Mario Gori IL doping sopmmario introduzione




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A cura di Mario Gori




IL DOPING

SOPMMARIO
INTRODUZIONE
L'APPOSITA COMMISSIONE DEL MINISTERO PRESENTA I PRIMI DATI

CORRUZIONE, AFFARI, DROGA, FRODE E CRIMINALITÀ NELLO SPORT DALL’ANTICHITÀ AI NOSTRI GIORNI

AGLI INIZI

Sumeri

Egizi

Cinesi

GRECIA ANTICA

Frode e corruzione

Violenza

Affari e politica

Droga

ROMA ANTICA: PANEM ET CIRCENSES

Affari e politica

Violenza

Era Cristiana

LO SPORT MODERNO

Il ventesimo secolo

Iniziative internazionali anti-doping

Affari e politica

Truffe

Droga

LE OLIMPIADI MODERNE

Affari e politica

Droga e truffe

IL CALCIO

Affari e politica

Corruzione

Droga

Gli eventi principali delle droghe nello sport in epoca moderna
ARTICOLI SUL DOPING

2000-2002

2003

ALCUNI CASI RECENTI



I DANNI ALLA SALUTE CHE PROVOCA L’EPO
IL NANDROLONE, UN DOPING ANTICO

IL DOPING DA GH
I CORTICOSTEROIDI

LE NUOVE FRONTIERE DEL DOPING
SOSTITUTI DEL SANGUE: UN PERICOLO FACILMENTE NEUTRALIZZABILE

ECCO LA SUPER-EPO

NESP, O ARANESP, O DARBEPOETINA

DOPING - NUOVI SVILUPPI E PROBLEMATICHE

IL DOPING GENETICO
IL DOPING NELLO SPORT

IL DOPING DA ALLENAMENTO

IL DOPING CHIMICO

IL DOPING POVERO

L'ITALIA DEL DOPING AMATORIALE

GLI INTEGRATRORI NON SONO DOPING



LA LOTTA AL DOPING

SOSTANZE PROIBITE DAL C.I.O.
LE SOSTANZE DOPANTI
LE LEGGI
SITI WEB

INTRODUZIONE
Si parla spesso di doping, ma le proporzioni del fenomeno sono ancora maggiori rispetto all’interesse e all’attenzione poste ad un autentico e preoccupante dramma sociale.

Le cifre sono impressionanti: in Italia sono circa 400 mila le persone che fanno uso di sostanze dopanti, di queste 300 frequentano palestre mentre gli altri 100 mila sono collegati agli sport amatoriali. Il 15% delle palestre rappresenta il luogo di detenzione e spaccio dei farmaci proibiti.

Il fenomeno del doping ha raggiunto un giro d’affari da 650 milioni di euro all’anno, per gli integratori si arriva a spendere addirittura fino a 1,5 miliardi e nel 2000 la sola vendita di eritropoiteina ha fruttato 300 miliardi di vecchie lire.

L’eritropoiteina, meglio conosciuta come EPO, è una sostanza che ha la capacità di aumentare quantità di emoglobina e migliorare sensibilmente le performances sportive. Essa ha avuto una grande diffusione perché la sua presenza non viene rilevata nelle urine e quindi risulta trasparente ai controlli antidoping, per questo il motivo nel 1997 si è arrivati ad effettuare test mediante l’esame del sangue.

All’EPO s’aggiungono il GH (l’ormone della crescita), gli anabolizzanti e l’insulina, che negli ultimi tempi ha registrato un larghissimo consumo.

Ormai il fenomeno del doping è degenerato in un vero e proprio business mondiale, basti sapere che le grandi aziende farmaceutiche mettono in commercio un numero di prodotti nettamente superiore alle reali esigenze.

Attualmente sono in vigore pene per chi spaccia e per che fa uso di sostanze dopanti.

A partire dal 14 dicembre 2000 è entrata in vigore in Italia una legge anti-doping che prevede pene anche per l’atleta che fa uso di queste sostante.

L'articolo 9 prevede la punibilità per chiunque procura, somministra, assume o favorisce l'utilizzo di sostanze dopanti, con la reclusione da tre mesi a tre anni o con una multa da 2.500 euro a 50.000 euro. Chiunque commercia questi prodotti attraverso farmacie, dispensari, strutture è punito con la reclusione da due a sei anni e con la multa da 5.000 a 75.000 euro.

È stato riscontato che chi fa uso di questi prodotti illegali è soggetto a sviluppare tumori, gravi squilibri ormonali, danni irreversibili al sistema nervoso e a quello epatico.



Diversi studiosi e farmacologi sono convinti che sarà il doping, purtroppo, a sconfiggere lo sport!

Noi sosteniamo che il doping è coessenziale allo sport.

L'origine del termine "doping" è controversa. Secondo alcuni, proviene dal fiammingo "doop", che significa mistura, miscela, poltiglia. Secondo altri, "doping" viene dall'inglese "dope", che viene usato per indicare una sostanza densa, liquida, lubrificante. In slang, dope significa per lo più sostanza stupefacente. Doping equivarrebbe quindi grosso modo a "uso di stupefacenti".

Nel gergo sportivo, il termine doping è entrato alla fine degli anni Quaranta. Secondo la International Amateur Athletic Federation (IAAF), "il doping è l'uso da parte di un atleta, o la distribuzione ad esso, di determinate sostanze che possono avere l'effetto di migliorare artificialmente la condizione fisica e/o mentale dell'atleta stesso, aumentando così la sua prestazione atletica".

