Luogo e date dell'attentato




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Aldo Moro, cattedratico e uomo politico. Principale artefice della politica di centro-sinistra, più  volte ministro e presidente del Consiglio. Dal '76 è presidente della Democrazia Cristiana e favorisce l'avvicinamento del Pci al governo.  
Nato a Maglie (Lecce) il 23 Settembre 1919
(luogo e date dell'attentato) 

Roma, Via Mario Fani, 16 Marzo 1978



(luogo e date di morte) 

Roma, 9 Maggio 1978, dopo 55 giorni di prigionia, il corpo di Aldo Moro, crivellato di proiettili, viene fatto ritrovare in via Caetani, nel bagagliaio di una Renault rossa.



(descrizione attentato)

L’auto dell’On. Moro e quella della scorta vengono tamponate da due auto dalle quali scende una parte del commando terrorista, mentre altri sono in agguato sul posto. La banda è presumibilmente composta da 11 uomini e una donna, che massacrano la scorta e rapiscono il presidente della Democrazia Cristiana. Cadono la guardia di PS Raffaele Iozzino, il maresciallo dei CC Oreste Leonardi, l’appuntato dei CC Domenico Ricci, la guardia di PS Giulio Rivera e il vice-brigadiere di PS Francesco Zizzi. 



(biografia)

Trascorre l’infanzia e la giovinezza in Puglia dove si laurea giovanissimo in Legge. All’età di 24 anni è professore incaricato di filosofia del Diritto presso l'università di Bari, l’anno dopo ottiene la cattedra di Diritto penale.

Tra il 1939 e il 1942 è presidente della FUCI e fa parte del Movimento dei laureati cattolici.

Sposa nel 1945 Eleonora Chiaravalli, laureata in Lettere, studiosa di psicologia e militante della FUCI. Nascono 4 figli: Maria Fida, Anna, Agnese e Giovanni. La vita famigliare si svolge, appartata dalla ribalta politica, a Torrita Tiberina, casa di campagna, e a Terracina.

Nel 1946 è eletto alla Costituente e nel 1948 è deputato in Parlamento, iniziando così la sua carriera nella D.C. di cui diventerà segretario politico nel 1959 e poi nel 1962. La carica gli permette di favorire la politica di centro-sinistra (i socialisti nell'esecutivo) che ha in lui il principale fautore.

Il 4 Dicembre 1963 vara, come presidente del Consiglio, il primo dei suoi tre governi che si succederanno fino al 1968. L’anno dopo rientra nell’esecutivo come ministro degli Esteri. Tra il 1974 e il 1976 torna presidente del Consiglio nei suoi quarto e quinto governo.

Nell’ottobre del 1976 è eletto presidente della Democrazia Cristiana. Da quella carica svolge un fondamentale ruolo di mediatore, favorendo l’ingresso dei comunisti del PCI nella maggioranza e rinsaldando le fratture all’interno della D.C. 
Il 18 marzo, dopo i funerali degli uomini della scorta, le B.R. telefonano al quotidiano “Il Messaggero” e indicano una cabina telefonica in cui viene rinvenuto il “Comunicato n.1” con la foto di Aldo Moro e sullo sfondo la Stella a 5 punte delle Brigate Rosse.

A Torino, durante il processo a Renato Curcio e ai capi storici della B.R., viene ulteriormente rivendicata la responsabilità politica del rapimento.

Sono 9 i comunicati che le B.R. fanno ritrovare nel corso dei mesi di prigionia dell'uomo politico, insieme ad alcune lettere autografe dell’On. Moro che scandiranno tutto il periodo fino all’8 maggio, giorno del ritrovamento del corpo dello statista trucidato.  
Dopo tre processi, è accertato che a condurre la Renault in via Caetani con il corpo di Aldo Moro sono i brigatisti Mario Moretti, Prospero Gallinari, Valerio Morucci e Bruno Seghetti.

Durante il sequestro Moretti, Morucci, Anna Laura Braghetti e Germano Maccari si sarebbero alternati nella sua vigilanza.

