, 15). Perciò dice a Pietro: Simone di Giovanni, mi ami? (Gv. 21, 17) E lui che subito aveva risposto che lo amava si sentì dire: Se mi ami, pasci le mie pecore (Gv. 21, 17). Se dunque la cura pastorale è testimonianza d’amore, chiunque ricco di virtù rifiuta di pascere il gregge di Dio ha in ciò stesso la prova che egli non ama il Pastore sommo. Perciò Paolo dice: Se Cristo è morto per tutti, dunque tutti sono morti, e se è morto per tutti resta che coloro che vivono non vivano pia per sé ma per colui che è morto per loro ed è risorto (2 Cor. 14, 15). Perciò ancora Mosè dice che un fratello che sopravvive al fratello morto senza figli ne sposi la moglie e generi figli a nome del fratello; e se rifiuterà di prenderla la donna gli sputi in faccia e il parente più prossimo di lei gli tolga un sandalo, e la sua abitazione sia detta casa dello scalzato (cf. Deut. 25, 5). Ora, il fratello morto è certamente colui che apparendo dopo la sua gloriosa risurrezione disse: Andate, dite ai miei fratelli (Mt. 28, 10). Egli è come morto senza figli, poiché non ha completato il numero dei suoi eletti, e allora al fratello superstite viene ordinato di ricevere la sua sposa.

Poiché è certamente cosa degna che la cura della Santa Chiesa venga imposta a chi più di ogni altro è in grado di governarla. E se egli non vuole, la donna gli sputa in faccia, giacché chiunque non ha cura di giovare agli altri coi doni che ha ricevuto, la Santa Chiesa gli rimprovera anche ciò che egli fa di buono ed è come se gli gettasse saliva in faccia. Ma egli è anche colui a cui viene tolto il sandalo da un piede così che la sua casa sia detta dello scalzato, poiché è scritto: Calzati i piedi per prepararsi al annunciare l’Evangelo della pace (Ef. 6, 15). Dunque proteggiamo ambedue i piedi coi sandali se ci prendiamo cura degli altri come di noi stessi; ma è come se perdesse con vergogna il sandalo da un piede colui che pensando alla propria utilità trascura quella del prossimo. Così, come abbiamo detto, ci sono alcuni ricchi di grandi doni i quali ardono dal desiderio della sola contemplazione e rifiutano di assoggettarsi all’utilità del prossimo attraverso il servizio della predicazione, perché amano la quiete appartata e aspirano alla meditazione in solitudine. Se si dovesse giudicarli con rigore sotto questo aspetto, essi sono responsabili nei confronti di tante anime, quante sono quelle cui avrebbero potuto giovare venendo a stare fra gli uomini. In effetti con quale pensiero colui che avrebbe potuto brillare nella sua dedizione a vantaggio del prossimo prepone il proprio ritiro alla utilità degli altri, quando lo stesso Unigenito del Sommo Padre, per giovare a molti, è uscito dal seno del Padre (cf. Gv. 1, 18; 8, 42; ecc.) per venire fra gente come noi?


6 — Coloro che fuggono il peso del governo delle anime per umiltà sono veramente umili quando non resistono al decreto divino
Ci sono poi alcuni che rifiutano solo per umiltà, per non essere cioè preferiti a coloro ai quali si stimano inferiori. La loro umiltà, se si circonda anche delle altre virtù, è certamente vera agli occhi di Dio, perché essa non si ostina a respingere ciò cui le viene ordinato di sottomettersi come cosa utile. Non è veramente umile cioè colui che capisce di dovere stare alla guida degli altri per decreto della volontà divina e tuttavia disprezza questa preminenza. Se invece è sottomesso alle divine disposizioni e alieno dal vizio dell’ostinazione ed è già prevenuto con quei doni coi quali può giovare agli altri, quando gli viene imposta la massima dignità del governo delle anime, egli deve rifuggire da essa col cuore, ma pur contro voglia deve obbedire.