L'etica sportiva richiede infatti che tutti gli atleti debbano gareggiare a parità di condizioni, rispettando un regolamento liberamente accettato. Ogni Federazione Sportiva stabilisce il proprio regolamento e quali sono le sostanze vietate ai propri affiliati. Esistono pertanto elenchi e regolamenti che possono differire da Federazione a Federazione. In genere, vengono vietate quelle sostanze il cui uso da parte dell'atleta viene finalizzato a ridurre la fatica, migliorare i riflessi, migliorare la forza e/o resistenza, ridurre il dolore, controllare la frequenza cardiaca e/o respiratoria, ridurre il peso corporeo, ridurre l'ansia, mascherare la presenza nelle urine delle sostanze vietate.

Gli elenchi prescindono dall'effetto delle sostanze sulla salute dell'atleta. Pertanto è possibile che una sostanza vietata da una Federazione sia ritenuta "utile" dal medico per curare l'atleta ammalato. Così come è possibile che sostanze e/o pratiche non considerate doping e quindi ammesse dai Comitati di Controllo delle varie Federazioni, vengano giudicate inutili o parzialmente dannose dal medico curante. (Antonio Groppetti)
IL DOPING MAI SMETTERA’ DI ESISTERE finche ci sarà un vincitore e un premio in denaro o un misero “salamino e bottiglia di vino”, ci sara ‘ il doping, e chi per vincere usera’ la sua magia nera per sentirsi almeno per un giorno il “re di casa”.

L'APPOSITA COMMISSIONE DEL MINISTERO PRESENTA I PRIMI DATI

L'uso di sostanze vietate diffuso soprattutto negli sport minori



Doping, un anno di controlli: positivi tre sportivi su cento

Il generale Borghini (Nas): "Si teme interesse della criminalità"

E il 65-70% degli atleti prende troppe medicine e integratori

ROMA - Doping, fenomeno allarmante e in continua espansione. Lo confermano i dati raccolti dall'apposita commissione ministeriale nel suo primo anno di attività: è risultato positivo il tre per cento degli sportivi italiani sottoposti a test. Nel corso del 2003 sono stati effettuati 735 controlli su 34 federazioni sportive. Ed è emerso un preoccupante aumento dell'uso di sostanze vietate, soprattutto tra chi pratica gli sport cosiddetti minori. Non più quindi soltanto ciclisti, calciatori e corridori ma anche culturisti e appassionati del tiro a volo.

I controlli antidoping del Coni e delle Federazioni sportive nazionali negli anni 2000, 2001 e 2002 avevano dato percentuali di positività rispettivamente dello 0,9%, dello 0,8% e dello 0,6%. Dalle verifiche realizzate lo scorso anno dal ministero della Salute, ha spiegato Giovanni Zotta, presidente della commissione di vigilanza sul doping, "è stata riscontrata una percentuale di positività cinque volte maggiore".

Allarmanti sono anche i dati relativi all'assunzione di medicine e integratori: il 65-70% degli atleti sottoposti a controllo antidoping ha dichiarato di prendere farmaci, soprattutto antinfiammatori non steroidei, assunti nel 35% dei casi, nel 37% integratori e nel 2% prodotti erboristici o omeopatici. "Gli sportivi di casa nostra - ha commentato Luciano Caprino, ordinario di Farmacologia all'Università La Sapienza di Roma e vice presidente della commissione - prendono troppi integratori e farmaci per uso diverso da quello indicato e autorizzato, con altissimi rischi di effetti collaterali".

Tornando al doping, la scelta di controllare diverse specialità sportive si è basata sull'ipotesi che il fenomeno fosse diffuso in tutte le discipline. Il 14% dei controlli sono stati effettuati sulla Federazione Italiana Gioco Calcio. Tutti gli altri sono stati fatti su federazioni che negli ultimi cinque anni avevano avuto pochi o nessun controllo: la Federazione italiana triathlon, dove il 50% del campione è risultato positivo (due casi su quattro); la Federazione italiana pesistica e cultura fisica, con il 25% di positività (quattro su 16); la Federazione italiana tiro a volo, con il 12,5%; la Federazione italiana gioco Squash anche essa con il 12,5% di positività.

I dati sono stati presentati nel corso di un convegno nazionale all'Istituto superiore di sanità dedicato proprio alla tutela della salute e la lotta al doping.

Molte le riflessioni suscitate dal fatto che ad utilizzare le sostanze siano proprio gli atleti che praticano sport minori, non quelli sui quali viene esercitata una pressione da parte del mercato o degli sponsor. "È proprio questo aspetto - ha affermato Roberta Pacifici dell'Osservatorio fumo, alcol e droga dell'Istituto superiore di sanità e membro della Commissione ministeriale - che fa più riflettere".

Un aspetto che desta preoccupazione in quanto si tratta di realtà più difficili da controllare. "Il ministero della Salute - ha aggiunto Zotta - intende proseguire su questa strada intensificando i controlli in quelle discipline in cui dai primi dati è risultato più grande il fenomeno del doping estendendo i controlli anche fuori dalle gare nel corso, ad esempio, degli allenamenti". Ciò sarà possibile anche grazie ai 3 milioni 500 mila euro stanziati nella Finanziaria 2004 per aumentare i controlli ed investire in prevenzione.

E dietro il doping ci sono sicuramente vastissimi interessi economici. E, come ha sottolineato il comandante dei Nas, generale Emilio Borghini, durante il convengo "c'è un'ipotesi di coinvolgimento


della criminalità organizzata dietro il traffico di sostanze dopanti". "Fortunatamente è intervenuta la legge 376 - ha aggiunto l'ufficiale - che prevede anche sanzioni penali. Attualmente ci sono controlli in tutta Italia".