Sono 4 i processi principali del caso Moro. Il primo, che unificava i Moro-uno e Moro-bis, si è concluso in Cassazione (22 ergastoli) nel novembre 1985, il Moro-ter si è concluso nel maggio 1993 (20 ergastoli), il Moro-quater a maggio 1997 con la condanna definitiva all'ergastolo per Lojacono, il Moro-quinquies si è concluso in due tempi (nel 1999 e nel 2000) con le condanne di Raimondo Etro e Germano Maccari.



Il 9 maggio di ventisei anni fa venne ucciso dalle Brigate Rosse Aldo Moro, vittima di un’azione terroristica assurda e di una reazione disastrosa del governo che portò all’Italia “l’onore” di essere il primo paese nel mondo ad adottare una linea di assoluta intransigenza.



Soltanto negli anni successivi si scoprirà che per una parte del potere fu un disastro voluto, frutto di una fermezza impiegata quale arma del terrorismo di stato. E’ un episodio ormai passato alla storia, ma oggi tornato attuale davanti alle pretese di un terrorismo globale. Per offrire un punto di vista storico su questo fenomeno, presentiamo un brano – la Prefazione integrale – del libro di inchiesta di Robert Katz, I giorni dell’ira: il caso Moro senza censure. Scritto subito dopo la tragica conclusione della vicenda Moro, la prima edizione dell’opera originale uscì negli Stati Uniti nel 1980 col titolo Days of Wrath: the Ordeal of Aldo Moro. La traduzione italiana apparse quasi tre anni dopo, ma con documentazione e testimonianze ancora inedite in Italia. Nel libro l’autore si chiede se la morte dello statista potesse essere evitata senza compromettere le istituzioni. La sua risposta, avvalorata da prove inoppugnabili, è positiva. Soltanto l’intransigenza del governo, ispirata a calcoli politici, ha impedito la liberazione di Moro. In che cosa consistevano questi calcoli e come venivano imposti si è saputo nel ventennio successivi. E’ un epilogo allucinante. Esaminiamolo qui su TheBoot.it nelle prossime edizioni.

Aldo Moro venne rapito dalle Brigate Rosse il 16 marzo 1978 nel corso di un'operazione di guerriglia urbana. La mattina del 9 maggio venne ucciso mentre guardava negli occhi due assassini dal sangue particolarmente freddo. Nei cinquantaquattro giorni che trascorsero tra i due avvenimenti egli venne annichilito da un gruppo di uomini di quello stesso Palazzo di cui faceva parte.

Venne annichilito nel vero senso della parola, svuotato di ogni forza, ridotto a niente, e ciò anche per mano di un governo che era una sua creatura, di un partito politico da lui stesso presieduto, dalla prima maggioranza parlamentare in Europa occidentale comprendente un partito eurocomunista, da una massa di mezzi d'informazione che fecero scempio della verità in un clima di semicensura e, infine, da un consesso sorprendentemente acritico di esponenti dell'opinione pubblica mondiale i quali furono indotti a credere che il prezzo da pagare per la libertà del prigioniero fosse un qualche Grande Principio Democratico.

Non vi furono motivi personali per distruggere così Aldo Moro. Vi erano, sì, indicazioni che potevano far pensare che i suoi rapitori lo avrebbero costretto a «parlare». A prescindere dal timore che una simile ipotesi suscitava tra i suoi colleghi politici in un paese dove troppi scandali vengono lasciati impuniti, i servizi segreti di più di uno Stato membro della Nato erano preoccupati da ciò che avrebbe potuto rivelare un uomo che era stato cinque volte Presidente del Consiglio. Ma, più importante di qualsiasi altra considerazione, quale la salvaguardia di segreti nazionali o internazionali, che ispirava i tentativi di neutralizzare la minaccia rappresentata dalla cattura di Moro, si rivelò, durante quei cinquantaquattro giorni, proprio la stessa volontà dell'uomo più potente d'Italia di non accettare il ruolo di martire.