7 — Si dà spesso il caso che alcuni aspirino lodevolmente all’ufficio della predicazione, e altri lodevolmente vi si lascino attirare costretti
Sebbene non di rado ci sia chi lodevolmente aspira all’ufficio della predicazione, c’è anche chi lodevolmente vi si lascia attirare se è costretto. Possiamo renderci conto facilmente di ciò se pensiamo all’opposto atteggiamento di due profeti: uno si offrì spontaneamente per essere mandato a predicare, l’altro pieno di timore si rifiutò. Isaia infatti si offri di propria iniziativa al Signore che chiedeva chi mandare, dicendo: Eccomi, manda me (Is. 6, 8). Geremia invece è mandato e tuttavia resiste umilmente per non esserlo, dicendo: Ah, ah, ah, Signore Dio, ecco non so parlare perché sono un ragazzo (Ger. 1, 6). Ecco, usci fuori una parola diversa dall’uno e dall’altro, ma essa non sgorgò da una diversa sorgente d’amore, giacché due sono i precetti della carità, cioè l’amore di Dio e l’amore del prossimo. Isaia bramando di giovare al prossimo con la vita attiva aspira all’ufficio della predicazione; mentre Geremia desiderando di aderire sinceramente all’amore del Creatore attraverso la contemplazione oppone che egli non deve essere mandato a predicare. Pertanto l’uno aspirò lodevolmente a ciò di cui l’altro lodevolmente ebbe terrore: questo non voleva guastare, parlando, i frutti di una tacita contemplazione, quello non volle sentire, tacendo, i danni di un’attività nutrita solo di desiderio. Tuttavia bisogna penetrare sottilmente l’animo di ambedue e capire che chi rifiutò non resistette fino all’ultimo; e colui che volle essere mandato, prima si vide purificato dal carbone acceso dell’altare (cf. Is. 6, 6-7) a significare che nessuno osi accostarsi ai ministeri sacri senza essere stato purificato, o anche che colui che la grazia celeste ha scelto non contraddica superbamente sotto il pretesto dell’umiltà. Dunque, poiché è molto difficile che una persona qualsiasi possa riconoscere di essere stata purificata, è più che sicuro declinare l’ufficio della predicazione; tuttavia, come s’è detto, non bisogna insistere con ostinazione nel rifiutarlo quando si riconosce che è volontà celeste l’assumerlo. Si tratta di due disposizioni dell’animo a cui Mosè aderì mirabilmente poiché, dovendo essere guida di una moltitudine tanto grande, non volle ma obbedì (cf. Es. 3, 10 – 4, 18). Forse sarebbe stato superbo se avesse assunto la guida di una popolazione numerosissima senza trepidazione, e sarebbe ancora risultato superbo se avesse rifiutato di obbedire all’ordine del Creatore. Così, in ambedue i casi, egli fu insieme umile e soggetto, poiché misurando se stesso non volle essere capo del popolo e tuttavia acconsenti fidando sulle forze di colui che glielo ordinava. Da questo esempio si rendano conto certe persone irriflessive, di quanto è grande la loro colpa, se per il proprio desiderio non temono di essere preposti ad altri, quando — pur dietro l’ordine di Dio — uomini santi temettero di assumere la guida del popolo. Mosè trepida dietro l’invito del Signore, e un inetto qualunque anela ad un ufficio d’onore. Così, chi è spinto a cadere con forza sotto i propri pesi offre volentieri le sue spalle per caricarsi di quelli altrui: non ha la forza di sopportare il peso di cui è già carico e aumenta quel che porta.