(19 gennaio 2004)


La guerra al doping non si ferma, anche se il nemico, però, sembra avere una marcia in più. Ci sono troppi "non negativi" ai controlli, troppe morti sospette, ed ancora polemiche sulle contromisure fin qui adottate e pochissime risposte certe all'appello

Il timore più diffuso è che le dimensioni del fenomeno-doping siano ben più allarmanti di quanto dicano i numeri e di quanto i fatti di cronaca, che ad intervalli regolari destano le coscienze, portino alla ribalta. Pertanto, per un nome più o meno noto che rimbalza su giornali e tv, ce ne sono tanti altri che gonfiano, anonimamente e senza clamori, le statistiche sportive alla voce "non pulito".

Clamore e silenzio, comunque, dramma.

Così si può riassumere anche la morte di Marco Pantani.

E poi ancora un altro caso di morte sospetta, quella di Lauro Minghelli, 31 anni, ex giocatore di Torino e Arezzo, l'ultima vittima del morbo di Lou Gehrig. Perché oggi fa notizia e clamore un calciatore trovato positivo al nandrolone, magari una medaglia olimpica conquistata a forza di anabolizzanti, un campione di ciclismo sorpreso con una farmacia "fai da te" in macchina, o una nuotatrice troppo massiccia per sembrare solo molto allenata, mentre il resto rimane nell'ombra, soprattutto se a doparsi sono atleti di discipline poco note al grande pubblico o praticate a livello amatoriale.

È proprio qui, infatti, lontano dalla ribalta mediatica, che il doping sembra essere davvero fuori controllo: secondo recenti dati sarebbero oltre 400mila gli sportivi italiani che fanno uso di sostanze dopanti. E mentre la lista delle sostanze illecite si allunga, chi a vario titolo è in prima linea nella crociata antidoping, oltre a tenere alta la soglia di allarme, continua a controllare, indagare, assolvere e punire.

La versione aggiornata, approvata dalla Giunta Nazionale del Coni il 23 gennaio 2003, comprende: stimolanti, come cocaina, efedrina e stricnina, narcotici, come metadone, morfina ed ossicodone, cannabinoidi, come hashish e marijuana, agenti anabolizzanti, tra i più noti il nandrolone, il testosterone, e lo zeranolo, ormoni peptidici, come eritropoietina e l’insulina ormone della crescita, glucocorticosteroidi, alcool, beta-bloccanti e diuretici. "Tutte queste sostanze - spiega il professor Francesco Furlanello, consulente del Policlinico San Donato di Milano - possono provocare gravi conseguenze epatiche, cerebrali, muscolo-tendinee, ematiche, metaboliche, endocrine e persino tumorali. Nel mondo dei professionisti si fanno controlli sempre più raffinati, resta però aperto il vastissimo campo degli amatori, degli sportivi della domenica, delle decine di migliaia di ragazzi che nessuno controlla.

Con la complicità di genitori, parenti e sedicenti guru di palestre, stanno crescendo generazioni di giovani che rischiano la salute e la vita!". È considerato DOPING l'uso di sostanze o di procedimenti destinati ad aumentare artificialmente il rendimento.

Il doping contravviene all’etica sia dello sport che della scienza medica.

Il doping consiste:

- nella somministrazione di sostanze appartenenti alle classi proibite di agenti farmacologici e/o

- nell’utilizzo di vari metodi proibiti.

Le autorità sportive e governative sia italiane che internazionali, hanno sempre dimostrato di sottovalutare il problema. La ricerca del risultato a tutti i costi ed i crescenti interessi economici, hanno portato a modificare il tipo di preparazione introducendo metodiche illecite e dannosissime.

Il giro di affari ha raggiunto livelli vertiginosi (quasi mille miliardi di lire l'anno solo nel nostro paese) ed il numero di "praticanti" è in evidente ascesa!

I paesi dell'Europa dell'est hanno sicuramente recitato il ruolo di precursori in questo campo a scapito spesso della salute o addirittura della vita stessa degli atleti. Pochissimo si sapeva degli effetti collaterali delle sostanze ingerite, mentre evidenti erano i miglioramenti. Ai medici ed allenatori era sufficiente realizzarsi grazie al risultato; gli atleti ora ne pagano le conseguenze.

Ci rendiamo perfettamente conto che risolvere il problema sarà estremamente difficile, complicato e dispendioso. Sarebbero necessarie strutture adeguate e serie,  pene molto più severe per chi lo pratica e soprattutto per chi lo prescrive.

Si dovrebbe fare leva sull'etica sportiva attraverso una campagna seria di cultura sportiva nei giovani. Si potrebbe fare sicuramente molto di più!!

Con ogni probabilità purtroppo, il problema doping nello sport attuale e nella società attuale, riteniamo non abbia una soluzione reale.




CORRUZIONE, AFFARI, DROGA, FRODE E CRIMINALITÀ NELLO SPORT DALL’ANTICHITÀ AI NOSTRI GIORNI
AGLI INIZI
La ricerca della pozione miracolosa in grado di aumentare il vigore fisico risale fin dall'antichità, quando era finalizzata all'esaltazione delle doti dei guerrieri per sconfiggere il nemico.

Con il passare del tempo questa ricerca si è trasferita al mondo dello sport con l'intento di ottenere performances sempre migliori, ed una grossa spinta proviene dai grandi interessi economici che girano attorno al mondo dello sport professionistico. Da questo atteggiamento deriva, in ultima analisi, il fenomeno del doping, cioè il ricorso a sostanze farmacologiche o pratiche e metodi illeciti per modificare la prestazione sportiva.