Coloro che ebbero influenza sulle decisioni, ivi comprese quelle persone pubblicamente accusate dalla signora Moro di avere provocato con atti di omissione la morte del marito, si comportarono certamente senza malizia e nella maggior parte dei casi andarono contro i loro sentimenti più profondi. L'annullamento di Aldo Moro, il suo abbandono fisico e morale da parte di una società che volle togliergli la propria integrità, fu il prodotto di una strana coincidenza di circostanze temporali e manovre politiche. Dal momento in cui le Brigate Rosse misero le mani sull'uomo che era Aldo Moro, egli cominciò a trasformarsi nella statua che sicuramente un giorno sorgerà in una piazza romana a lui dedicata. Il potere di Moro, per quanto formidabili fossero le forze che gli erano contrarie, non fu facilmente debellato. Dalla sua cella in un'isolata e nascosta «prigione del popolo», egli condusse una battaglia complessa, articolata ed intelligente che aveva come obiettivo la propria saldezza. Riuscì ad avere dalla sua parte in questa lotta non soltanto familiari ed amici riluttanti a seguire la maggioranza (tra gli altri il Papa, due ex capi dello Stato ed il segretario generale delle Nazioni Unite), ma anche, come vedremo, un settore delle stesse Brigate Rosse.

Egli rifiutò il ruolo di martire affibbiategli dai colleghi del Palazzo. Non vi sarebbe stata gloria alcuna nel sacrificarsi in nome di quel coacervo di interessi individuali che caratterizzano la scena politica romana. Era assai più dignitoso lottare bene per la propria salvezza con quel suo metodo profondamente politico, e allorché capì che la partita era perduta — in anticipo rispetto a quelli che lottavano al suo fianco — maledisse coloro che ipocritamente piangevano la sua morte, non assolse nessuno dalle proprie responsabilità e si accomiatò da tutti con semplicità. Morì come un antieroe, come un eroe del suo tempo.

Questa è la storia della sua lotta e della sua morte. È la storia — per quanto una serie di penose verità possano somigliare ad una storia — di come un uomo di potere e la sua famiglia ebbero come

Il Libro: I giorni dell'ira di Robert Katz, traduzione di Giancarlo Riccio, Roma, ADN
Kronos Libri, 1982.

“Chiunque conosca e ami l’Italia, chiunque abbia meditato sulla fragilità delle democrazie moderne e si commuova per la pietà e il terrore che questa tragedia incute, vorrà leggere questo libro originale e profondamente sentito.” – Washington Post



Il Film: Il caso Moro, di Giuseppe Ferrara

con Gian Maria Volonté,


tratta da I giorni dell'ira, sceneggiatura di Robert Katz, Armenia Balducci e Giuseppe Ferrara, 1986.

Il Libro sul caso del film:
Il caso Moro, di Balducci, Ferrara e Katz, Napoli, Pironti Editore, 1987

E' la risposta degli autori alla controversia suscitata dal film. Contiene documenti inediti, recensioni, e il testo completo della sceneggiatura.



antagonisti la stessa coalizione politica che proprio quell'uomo aveva costituita e di come reagirono. Ciò che era cominciato come un melodramma di proporzioni grandiose — uno stupefacente colpo di mano in un'assolata strada romana — divenne in virtù di un'amara ironia una vera e propria tragedia degna della penna di un bardo.

Io non sono certo quel bardo, ma presi a interessarmi seriamente al caso dopo aver notato ripetutamente che alcuni degli aspetti della vicenda ai quali si è fatto cenno prima erano stati trascurati. Per di più, allorché tutto fu finito, il consenso nei confronti di una strategia inedita verso il terrorismo (pur se completamente errata) fu generale.