8 — Alcuni bramano il potere e si appropriano di una affermazione dell’Apostolo ai fini della propria concupiscenza
Per lo più coloro che bramano il potere si appropriano della parola con cui l’Apostolo dice: Se qualcuno desidera l’episcopato desidera un buon ufficio (1 Tim. 3, 1), e l’adoperano ai fini della propria concupiscenza. Egli tuttavia pur lodando il desiderio volge subito in motivo di timore ciò che ha lodato, perché immediatamente aggiunge: Occorre però che il vescovo sia irreprensibile (1 Tim. 3, 2); e continuando poi a enumerare le virtù necessarie, chiarisce in che cosa consiste questa irreprensibilità. Incoraggia quanto al desiderio, ma incute timore col precetto come se dicesse apertamente: Lodo ciò che voi cercate, ma prima imparate bene che cos’è che cercate, perché se trascurate di misurare voi stessi, la vostra consapevolezza non appaia tanto più disonorevole, in quanto ha fretta di mostrarsi a tutti rivestita della dignità episcopale. Così, colui che fu grande maestro del ministero pastorale, da un lato spinge i suoi ascoltatori e incoraggia, dall’altro li trattiene col timore, per difenderli dalla superbia, con la descrizione della perfetta irreprensibilità, e per disporli alla vita che li attende lodando l’ufficio da loro richiesto. È da notare però che egli parlava così in un tempo in cui chiunque fosse a capo del popolo veniva condotto per primo ai supplizi del martirio. Allora sì era cosa lodevole aspirare all’episcopato, quando si sapeva con certezza che attraverso di esso si sarebbe giunti alle più gravi torture. Anche per questo il ministero dell’episcopato viene definito con l’espressione buon ufficio, quando è detto: Se qualcuno desidera l’episcopato, desidera un buon ufficio (1 Tim. 3, 1). Pertanto, colui che cerca l’episcopato per la gloria di quell’onore e non per il buon ufficio di questo ministero, testimonia da sé, per se stesso, che non è l’episcopato ciò a cui egli aspira. In effetti, non solo egli non ama affatto l’ufficio sacro, ma non sa neppure che cosa sia, lui che anelando alla massima dignità del governo pastorale, nei pensieri nascosti della sua mente si pasce della sottomissione altrui, gode della lode rivolta a sé, esalta il suo cuore al pensiero dell’onore, esulta per l’abbondanza dei beni affluenti da ogni parte. Così si cerca il guadagno del mondo, proprio sotto l’apparenza di quella dignità attraverso la quale i guadagni del mondo si sarebbero dovuti distruggere. E quando la mente medita di impadronirsi del sommo grado dell’umiltà avendo di mira la propria esaltazione, muta e deforma nell’intimo ciò a cui aspira esteriormente.
9 — La mente di coloro che vogliono dominare spesso si lusinga con il finto proposito di compiere opere buone
Ma per lo più coloro che bramano di ricevere il magistero pastorale si pongono in animo anche il proposito di qualche opera buona, e quantunque nella loro aspirazione a quel magistero abbiano di mira la propria esaltazione, tuttavia considerano a lungo col pensiero le grandi cose che faranno e avviene che in essi tutt’altra cosa è ciò che la loro intenzione soffoca nel profondo, da ciò che la considerazione superficiale rappresenta al loro animo. Infatti, non di rado il pensiero mente a se stesso riguardo a sé e si immagina — quanto al bene operare — di amare ciò che di fatto non ama, e — quanto alla gloria del mondo — di non amare ciò che ama. E bramando il potere del primato, mentre lo cerca diviene timoroso verso di esso, ma quando l’ha ottenuto si fa audace. Infatti, finché è proteso ad esso, trepida di non arrivarci, ma una volta arrivato, immediatamente giudica che quanto ha ottenuto gli fosse dovuto di pieno diritto. E quando incomincia a godere mondanamente del primato ottenuto, si dimentica volentieri di tutto quanto aveva meditato di compiere con spirito religioso. Perciò è necessario che quando l’immaginazione va oltre i limiti di ciò che è praticamente realizzabile, subito l’attenzione della mente sia richiamata alle opere compiute in precedenza, perché ciascuno valuti quanto è stato capace di compiere da suddito e così si renda immediatamente conto se può, come prelato, compiere le opere buone che si è proposto. Perché colui che stando all’ultimo posto non ha cessato di insuperbire non è per nulla in grado di apprendere l’umiltà quando sia salito al luogo più alto. Non sa fuggire la lode che gli viene ampiamente tributata, colui che ha imparato a bramarla quando ne era privo. Né può vincere la cupidigia colui che si dispone a provvedere a molti, mentre prima per sé solo non gli bastavano i propri beni. Pertanto ciascuno scopra se stesso dall’esame della sua vita passata perché nella sua brama di potere l’immaginazione non lo illuda. Del resto, per lo più al posto di governo si perde perfino l’uso del bene operare che si osservava in una vita tranquilla, giacché sul mare calmo anche un inesperto sa guidare diritta una nave, ma se il mare è mosso da ondate tempestose anche un marinaio esperto ci si trova in difficoltà. E che cosa è il culmine del potere se non una tempesta per la mente? In essa la navicella del cuore è agitata dal fluttuare dei pensieri, spinta incessantemente qua e là fino ad infrangersi per gli improvvisi eccessi nel parlare e nell’agire, come contro degli scogli. E così tra questi frangenti, quale via occorre seguire e quale linea tenere se non questa: che chi è ricco di virtù venga costretto ad accedere al governo delle anime, e chi è privo di virtù sia costretto a non accostarvisi? Se il primo resiste in modo assoluto, veda di non dover essere giudicato come colui che ha nascosto il denaro ricevuto dopo averlo avvolto in un fazzoletto (cf. Lc. 19, 20). Perché avvolgere il denaro nel fazzoletto significa nascondere i doni ricevuti, nell’ozio di una molle rilassatezza. D’altra parte, chi brama il governo delle anime badi che attraverso l’esempio di un agire perverso non si trovi ad essere di inciampo per coloro che vogliono entrare nel Regno; alla maniera dei farisei, i quali — secondo la parola del Maestro — non ci entrano loro né permettono che ci entrino gli altri (cf. Mt. 23, 13). Costui deve poi anche considerare che, quando il presule eletto assume la cura del popolo, è come un medico che si accosta ad un malato. Dunque, se nel suo agire sono ancora vive le passioni, con quale presunzione si affretta a medicare chi è stato percosso, colui che porta la propria ferita sul volto?