 Si pensa che la parola doping abbia avuto origine dal linguaggio Sud Africano. Dope si riferisce a una bevanda alcolica primitiva usata come stimolante nelle danze cerimoniali. Nei contesti sportivi di oggi il termine si riferisce all’uso da parte degli atleti di sostanze  o di metodi vietati che possono migliorare le loro prestazioni.

Mentre la parola "doping" apparve in un dizionario inglese nel 1879, l’uso di droghe è presente in tutta la storia dello sport.


Sumeri

Le attività motorie, intese come gioco e rito, sono presenti in tutte le civiltà umane da migliaia di anni, ma è in Occidente che, come la filosofia nasce in Grecia nel momento in cui i bisogni primari sono soddisfatti, le prime manifestazioni sportive organizzate hanno origine.

I sumeri, il popolo che ha inventato la scrittura e che per primo ha costruito le città, si instaurarono nel 3500 a.C. nel territorio di pianura tra i fiumi Tigri ed Eufrate, che molti autori (tra cui ISAAC ASIMOV, In principio, Saggi Mondadori - Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1997, pag. 104) hanno considerato come l’antico giardino dell’Eden, “pianura” in lingua sumera, un enorme e straordinariamente prosperoso terreno agricolo ambìto dalle molte popolazioni nomadi che gravitavano nella zona. Lo sport inizialmente, oltre ai significati religiosi e magici che lo accompagneranno sempre, anche se via via più o meno consapevolmente mascherati, ebbe lo scopo di preparare i soldati alle eventuali battaglie e dimostrare la forza del proprio popolo per intimidire i potenziali nemici tanto che “le discipline praticate furono improntate unicamente a scopi militari o paramilitari: la lotta, il nuoto e le gare equestri erano attività che, se svolte con maestria, potevano tornare assai utili in guerra.” (C. SANGALLI, sito web.)
Egizi

L’Egitto al contrario, circondato da barriere naturali (mare e deserto), visse per quasi 1500 anni nella pace. Le discipline sportive, appannaggio, come presso i sumeri delle classi socialmente superiori, erano improntate più sul valore estetico che sull’agonismo: un affresco del 2000 a.C. circa raffigura due lottatori che effettuano 122 prese e posizioni diverse, senza alcuna traccia di sangue o trofei. Vista l’importanza del Nilo nell’economia egizia, anche il nuoto era una disciplina che rivestiva un grande rilievo, come il canottaggio, rappresentato in pitture tombali risalenti al 2600 a.C.. Fino a questo momento, visto il significato che lo sport assume tra i sumeri e gli egizi, è difficile pensare alla presenza di corruzione o truffe.

Qualcosa però inizia a cambiare nel 1690 a. C. con la cosiddetta “invasione degli Hyskos”, che porta gli egizi dapprima a considerare lo sport alla stregua dei sumeri, e, poi, con una reazione a catena, a comportamenti molto familiari alle popolazioni che li seguiranno: “I Re del Nuovo Regno furono continuamente impegnati a crearsi una fama di atleti supremi e grandi cacciatori e ogni nuovo Faraone doveva superare i risultati del suo predecessore (…) Tutmosi III scoccò una freccia conficcandola profondamente in una lastra di metallo dello spessore di 5 cm e tale lastra fu successivamente esposta nel tempio a imperitura testimonianza della forza inarrivabile del sovrano; ma suo figlio Amenofi II, per superarlo in destrezza, centrò da un carro in movimento quattro bersagli di rame, ognuno spesso 7 cm, e fece celebrare tale impresa in un bassorilievo” (C. SANGALLI, sito web cit.). Non sappiamo se questa gesta furono realmente compiute, ma sicuramente erano molto enfatizzate.
Cinesi

In Cina, da almeno 2500 anni a.C., l’esercizio fisico codificato era usato per scopo terapeutico ma anche per aumentare la forza fisica (ginnastica del Kong-Fou) ed anche Confucio aveva praticato l’attività fisica. Comunque, a differenza delle civiltà occidentali, “Per i Cinesi, la pratica ginnastica così razionale e così estesa, era quindi concepita con fini formativi e profilattici, anziché con lo scopo di preparare giovani alla guerra.” (M. GORI, Storia dello sport, 2001, pag. 27). “E certo non v’è maggior gloria per l’uomo, finché vive, di quella che si procura coi piedi e con le mani”. (Omero, Odissea, 8, 147 sg.)


GRECIA ANTICA
Dall’800 a.C. lo sport diventò un elemento importante nello stile di vita dei Greci fino a far parte del campo religioso e culturale del tempo. L’enfasi fu posta sulla natura artistica degli atleti, come pure il ruolo preparatorio che gli atleti interpretavano come guerrieri. Ai partecipanti, infatti, era richiesto di scrivere testi poetici, o forse mostrare anche altre abilità artistiche, come pure eseguire imprese che evidenziavano abilità fisiche.

Dal 400 a.C. lo sport nella vita sociale dei Greci raggiunse uno "status" simile, se non più grande, al suo posto nella società odierna.