Così, quando il «Washington Post», ad esempio, lodando implicitamente questa strategia scrisse che i rapitori di Moro lo avevano deliberatamente «immerso sempre più profondamente in un abisso psicologico, dando poi notizia di questo suo decadimento progressivo mediante la pubblicazione delle sue lettere, sempre più affrante e disperate» divenne evidente quanto il quotidiano americano fosse lontano dalla verità e con quanta abilità a Roma si fosse riusciti a tenere celata questa stessa verità. Una grave ingiustizia diventava un errore storico, a livello internazionale si stabiliva un pericoloso precedente.

Ero a Roma durante i cinquantaquattro giorni del caso Moro. Non che l'essere presenti ad un fatto garantisca imparzialità nel riferirne o nel giudicarlo, anzi. La mia unica pretesa di obiettività risiede nel fatto che guardavo gli avvenimenti da vicino ma, al tempo stesso, con il distacco di uno straniero. Di solito mi occupo di avvenimenti storici o fantastici. Il giorno in cui Moro fu rapito venni a conoscenza quasi subito dell'avvenimento; mi recavo, come al solito, al mio studio in Trastevere per lavorare ad una storia ambientata nella Roma del Cinquecento. La notizia mi riportò bruscamente alla realtà. Ma allora vivevo in un diverso spazio temporale e, dopo lo shock iniziale, fui contento di immergermi nuovamente nel passato. Nel corso degli anni da me trascorsi in Italia avevo incontrato Aldo Moro in due occasioni: in entrambe le circostanze si era rafforzata in me l'impressione che egli fosse esattamente come lo aveva magistralmente interpretato Gian Maria Volonté nel film Todo Modo. In quel film il personaggio Moro, simbolo di una Democrazia Cristiana decadente, viene eliminato alla fine dagli stessi corruttori del suo partito, e cioè dalla CIA. Ero troppo immerso allora nel mio lavoro ambientato ai tempi della Controriforma per riflettere sulle molte assonanze esistenti tra Todo Modo e la realtà; e ciò forse anche perché queste assonanze trovavano esatta eco nei miei pregiudizi. In realtà, al pari di Leonardo Sciasca, autore di Todo Modo, dovevo ancora scoprire il vero Aldo Moro.

Mi resi conto, dapprima soltanto saltuariamente, che qualcosa era cambiato a Roma: ogni volta cioè, che mi rituffavo nella realtà; ma, quando le lettere di Aldo Moro cominciarono ad arrivare dalla «prigione del popolo», mi accorsi dalle reazioni degli uomini del Palazzo che un timore si era impossessato dell'Italia e che sarebbe potuto accadere qualcosa di veramente grave.

In Italia non succede nulla che non sia in qualche modo collegato alla volontà di questo o quel partito politico: quella volta ci si trovò — e fui forse l'ultimo ad accorgermene — in un frangente di fronte al quale tutte le principali forze politiche erano d'accordo. E ciò era particolarmente vero per i due superpartiti: la Democrazia Cristiana ed il più potente partito comunista dell'Occidente.

Il giorno in cui Moro venne rapito si doveva costituire un nuovo governo con una maggioranza parlamentare senza precedenti per ampiezza nella storia italiana del dopoguerra. Dopo trent'anni di ostracismo i comunisti, notevolmente rafforzati dai più recenti risultati elettorali, entravano a far parte di questa maggioranza, seppure in una posizione di appoggio esterno. E questa svolta era il risultato della raffinata strategia politica messa in atto da Moro. Egli in questo modo era divenuto il bersaglio scelto dalle Brigate Rosse che sincronizzarono la complessa operazione della sua cattura, in modo da farla scattare proprio in quella ventina di minuti che gli occorrevano per andare dalla sua abitazione a Montecitorio e dare la propria benedizione al nuovo governo.

I comunisti, che erano entrati a far parte della maggioranza impegnandosi anche a difendere la democrazia, dovettero trovare ogni mezzo per dissociarsi dall'altro comunismo, quello invocato dalle Brigate Rosse. Essi ostentavano quasi il loro nuovo ruolo di ferrei difensori dello Stato, delle sue istituzioni, dell'ordine, della legalità. I democristiani, a prescindere dai sentimenti individuali nei confronti del loro leader sequestrato, non potevano essere da meno, e così si scatenò una gara per dimostrare chi era più intransigente.