10 — Come deve essere chi si accosta al governo delle anime
Pertanto, in tutti i modi deve essere trascinato, a divenire esempio di vita, colui che morendo a tutte le passioni della carne vive ormai spiritualmente; ha posposto a tutto il successo mondano; non teme alcuna avversità; desidera solamente i beni interiori. Pienamente conformi alla sua intima disposizione, non lo contrastano né il corpo con la sua debolezza né lo spirito col suo orgoglio. Egli non è condotto a desiderare i beni altrui, ma è largo dei propri. Per le sue viscere di misericordia si piega ben presto al perdono ma non deflette dalla più alta rettitudine, passando sopra più di quanto conviene. Non commette nulla di illecito, ma piange come proprio il male commesso dagli altri. Compatisce la debolezza altrui con tutto l’affetto del cuore, gioisce dei beni del prossimo come di successi suoi. In tutto ciò che fa si mostra imitabile agli altri, così che con loro non gli avviene di dover arrossire nemmeno per fatti passati. Si studia di vivere in modo tale da essere in grado di irrigare, con le acque della dottrina, gli aridi cuori del suo prossimo. Attraverso la pratica della preghiera, ha imparato per esperienza che può ottenere da Dio ciò che chiede, lui cui in modo speciale è detto dalla parola profetica: Mentre ancora tu parli, io dirò: Eccomi, sono qui (Is. 58, 9). Infatti, se venisse qualcuno a prenderci per condurci come suoi intercessori presso un potente adirato con lui e che, per altro, non conosciamo, noi risponderemmo subito: non possiamo venire ad intercedere perché non sappiamo niente di lui. Dunque, se un uomo si vergogna di farsi intercessore presso un altro uomo che non conosce, con quale animo può attribuirsi la funzione di intercedere per il popolo presso Dio, chi non sa di godere la familiarità della sua grazia con la sua condotta di vita? O come può chiedergli perdono per gli altri uno che non sa se egli è placato verso di lui? A questo proposito, un’altra cosa occorre temere con maggiore sollecitudine, cioè che colui che si crede possa placare l’ira, non la meriti a sua volta a causa del proprio peccato. Giacché sappiamo tutti molto bene che se chi viene mandato a intercedere è già sgradito per se stesso, l’animo di chi è irato viene provocato a cose peggiori. Pertanto, chi è ancora stretto dai desideri terreni veda di non accendere più gravemente l’ira del Giudice severo e mentre gode del suo luogo di gloria, non divenga autore di rovina per i sudditi.