Lo sport era largamente diffuso, ma i ricchi premi per i vincitori portarono all’emergere di una classe di sportivi cospicuamente pagata, che determinò la decadenza dei competitori amatoriali. Scritti del tempo di Platone rivelano che nelle antiche olimpiadi il valore di una vittoria era l’equivalente di quasi mezzo milione di dollari. Questo era completato da altre ricompense che includevano cibo, case, esenzione dalle tasse e anche il rinvio dal servizio militare. Il professionismo portò alla corruzione: i concorrenti di questo periodo erano disposti a ingerire qualsiasi preparato che potesse aumentare il loro rendimento fisico, inclusi estratti di funghi e semi di piante. L'uso delle droghe e le interferenze politiche furono i principali motivi della scomparsa degli antichi giochi olimpici.
Frode e corruzione

Se non si hanno notizie di sport “corrotto” e violento tra i sumeri e gli egizi (e questo del resto non dimostra che non lo fosse) e soprattutto tra i cinesi, le cronache dall’età greca ci riportano molte testimonianze a favore della tesi secondo la quale “la curva degli ippodromi antichi era il luogo dove normalmente si consumavano le frodi, si attuavano le tattiche più subdole e si riusciva ad eliminare - spesso anche fisicamente - i più agguerriti rivali.” (A. ALEDDA, De Coubertin Addio, Società Stampa Sportiva, Roma, 1995, pag. 17).

In realtà i trucchi non erano appannaggio della corsa dei carri, ma erano presenti perlomeno nel pugilato, nel pentathlon e nella lotta: “…salvo nelle gare di lanci, dove si riesce ad intravedere un po’ di sportività in senso moderno, in quasi tutte le altre domina l’intervento degli dei – i dirigenti internazionali dell’epoca – che spingono apertamente i loro beniamini a sopravanzare i rivali…” (A. ALEDDA, op. cit., Società Stampa Sportiva, Roma, 1995, pag. 18).

Per esempio, nell’Iliade (libro XXIII), “Achille organizza alcuni giochi atletici come tributo per la morte di Patroclo (…) Nella gara di corsa Odisseo instaura un avvincente testa a testa con il giovane nobile Aiace, che sembra destinato ad avere la meglio; ma Ulisse, rendendosi conto di non essere in grado di vincere con le sue sole forze, invoca aiuto della dea Atena, la quale fa scivolare Aiace in vista del traguardo e permette al suo protetto di arrivare primo. È utile precisare che quello che a noi sembra un colpo di fortuna o un intervento scorretto, agli occhi dei Greci era un motivo di pregio ancora maggiore per Ulisse che aveva saputo meritarsi il favore degli dei; infatti lo stesso Omero ci narra di come la folla reagì divertita e con gesta di scherno alla protesta del giovane sconfitto”. (C. SANGALLI, sito web cit.).

Durante le stesse cerimonie, Menelao, fratello di Agamennone, “…ritenuto il migliore tra i greci nel condurre i carri.” (A. ALEDDA, op. cit., Società Stampa Sportiva, Roma, 1995, pag. 17) fu superato scorrettamente in curva nella corsa dei carri da Antiloco, incitato nel “pre-gara” dal padre Nestore, re di Pilo, al fine di guadagnare denaro e lustro per la famiglia. Questi metodi erano comunque accettati come leciti, tanto che Achille premiò anche il perdente e Nestore, “…quasi a consacrazione della liceità di siffatti comportamenti…” (A. ALEDDA, op. cit., Società Stampa Sportiva, Roma, 1995, pag. 17).

La differenza tra furbizia e truffa è spesso molto labile e questi comportamenti erano comuni in uno sport che prevedeva ventitré curve e che per le sue caratteristiche, soprattutto in partenza, proponeva dei vantaggi a chi era in grado di usufruirne: “Il luogo di ciascuno dove correre, se a destra o a manca, si determinava a sorte poiché alcuni luoghi erano molto più vantaggiosi di altri: quelli ad esempio posti a manca restavano più vicini alla meta intorno alla quale dovevano girare, mentre quelli a destra avevano più largo il circuito da percorrere; i posti occupati da ciascuno avanti la partenza venivano necessariamente alterati nel tratto del corso, poiché i più rapidi cavalli e gli aurighi più esperti s'impossessavano subito alla partenza del lato più vantaggioso.” (Olimpiadi antiche, http://www.cronologia.it/mondo11.htm)

Nella lotta, Ulisse, famoso per la sua astuzia, riuscì ad imporre il pareggio al ben più forte Aiace Telamonio grazie ad un calcio nei polpacci.

Il pugilato non era immune da casi di frode: nel 388 a.C. “con un’operazione di corruzione senza precedenti” (A. ALEDDA, op. cit., Società Stampa Sportiva, Roma, 1995, pag. 18) il giovane pugile Eupolo di Tessaglia vinse il torneo dopo aver corrotto tre pugili; il “Comitato Olimpico” dell’epoca si limitò a multare Eupolo, ma non gli tolse l’alloro del vincitore. Aledda, citando altri storici, afferma che il fatto che i giochi siano durati dal 776 a.C. al 393 d.C. e che non vi fossero documenti precedenti circa truffe alle Olimpiadi dovrebbe dimostrare che questo episodio fosse isolato (A. ALEDDA, op. cit., Società Stampa Sportiva, Roma, 1995, pag. 18).

A mio parere questa tesi non è condivisibile per i seguenti motivi:

- il fatto che non vi siano documenti precedenti potrebbe semplicemente dimostrare che non fosse “conveniente” descrivere episodi che avrebbero potuto rovinare la reputazione di un atleta e quindi della città che rappresentava, visto che “…la vittoria in una disciplina iniziò a diventare un fatto nazionale, quindi politico, che coinvolgeva il prestigio del Paese con il tifo nazionalistico dell'intera popolazione” (Olimpiadi antiche, sito web cit.); contribuivano, inoltre, al prestigio del vincitore e della città i vari “… poeti (…) letterati (…) musicanti che componevano inni dedicati…” (Olimpiadi antiche, sito web cit.), inviati dalla stessa città e quindi difficilmente imparziali, al contrario di Pausania, lo storico che ci ha riportato il fatto di Eupolo, che viene definito dallo stesso Aledda “freelance” (A. ALEDDA, op. cit., Società Stampa Sportiva, Roma, 1995, pag. 19);

- potrebbe essere stato, inoltre, lo stesso “Comitato Olimpico” del tempo, da una parte, a nascondere episodi di corruzione, e, dall’altra, ad alimentarli, vista la semplice multa, seppur salata, comminata ad Eupolo. Le multe erano inoltre usate per costruire statue in onore di Zeus;

- come vedremo nei capitoli successivi, le frodi non bastano certo a far cessare le manifestazioni sportive organizzate, soprattutto quando queste portano un importante ritorno economico e politico, come alle Olimpiadi greche.