In realtà quella posizione spieiata, intransigente, che avrebbe prevalso sino a garantire (inevitabilmente, possiamo dire ora) la morte di Moro, emerse quasi subito. Godendo dell'appoggio internazionale, ed in particolare di quello statunitense e della Germania federale (per motivi, come ebbi a scoprire più tardi, che nulla avevano a che fare con l'Italia ed il caso specifico), essa lasciava scarso margine di possibilità. Sin dall'inizio le posizioni furono chiare: o si era intransigenti, oppure si era plagiati dalle Brigate Rosse. Fu bandita ogni critica alla linea ufficiale ed Aldo Moro, il critico numero uno, fu addirittura fatto passare per matto.

Giorgio Bocca, uno spirito indipendente, poco dopo la morte di Moro, scrisse: «Il 16 marzo questa facciata [di una stampa libera] è caduta e si è visto come funzionano i meccanismi dell'informazione: i partiti padroni o protettori dei giornali e della TV decidono ed i direttori eseguono. Ipocrisie, menzogne, esagerazioni, invenzioni fino a pochi giorni prima considerate come inaccettabili, vengono passate in tipografia e stampate senza il minimo accenno di protesta. I dissenzienti più che essere emarginati si defilano, gli articolisti prima di essere censuratisi censurano. La linea maggioritaria è, s'intende, quella che si ispira agli interessi dei due grandi partiti di potere, la DC e il PCI... il tono generale era pressappoco questo: "chi non è con noi è un mascalzone o un amico del nemico"».

vevo visto accadere cose simili in altri Paesi, in India e nel Bangladesh, nell'Europa orientale e nel mio stesso paese, gli Stati Uniti, al tempo della guerra nel Vietnam e durante gli anni cinquanta. Ma l'Italia dopo Mussolini mi sembrava avesse perso il gusto dell'intolleranza. Il caso attuale sembrava degno di attenzione perché per la prima volta, ma forse non per l'ultima, il terrorismo politico, nella sua espressione moderna, provocava una simile reazione. Penso, inoltre, che gli stranieri avvertano prima e meglio, per ovvi motivi, i pericoli che corre la libertà nel Paese che li ospita.

Ai primi di aprile ficcai le mie ricerche sul sedicesimo secolo in uno scatolone di cartone e mi misi ad osservare con maggiore attenzione ciò che stava succedendo. In quei giorni era difficile avere altre notizie al di fuori di quelle che la stampa pubblicava; ora la stampa, come del resto l'atmosfera in generale, era proprio come Bocca l'ha descritta. Vi era comunque l'area della controinformazione. Essa era alimentata dalla famiglia Moro che aveva necessità di comunicare ciò che la stampa rifiutava di pubblicare. Più ci si avvicinava al momento culminante della vicenda e più accessibile e migliore diventava tale controinformazione. Parlerò di tutto ciò al momento opportuno, ma soltanto quando si arrivò all'orribile finale, se non addirittura settimane dopo, allorché le tensioni, anche per coloro che più da vicino ebbero a soffrire dalla vicenda, cominciarono a calmarsi, fui in grado di distinguere veramente tra verità e fantasia.

Il mio compito fu reso più semplice per più motivi. Il primo fu il pentimento. Furono in molti ad essere improvvisamente presi dal rimorso per aver mantenuto una linea intransigente: alcuni di loro erano ora disposti a parlare. Non dissimile fu lo stato d'animo della stampa; quasi a far ammenda del proprio passato atteggiamento, molti giornali assegnarono ai loro migliori redattori il compito di ricostruire con imparzialità la storia di quei cinquantaquattro giorni.

Il secondo motivo va identificato nel pur lieve spostamento dell'asse politico verificatosi in seguito alle elezioni amministrative del maggio '78. Esso ebbe come conseguenza un inasprimento delle tensioni negli ambienti politici; trascurabile di per sé, provocò, per una sua logica interna, un flusso continuo di notizie su quasi tutti i documenti sul caso Moro sino ad allora rimasti inediti.