11 — Com’è colui che non deve accostarsi al ministero
Ciascuno dunque misuri saggiamente se stesso, perché non osi assumere la funzione di governo a sua condanna se in lui regna ancora il vizio; e non aspiri a divenire intercessore per le colpe degli altri colui in cui permane la depravazione del suo peccato. Perciò viene detto a Mosè dalla voce celeste: Parla ad Aronne: chiunque appartenente a famiglie della tua discendenza avrà un difetto, non offrirà pani al Signore Dio suo né si accosterà per servirlo (Lev. 21, 17). Poi prosegue immediatamente: Se sarà cieco, zoppo, col naso troppo piccolo o troppo grande e storto, con una frattura a un piede o a una mano, sia gobbo o cisposo, con albugine nell’occhio, la scabbia, l’erpete nel corpo, l’ernia (Lev. 21, 18). È cieco chi non conosce la luce della contemplazione celeste, e avvolto dalle tenebre della vita presente, incapace di guardare con amore alla luce che deve venire, non sa dove dirigere i passi del suo operare. Perciò è detto nella profezia di Anna: Custodirà i passi dei suoi santi, e gli empi taceranno nelle tenebre (1 Sam. 2, 9). Zoppo, invece, è colui che vede con certezza dove deve dirigersi, ma per debolezza d’animo non sa mantenersi perfettamente sulla via della vita, che pure vede; e ciò perché i passi del suo operare non seguono efficacemente gli sforzi del suo desiderio, là dove esso mira, cioè a una condizione virtuosa a cui non sa innalzarsi la sua molle consuetudine di vita. Perciò infatti Paolo dice: Rinfrancate le mani cadenti e le ginocchia infiacchite e raddrizzate le vie per i vostri passi, perché qualcuno zoppicando non erri ma piuttosto sia guarito (cf. Ebr. 12, 12-13). Ha il naso piccolo colui che non è adatto a osservare la misura della discrezione. In effetti, col naso distinguiamo odori gradevoli e sgradevoli, dunque è giusto rappresentare col naso la discrezione con la quale scegliamo le virtù e riproviamo i peccati. È perciò che si dice, in lode della sposa: Il tuo naso è come torre sul Libano (Cant. 7, 4), poiché è evidentemente con la discrezione che la Santa Chiesa scorge quali tentazioni procedono da singole cause e, come chi osserva dall’alto, riconosce le guerre dei vizi che stanno per sopravvenire. Ma ci sono alcuni che per non essere stimati troppo poco intelligenti si impegnano spesso più del necessario in certe analisi ricercate in cui poi falliscono per l’eccessiva sottigliezza. Perciò è detto anche: o col naso grande e storto. Questo infatti rappresenta la sottigliezza eccessiva del discernimento che, per essere cresciuto oltre il conveniente, confonde da se stesso il retto procedere della sua attività. Ha il piede o la mano fratturata colui che non sa percorrere in alcun modo la via di Dio ed è completamente escluso dalle buone opere, perché non ne partecipa neppure imperfettamente come lo zoppo, ma è del tutto estraneo ad esse. Gobbo, poi, è colui cui il peso delle sollecitudini terrene fa abbassare il capo affinché non si volga mai a guardare verso l’alto, ma sia attento solamente a ciò che viene calpestato nei luoghi più bassi. E se qualche volta gli avviene di sentire parlare dei beni della patria celeste, gravato com’è dal peso di una consuetudine perversa, non volge ad essi gli occhi del cuore, poiché colui che è tenuto curvo a terra dalla consuetudine delle cure terrene, non è capace di drizzare verso l’alto la sua meditazione. È di costoro che il salmista dice: Sono incurvato e umiliato in ogni tempo (Sal. 37, 7). Anche la Verità in persona rimprovera la loro colpa, dicendo: Il seme caduto fra le spine sono coloro che dopo avere udito la parola, se ne vanno e vengono soffocati dalle sollecitudini, dalle ricchezze e dai piaceri della vita e non portano frutto (Lc. 8, 14).