Forse la mia tesi viene successivamente confermata dal fatto che, dopo cinquant’anni, vi fu un altro episodio che fece scalpore, quando Callipo, un pentatlheta ateniese, corruppe i suoi avversari e vinse la gara. In questo caso, però, i giudici squalificarono Atene per i giochi successivi (forse perché si era raggiunto il limite) tanto che Atene inviò come di routine “il grande oratore Iperide a sostenere le ragioni della città” (A. ALEDDA, op. cit., Società Stampa Sportiva, Roma, 1995, pag. 19), che riuscì a cambiare la situazione solo con l’intervento dell’oracolo di Delfi, che diede ragione ai giudici ma riammise Atene.

Altri furono i casi di corruzione alle Olimpiadi riportati: Eudemo (lotta, 68 a.C.), una gara di lotta pesante nel 12 a.C., una di pugilato nel 125 d.C.

Se “Gli episodi di corruzione (…) erano accettati come fisiologici alla pratica dello sport, nel senso che, una volta accertati, non implicavano la perdita del titolo e della corona ma solo sanzioni pecuniarie o altre di lieve entità.” (A. ALEDDA, op. cit., Società Stampa Sportiva, Roma, 1995, pag. 21), agli schiavi era destinata un’altra forma di punizione, la fustigazione, come accadde nel 420 a.C. a Lica, un alto ufficiale e diplomatico spartano, che si era presentato alle olimpiadi sotto false spoglie (Sparta era stata esclusa perché non aveva rispettato la tregua olimpica) vincendo due gare di carri.

In Grecia, poteva anche succedere che un arbitro partecipasse ad una gara, fino al 372 a.C., quando un giudice chiamato Troilo vinse in maniera “… alquanto chiacchierata…” (A. ALEDDA, op. cit., Società Stampa Sportiva, Roma, 1995, pag. 22) due gare equestri; da quel momento, questa pratica fu sospesa.

Il caso, però, più eclatante di corruzione è quello attuato da Nerone, che “ … ossessionato dall’idea di essere un ineguagliabile cantore, un nobile poeta e un grande atleta…” (A. ALEDDA, op. cit., Società Stampa Sportiva, Roma, 1995, pag. 31), decise di partecipare alle Olimpiadi, facendole anticipare di due anni con immense somme di denaro e con la promessa di proclamare cittadini romani tutti i greci; vinse tutte le gare alle quali partecipò, anche quella della corsa al cocchio trascinato da dieci cavalli, sebbene fosse stato catapultato fuori sbandando in curva.
Violenza

“La caratteristica principale dei giochi antichi era (…) la violenza. Perciò lo sport si faceva corruzione e poteva divenire ancora più duro” (A. ALEDDA, op. cit., Società Stampa Sportiva, Roma, 1995, pag. 29).

Del resto i giochi olimpici nascono da un mito violento: Enomao, re della regione Pisa, dove sorgeva Olimpia, era solito sfidare nella corsa del carro chi volesse sposa sua figlia Ippodamia. C’era una regola sola: chi perdeva accettava di morire trafitto dalla lancia di Enomao; furono in 13 a morire (da qui, mitologicamente, il numero dei giri che i carri facevano ad Olimpia) finchè Pelope, spinto dagli dei a conquistare Ippodamia, vinse corrompendo l’auriga del re, Mirtilo.

Leontisco di Messana, considerato il più violento tra gli atleti greci, praticava il pancrazio ed era detto lo “spaccadita”, in quanto spezzava le dita degli avversari, costringendoli a ritirarsi; vinse in questo modo due olimpiadi.

Non mancano casi di morte, come quella di Arricchione, avvenuta per strangolamento dopo aver, comunque, imposto il ritiro all’avversario per una frattura al piede; la cosa assurda è che nonostante fosse morto fu incoronato come vincitore, come avvenne a Icco di Epidauro, premiato perché sconfitto, e ucciso, con mezzi illeciti.

Il pugilato era una disciplina violenta, in cui “i disputanti combattevano con pugno armati di cesti, una sorta di guanto di strisce di cuoio foderato di lastra di ferro, per rendere i colpi più violenti (…) e talvolta cadevano morti sul campo con un solo pugno alla parte del mento o a destra e a manca del viso” (Olimpiadi antiche, sito web cit.) anche se, secondo un’altra fonte, durante la settantaduesima olimpiade, nel 492 a.C., Kleomedes di Astipalea uccise nel pugilato Ikkos di Epidauro e gli fu tolta la corona perché “…non era ammesso l’eccesso omicida nemmeno nel più duro scontro pugilistico. Doveva prevalere l’intelletto sul bruto colpo.” (SISTO FAVRE, Homo olimpicus, Società Stampa Sportiva, Roma, 1987, pag. 58) e lo stesso accadde a Dionietos di Creta, che uccise Eracles.