La mia posizione personale, infine, era in qualche modo privilegiata. Nel corso degli anni mi ero creato a Roma le mie fonti d'informazione, cosa del resto normale per uno scrittore del mio genere; più interessante era comunque il fatto che molte delle mie fonti fossero allora, e siano tuttora, in contatto con i protagonisti del caso Moro. Anzi, un ristretto numero di esse erano loro stesse protagoniste della vicenda. Di conseguenza ebbi occasione di prendere visione di molto materiale inedito e come si vedrà, di conoscere individui facenti parte di ambienti quasi ermetici.

Con ciò non voglio dire che il lettore si troverà in mano l'opera definitiva sul caso Moro: purtroppo passerà ancora del tempo prima di avere un libro simile. Molti ambienti, alcuni ristretti, altri addirittura ristrettissimi, restano chiusi.

Quest'opera intende essere uno sforzo iniziale per la revisione di alcuni dati ed informazioni che a suo tempo erano stati manipolati, che hanno esercitato un peso notevole sugli eventi, e che ancora oggi attendono di essere rivisti. Non è detto che ad errori passati io non riesca ad aggiungerne di nuovi, ma la mia opera si basa esclusivamente su fatti noti e su altri fatti da me appresi nel corso della mia ricerca. Nulla ho concesso alla mia immaginazione, ne ho dato credito alla fantasia altrui.

Al di là delle mie intenzioni, anch'io sono obbligato alla discrezione. Il caso Moro scotta. Sono ancora in ballo le fortune di molte persone, mentre non si sono ancora rimarginate tante ferite, sia spirituali che fisiche. Vi sono questioni di vita e di morte ancora aperte, nel senso più letterale dell'espressione. Il lettore si tranquillizzi, però: niente di ciò che mi è precluso di rendere pubblico altererebbe sostanzialmente questa mia inchiesta. Allo stesso lettore chiedo venia per tutte le occasioni in cui non sarò in grado di soddisfare la sua naturale curiosità riguardo ad alcuni dettagli intimi: motivi di prudenza, richiesta di anonimato e, soprattutto, un doveroso rispetto della riservatezza che la famiglia Moro si è autoimposta legittimano la mia richiesta. Per quanto riguarda le mie fonti, ho indicato la provenienza delle mie informazioni così come si fa generalmente ed entro i limiti cui ho fatto cenno sopra.

Quello che segue è il racconto di una Confusione universale che alla vittima, come ad altri, parve di proporzioni babeliche.