Il cisposo è colui il cui ingegno è lucido e acuto per la conoscenza della verità, e tuttavia le sue azioni carnali lo oscurano. In effetti, negli occhi cisposi le pupille sono sane, ma le palpebre, malate per la continua secrezione di umore si gonfiano, e per la frequenza di questo deflusso si indeboliscono così che anche la acutezza della pupilla ne resta menomata. E ci sono alcuni la cui sensibilità resta ferita da una vita dedita ad attività carnali: la sottigliezza d’ingegno consentirebbe loro di scorgere ciò che è retto, ma essi sono oscurati dalla pratica di un agire depravato. Così è cisposo colui a cui la natura ha fatto acuta la sensibilità ma il suo comportamento corrotto la confonde. Ben vien detto loro, per mezzo dell’angelo: Ungi col collirio i tuoi occhi per vedere (Ap. 3, 18). Allora ungiamoci gli occhi col collirio per vedere e aiutiamo con la medicina di un buon operare l’acutezza del nostro intelletto, per conoscere lo splendore della vera luce. Ha l’albugine nell’occhio colui al quale l’accecamento, prodotto dalla sua presunzione di sapienza e di giustizia, non permette di vedere la luce della verità. Infatti, se la pupilla dell’occhio è nera, vede, ma se porta una macchia bianca, non vede nulla. Poiché è chiaro che, se l’uomo nella sua meditazione si riconosce stolto e peccatore, giunge all’esperienza della chiarezza interiore. Se invece egli si attribuisce la candida lucentezza della sapienza e della giustizia, si esclude da sé dalla conoscenza della luce divina; e tanto meno riesce a penetrare la chiarezza della vera luce, quanto più per la sua presunzione si esalta ai propri occhi. Come è detto di certuni: Dicendo di essere sapienti sono divenuti stolti (Rom. 1, 22). È poi affetto da scabbia persistente colui che è dominato da una incessante richiesta della carne. Infatti, nella scabbia è come se l’ardore delle viscere affiorasse sulla pelle, e con essa giustamente si designa la lussuria poiché se la tentazione del cuore si affretta a esprimersi negli atti, è appunto un ardore intimo che prorompe come scabbia della pelle, e ormai esteriormente copre il corpo di piaghe; poiché il piacere che non si sa reprimere nel pensiero, domina poi anche nell’azione. E Paolo si preoccupava di come togliere il prurito dalla pelle quando diceva: Non vi colga alcuna tentazione se non umana (1 Cor. 10, 13); come a dire: è certamente umano che il cuore sopporti una tentazione, ma è demoniaco, nella lotta con la tentazione, lasciarsi vincere da essa mettendola in opera. Similmente è come chi ha l’erpete nel corpo chiunque ha l’animo devastato dall’avidità, che se non è contenuta nelle piccole cose è inevitabile che si espanda oltre misura. L’erpete in effetti ricopre il corpo in modo indolore e, senza alcun fastidio di colui che ne è colpito, si ingrandisce deturpando il decoro delle membra; allo stesso modo l’avidità, mentre dà quasi l’impressione di procurare piacere a colui che ne è preso, di fatto gli piaga l’anima e mentre gli rappresenta al pensiero quanto può ancora giungere a possedere, lo accende alla discordia senza provocargli però dolore alla ferita, perché promette, all’animo che arde per essi, abbondanza di beni derivanti dalla colpa stessa. Ma il decoro deturpato delle membra significa che la bellezza delle altre virtù è corrotta a causa dell’avidità, e come l’erpete devasta tutto il corpo, così l’avidità distrugge l’animo con tutti gli altri vizi, secondo l’insegnamento di Paolo che dice: La cupidigia è radice di tutti i mali (cf. 1 Tim. 6, 10). E il malato di ernia è chi non pratica il vizio e tuttavia ne ha la mente gravata dal pensiero continuo e smodato; e se di fatto non è trascinato fino all’atto del peccato, tuttavia il suo animo gode del piacere della lussuria senza alcuno stimolo a resistergli. Si ha, come è noto, la malattia dell’ernia quando l’umore viscerale scende nelle parti virili che si gonfiano in modo certo molesto e indecoroso. Pertanto, con malato d’ernia, si intende colui che trascorrendo alla lascivia con ogni suo pensiero, porta nel cuore un peso vergognoso, e quantunque non esprima nell’atto questa depravazione, non riesce però a strapparsene con la mente; e non è capace di innalzarsi decisamente alla pratica delle buone opere perché è gravato di nascosto da questo peso turpe. Perciò, a chiunque sia gravato di qualcuno di questi vizi è proibito offrire pani al Signore, perché non possa in alcun modo sciogliere i peccati degli altri lui che è ancora preda dei propri. Dunque, poiché abbiamo indicato in breve in qual modo uno può accostarsi degnamente al magistero pastorale, e come lo debba temere chi ne è indegno, ora intendiamo mostrare in che modo, colui che vi sia pervenuto in modo degno, debba vivere in esso.