Affari e politica

In Grecia, oltre alla corruzione ed alla violenza, nacque lo sport come fonte di guadagno non soltanto per gli atleti, ma anche e soprattutto per i faccendieri, molto spesso i padri degli atleti, che intorno a questo mondo giravano: “… la storia dello sport è sempre un ricominciare e un terminare, un riprendere da capo e finire allo stesso punto di sempre. Si parte così da una concezione disinteressata e fine a se stessa della pratica sportiva e si approda ad una funzione strumentale (al denaro, al potere, al prestigio).” (A. ALEDDA, op. cit., Società Stampa Sportiva, Roma, 1995, pag. 26).

Gli atleti erano ormai dei professionisti e “già nel V secolo la figura dello sportivo-dilettante-aristocratico di omerica memoria era scomparsa…” (C. SANGALLI, sito web cit.).

Non mancò chi approfittò di vittorie olimpiche proprie o di un assistito per propaganda politica: “Uno dei casi clamorosi fu un "barbaro" Armeno [Varazdat]: dopo aver vinto al pugilato, divenne addirittura Re della sua gente” (Olimpiadi antiche, sito web cit.).

Era, inoltre, uso comune comprare atleti di altre città, visto che, come dimostra il caso di Lica, era facile farsi passare per cittadino di una città diversa dalla propria, visto che non esistevano documenti di identità, ed il riconoscimento “…era affidato in pratica al giuramento ed alla buona fede…” (A. ALEDDA, op. cit., Società Stampa Sportiva, Roma, 1995, pag. 24). Atleti stranieri comprati furono Astilo di Crotone, Sotade che corse per Efeso, Cimone di Atene.

Le olimpiadi, come le attuali grandi manifestazioni sportive, muovevano un giro d’affari molto importante per quanto riguarda il pubblico: “Si organizzavano imponenti pellegrinaggi al seguito degli atleti e sappiamo che il gran numero di avventori rendeva caotica la vallata, ma costituiva una fonte di ricchezza di enorme importanza per tutte l’Elide.” (C. SANGALLI, sito web cit.).


Droga

Scritti del tempo di Platone rivelano che, nelle antiche olimpiadi, il valore di una vittoria era l’equivalente di quasi mezzo milione di dollari ed i concorrenti di questo periodo erano disposti a ingerire qualsiasi preparato che potesse aumentare il loro rendimento fisico, inclusi estratti di funghi e semi di piante.

D’altra parte gli Dei, simbolo da imitare, si nutrivano di nettare e ambrosia che avevano “capacità miracolose” (M. GORI, Storia dello sport, 2001, pag. 9).
ROMA ANTICA: PANEM ET CIRCENSES
In questo periodo lo sport e la posizione degli atleti continuano ad essere ritenuti molto importanti, tuttavia i romani svolgevano attività sportive differenti rispetto ai Greci.

Gli spettatori accorrevano numerosi agli incontri dei gladiatori e alle corse dei carri e questi sport erano considerati come intrattenimento per il pubblico. Nel 100 d.C. il Colosseo fu ristrutturato per accogliere oltre 60.000 spettatori.

Anche in questo periodo si registra l’uso di droghe: i concorrenti nelle corse dei carri davano ai cavalli potenti miscele di sostanze per farli correre di più, mentre i gladiatori venivano dopati per aumentarne il vigore e per rendere più sanguinoso lo spettacolo.
Affari e politica

Caratteristiche principali dei ludi romani (probabilmente discendenti di manifestazioni sportive etrusche con influssi greci) furono la violenza e la partecipazione di massa del popolo romano, probabilmente primo esempio di sport inteso come controllo delle masse: “Questa grande attività derivava da un preciso calcolo politico fatto da un Imperatore [Augusto] conscio della necessità di mantenere il più possibile l’ordine pubblico in una città in cui vivevano 150.000 disoccupati a carico dello Stato; Augusto era convinto, e forse aveva ragione, che un popolo ozioso ed annoiato può minacciare intrighi e rivolte più di uno a cui i suoi governanti offrono talmente tante possibilità di svago da non lasciargli il tempo di pensare. Inoltre lo stesso Augusto presenziava ai ludi il più spesso possibile stabilendo così un contatto diretto con i suoi sudditi che rendeva più popolare la sua autorità e accresceva la sua popolarità.” (C. SANGALLI, sito web cit.).

Roma era al centro del mondo, il popolo romano era orgoglioso di esserne padrone del mondo e non si preoccupava troppo di chi lo comandasse: “…come dice il grande storico francese Paul Veyne, [ il popolo romano] aveva ceduto la scheda elettorale in cambio del biglietto del circo e non voleva assolutamente transigere su questo suo ultimo privilegio.” (A. ALEDDA, op. cit., Società Stampa Sportiva, Roma, 1995, pag. 39); chi tentò di far cessare i combattimenti tra i gladiatori dovette presto cambiare idea.

In questo modo, almeno un terzo dell’anno era vissuto dai romani assistendo ai ludi.

Per poter fare questo, a Roma e nelle province, venivano spese somme di denaro ingenti: il 25-30 % delle entrate dello stato (circa 30 milioni di sesterzi all’epoca di Marco Aurelio) erano usate per organizzare giochi nell’arco di tutto l’anno.

Anche i gladiatori avevano un loro “… tariffario che partiva dal compenso di 1000/2000 sesterzi per le categorie ordinarie fino alle 10000 per quelle più elevate con punte di 150000 per i gladiatori eccezionali”. (A. ALEDDA, op. cit., Società Stampa Sportiva, Roma, 1995, pagg. 43-44) e fu per questo che molti liberi cittadini rinunciarono al loro stato giuridico per diventare “… i Maradona di quei tempi. Ricchi, corteggiati dalle dame, qualcuno amato dalle imperatrici, carnefici di uomini (…) osannati dalle folle, circondati dai fan…” (A. ALEDDA, op. cit., Società Stampa Sportiva, Roma, 1995, pag. 40); Diocle per esempio guadagnò in carriera 34 milioni di sesterzi.