Robert Katz
Roma, 16 marzo 1979




Un caso di coscienza
Pubblicare o no i documenti dei terroristi?
Colloquio con Eugenio Montale 
Editoriale, Corriere della Sera 21 marzo
Domenica scorsa, a denti stretti, dopo molti dubbi, la direzione del Corriere ha deciso di pubblicare come hanno fatto tutti i mass media, la fotografia di Aldo Moro prigioniero delle Brigate rosse. E' un'immagine crudele pur nella stoica dignità dell'uomo, un'immagine che i terroristi avevano mandato ai giornali con la certezza che sarebbe stata riprodotta. Abbiamo anche riportato il lungo messaggio di guerra che accompagnava la foto. Eravamo, e siamo, divisi tra due obblighi di coscienza: da una parte quello di negarci ad ogni manipolazione della verità, di non nascondere ai lettori alcuna notizia, di non imboccare mai la strada inclinata e maledetta della censura; dall'altra, quello di non collaborare in nessun modo, sia pure inconsapevolmente, a un disegno ribelle che vuole devastare l'equilibrio dell'opinione pubblica. Quali sono le armi dei terroristi? Le Nagant, le Tokarev, le Beretta, e poi la propaganda, e quel terribile amplificatore della propaganda che talvolta forse rischiamo di essere tutti noi, giornali, televisione, radio. Possiamo disarmare anche della propaganda i terroristi, senza rinunciare al nostro ruolo di giornali - e di giornalisti - liberi? E' una difficile domanda. Resta chiaro che le Brigate rosse vogliono trascinare il Paese fuori dal terremmo naturale della democrazia: e una stampa che limitasse, condizionasse, ritagliasse l'informazione intorno a un fatto, atroce ma enorme, come questo, sarebbe una stampa già fuori dalla normalità democratica, quasi imbavagliata. E un bavaglio, anche quando ce lo mettiamo da soli, sarebbe sempre un bavaglio. Allo stesso tempo, non possiamo ignorare le conseguenze dei nostri gesti, delle nostre scelte: i brigatisti stanno conducendo il loro assurdo "processo" ad Aldo Moro nel chiuso di quattro mura, che non sono una "prigione del popolo" ma un oscuro covo criminale. Rilanciando a milioni di persone le immagini e le parole di quel "processo", noi lo dilatiamo, ne rendiamo testimone davvero tutto un popolo, ingigantendo anche l'umiliazione che lo Stato subisce. Scriveva ieri l'altro l' 'Unità' che la foto è "l'immagine di un uomo che i rapitori si ripromettono di martirizzare, in una di quelle tragiche farse cui danno il nome di processi; e ciò per far durare più a lungo la sfida alla Democrazia italiana e all'onore di questa repubblica. Ma per far questo hanno bisogno che giornali e Tv si trasformino in cassa di risonanza dei loro farneticanti messaggi. Questo è, purtroppo accaduto". Perché ciò non si ripeta, aggiungiamo, è necessario guardare dentro le nostre coscienze e trovare la risposta che sabato nessuno di noi ha saputo darsi. Che fare? Senza la presunzione di conoscere una formula certa, il Corriere ha trasferito la domanda al suo giornalista più nobile ed illustre, a una voce senza sospetti: Eugenio Montale, redattore per tanti anni del Corriere, senatore a vita, Premio Nobel, uomo che seppe dire di no, con coraggio e povertà, agli anni della censura, agli anni di altri odiosi brigatisti. Tu, Montale, avresti pubblicato la foto e il messaggio delle Brigate rosse? "Forse sì. Pensate di aver fatto male?" Ce lo stiamo chiedendo. "Certo, giornali e Tv hanno portato davanti a milioni di occhi due messaggi - una foto, un comunicato ideologico - che, senza questo concorso, le Brigate rosse avrebbero potuto far circolare, ciclostilati, al più duecento copie". Ormai è andata così. D'altronde non era la prima volta. "Per il futuro, i giornalisti dovrebbero darsi un codice. Non dimenticate che quel testo, soprattutto il testo, può aver trovato degli ammiratori: dei giovani ammiratori, anche fuori dal mondo intorno alle Brigate rosse. Pensandoci, sarebbe stato meglio non pubblicarlo. E' scritto da un ideologo, in buon italiano, sarà certamente un laureato... Il terrorismo è una cosa ancora non ben studiata nei suoi veri motivi psicologici: esisteva già al tempo degli zar l'ideologia di far fuori, uccidendo, come se fosse una cosa santa, sacrosanta...". Parlavi, Montale, di un codice. Ma quale? Non certo una censura. "Non si può creare una regola di comportamento basata su ipotesi. Si dovrebbe piuttosto trattare di un codice che tutti i giornalisti dovrebbero cercare dentro di loro stessi. Ma sì, non li pubblicherei questi messaggi delle Brigate rosse. Bisogna averne la forza. Che poi sia facile proprio non lo so. Per fortuna non dirigo alcun giornale". Non pensi che così facendo si potrebbe finire per trascinare i giornali in un regime di libertà vigilata? "Non credo. Basterebbe dire per quali motivi non si pubblica il messaggio, non ritenendo opportuno di alimentare le fantasie di qualche altro potenziale delinquente. Insomma, una formula adeguata. Dire che mediante la pubblicità alle Brigate rosse potrebbero venire le adesioni degli imbecilli... E d'imbecilli ce ne sono tanti". E per la foto? "M'ha fatto tanta pena. E' l'immagine dello Stato umiliato". Allora, la foto l'avresti pubblicata? "Quella sì". Potrebbe aver provocato anche delle reazioni positive? "Qualcuna: ne viene un senso di pietà e di rabbia. Una soluzione per il futuro, il minimo che si possa fare, potrebbe essere non dare per intero gli argomenti di carattere ideologico dei brigatisti. La stampa è indubbiamente un potere, anche micidiale, questo è certo. Ma riusciremo a risolvere mai questo grande caso di coscienza?".