PARTE SECONDA


LA VITA DEL PASTORE

1 — Come si deve mostrare nell’esercizio del governo delle anime colui che vi sia giunto legittimamente


Il comportamento del presule deve essere di tanto superiore a quello del popolo, quanto la vita del pastore differisce, ordinariamente, da quella del gregge. Infatti è opportuno che egli si dia cura di misurare con sollecitudine quale necessità lo costringa ad una rigorosa rettitudine, perché è per lui che il popolo è chiamato gregge. Bisogna allora che egli sia puro nel pensiero, esemplare nell’agire, discreto nel suo silenzio, utile con la sua parola; sia vicino a ciascuno con la sua compassione e sia, più di tutti, dedito alla contemplazione; sia umile alleato di chi fa il bene, ma per il suo zelo della giustizia sia inflessibile contro i vizi dei peccatori; non attenui la cura della vita interiore nelle occupazioni esterne, né tralasci di provvedere alle necessità esteriori per la sollecitudine del bene interiore. Ma ora vogliamo riprendere in una trattazione più estesa queste qualità che abbiamo ristrette brevemente nell’enunciazione.
2 — La guida delle anime sia pura nel pensiero
La guida delle anime sia sempre pura nel suo pensiero, affinché nessuna immondezza contamini colui che ha assunto questo ufficio ed egli sia in grado di lavare anche i cuori altrui dalle macchie dell’impurità; perché bisogna che abbia cura di essere pulita la mano che si adopera a pulire ciò che è sudicio, e non renda ancora più sporco ciò che va toccando mentre è ancora infangata. Perciò è detto per mezzo del profeta: Purificatevi voi, che portate i vasi del Signore (Is. 52, 12). Infatti portano i vasi del Signore coloro che si assumono di condurre le anime ai santuari eterni, con la fedeltà della propria condotta di vita. Dunque, vedano in se stessi quanto debbano essere purificati, quelli che dentro la promessa che hanno fatto di sé portano vasi viventi al tempio eterno. Perciò viene prescritto dalla parola divina che sul petto di Aronne aderisca, legato con nastri, il razionale del giudizio (cf. Es. 28, 15), affinché il cuore del sacerdote non sia posseduto da pensieri oscillanti ma sia tenuto stretto solo dalla sapienza dello spirito: e non pensi a nulla di incerto o di inutile colui che, stabilito come esempio per gli altri, deve sempre mostrare, con l’austerità della vita, quanta sapienza abbia nel cuore. E si ha cura di aggiungere che in questo razionale si scrivano i nomi dei dodici patriarchi; infatti, portare di continuo i padri scritti sul petto significa meditare senza interruzione la vita degli antichi, e il sacerdote procede in modo irreprensibile quando fissa il suo sguardo senza posa sugli esempi dei padri che l’hanno preceduto, considera incessantemente le orme dei santi e reprime pensieri illeciti per non oltrepassare il limite di un agire ordinato. Ed è anche appropriato il nome di razionale del giudizio, poiché il sacerdote deve sempre discernere con esame sottile e retto il bene e il male e studiare attentamente come si accordino gli oggetti e i mezzi, il tempo e il modo; e non cercare mai nulla per sé ma considerare vantaggio proprio il bene altrui. Perciò là è scritto: Porrai sul razionale del giudizio la dottrina e la verità, che staranno sul petto di Aronne quando entrerà davanti al Signore, e porterà il giudizio dei figli di Israele sul suo petto, davanti al Signore, sempre (Es. 28, 30). Per il sacerdote, portare il giudizio dei figli di Israele sul petto davanti al Signore, significa trattare le cause dei sudditi avendo di mira solo la volontà del Giudice interiore, perché ad essa nulla si mescoli di umano in ciò che egli dispensa come rappresentante di Dio né alcun risentimento personale inasprisca l’ardore della correzione. E quando si mostra pieno di zelo contro i vizi altrui, persegua innanzitutto i propri perché una invidia nascosta non contamini la pacatezza del giudizio, o non la turbi un’ira precipitosa. Ma considerando il sacro terrore che si deve a colui che sta sopra a tutto, cioè l’intimo Giudice, non si devono governare i sudditi senza grande timore: quel timore che mentre umilia l’animo di chi governa lo purifica, perché la presunzione spirituale non lo esalti né lo contamini il piacere carnale o non lo oscurino sconvenienti pensieri terrestri, frutto della cupidigia di cose mondane. Tutte queste tentazioni non possono non assalire l’anima di chi governa, ma è necessario affrettarsi a lottare contro di esse per vincerle affinché, per il fatto che l’anima tarda a respingerle, il vizio che la tenta con la suggestione non la sottometta con la mollezza del piacere e non la uccida con la spada del consenso.
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