Violenza

Caratteristica principale, e uno dei motivo della fine dei ludi, fu una violenza senza precedenti: in epoca imperiale “si accentua la componente atletica delle gare rispetto a quella religiosa” (M. GORI, Storia dello sport, 2001, pag. 38) che, in concomitanza con l’educazione fisica soprattutto a scopo militare e con l’uso, come vittime predestinate, dei cristiani, porta le lotte gladiatorie ad essere così violente che “… non sono paragonabili neanche alla moderna corrida, che è il migliore esempio di "sport" odierno in cui il rischio della vita è parte integrante della competizione.”

L’unica salvezza per i Cristiani è “… legata alla capricciosa generosità del imperatore o chi per lui.” (C. SANGALLI, sito web cit.).

“L'evoluzione dello sport in Europa rischia di condurre a un indebolimento della sua funzione educativa”

(Relazione “di Helsinki” 1999/644 della Commissione Prodi al Consiglio Europeo, 10 dicembre 1999)
Era Cristiana

L’inizio dell’Era Cristiana segnò la caduta degli altri sport, perché la natura violenta di molti degli sport romani era inaccettabile per il nuovo ordine sociale: nel 396 d.C. L’imperatore Teodorico dichiarò la fine degli antichi giochi e furono bandite tutte le forme di sport pagani. Gli unici sport ammessi furono il wrestling e la boxe, ma la era ampiamente incoraggiata la concezione che lo sviluppo fisico ostacolasse lo sviluppo intellettuale.

Soltanto alla fine del diciannovesimo secolo lo sport riemerse. L’impeto di questa ripresa si manifestò nell’Inghilterra rurale e velocemente si diffuse in tutto il resto del mondo.
LO SPORT MODERNO
Lo sport nella società inglese dell’inizio del diciannovesimo secolo comprendeva in gran parte attività ricreative non strutturate. L’Inghilterra era una società agricola e rurale e mostrava forme di attività fisica che erano casuali. Il tipo di attività ricreativa rifletteva l’andamento della società: i riti in rispetto del raccolto o delle ricorrenze religiose, come il Natale, volevano unire il villaggio in una forma centrale d’intrattenimento. Celebrazioni tipiche consistevano in sbornie e danze, giochi come la corsa coi sacchi, saltamontone e caccia al maiale, attività come il combattimento di galli e incontri di box, giochi di calcio con oltre 1000 giocatori su un campo lungo diverse miglia.

L’industrializzazione e l’urbanizzazione trasformarono gli stili di vita e anche il modello dei giochi campestri, e sorsero forme di attività sportive più organizzate e sofisticate. Il fattore che contribuì maggiormente a determinare i cambiamenti nello sport, come conseguenza dello sviluppo della tecnologia, dei trasporti e delle comunicazioni, fu una nuova concezione del tempo e dello spazio: il nuovo insediamento urbano della popolazione del tardo diciannovesimo secolo stabilì rigidi controlli di giochi e attività che riflettevano la nuova società regolamentata (il gioco del calcio, praticato da un migliaio di giocatori su un campo senza confini, non era adatto alle città), nacque inoltre in questo periodo la netta distinzione tra lavoro e tempo libero.


Si manifestarono notevoli sviluppi che cambiarono la forma delle tradizionali attività. Queste includevano:

restrizioni di tempo e spazio;

Formazione di club e competizioni avanzate;

restrizione nel numero dei giocatori;

sviluppo di regole;

standardizzazione e modificazione delle attrezzature.

Emersero nuovi sport (come il rugby, il pattinaggio a rotelle e il bowling), mentre attività come il combattimento di animali e la lotta fra polli persero popolarità e alla fine furono bandite.

La Rivoluzione industriale ebbe un impatto significativo su tutti gli aspetti dello sport e del divertimento. La tecnologia era usata per sviluppare nuove attrezzature in sport come il golf, il tennis e il cricket. Anche altre invenzioni ebbero un'influenza, per esempio, la luce elettrica che permise di giocare di notte.

Il miglioramento delle comunicazioni rese possibile l’invio via cavo di notizie sportive e lo sviluppo dei trasporti permisero competizioni tra città diverse. Questi fattori portarono all’incremento della partecipazione alle attività sportive e di divertimento e contribuirono significativamente alla diffusione dell'interesse per queste attività in tutto il mondo.

Due significative conseguenze dell’aumento del coinvolgimento nello sport furono mercantilismo e professionismo. Le folle di spettatori alle principali partite di calcio aumentarono da poche migliaia durante la metà del diciannovesimo secolo a più di centomila nei primi anni del 1900. Furono costruiti grandi stadi, e gli eventi sportivi ricevettero ampio spazio di trattazione in quotidiani e riviste specializzate.

Di lì a poco i professionisti sportivi occuparono un posto nella società. Lo sport non era più solo una frivola attività da svolgere nel tempo libero, per alcuni lo sport diventava una professione.
Il ventesimo secolo

Al cambio del secolo, lo sport ha assunto un posto simile a quello che aveva occupato nelle società Greca e Romana. Durante il ventesimo secolo l’attività sportiva si è trasformata gradualmente in una forma d'intrattenimento di massa che è diventata un grande affare, perché garantisce un'ampia fonte di guadagno. Le pressioni economiche hanno contribuito ad una escalation nell’incidenza dell’assunzione di sostanze dopanti e nel numero delle morti ad esso collegate all'interno della comunità sportiva.


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