Quali sono i padri del terrorismo? 
Colloquio con Emanuele Macaluso, 
Rossana Rossanda e Rosario Romeo 
Ugo Stlle, Corriere della Sera 23 marzo
Roma - Onorevole Amendola, se il terrorismo dilaga di chi è la colpa, chi si deve battere il petto? "Naturalmente tutti, governo e opposizione. Nella nascita del fascismo le responsabilità furono del gruppo dirigente liberal democratico, ma non mancarono anche quelle nostre". Questa frase autocritica appare in un intervista di Giorgio Amendola a Rinascita che il settimanale ideologico del Pci pubblicherà nei prossimi giorni. Anche se è solo un momento di un'analisi complessa e articolata e che non risparmia colpi alla Dc e alla sua gestione del potere, il riconoscimento di Amendola arricchisce un dibattito che dal giorno del rapimento di Moro agita e angoscia soprattutto la sinistra. E' una specie di esame di coscienza che parte da lontano, addirittura dal '52, quando in una lotta senza esclusione di colpi e in piena guerra fredda Togliatti bollava la Dc con formule che oggi troviamo ricalcate nei messaggi delle Brigate rosse. A sinistra ci si interroga sugli "eccessi" della contestazione, su quella operaia e studentesca, sul dopo '68, sull'estremismo. E' possibile che quella ventata impetuosa di cambiamento che dieci anni fa cominciò ad investire la società italiana, trascinasse con sé anche i semi velenosi del terrorismo? Maturata nei giorni successivi all'agguato di via Fani, la polemica sulle responsabilità della sinistra è affiorata pubblicamente sabato scorso quando Emanuele Macaluso su l'Unità ha risposto con asprezza a Galloni, attribuendo al vicesegretario della Dc il tentativo di far discendere da certe impostazioni "staliniane" del Pci le azioni del terrorismo e della violenza. Ancora più irritata la risposta a Rossana Rossanda. Leggendo il secondo messaggio delle Br la Rossanda, esponente del Manifesto, aveva scritto che le sembrava di sfogliare un album di famiglia, l'album di quando militava nel Pci ai tempi dello scontro più duro con la Dc. Sui rapporti tra sinistra, estremismo e terrorismo abbiamo interrogato i protagonisti di questa polemica, Macaluso e la Rossanda. Un quesito analogo lo abbiamo posto allo storico Rosario Romeo. Emanuele Macaluso Onorevole Macaluso, sull'esistenza del terrorismo il Pci ha qualche autocritica da fare? "Su questo punto non abbiamo autocritica da fare". Ma c'è chi ricorda il linguaggio che il Pci usava negli anni '50, simile a quello usato oggi dalle Br. Allora per voi la Dc era il nemico da battere. Noi non neghiamo i giudizi dati sulla Dc. Ma nell'analisi di questi giudizi si trascurano fatti essenziali. I comunisti allora erano discriminati e sottoposti a un'azione di persecuzione. Vivevamo gli anni della scomunica vaticana, della legge sull'operazione Sturzo per imporre al comune di Roma il listone con dentro insieme i democristiani e i fascisti. Erano gli anni della guerra fredda tra USA e URSS. Malgrado questa drammatica situazione, il disegno di Togliatti non fu mai quello della ricerca dello scontro con la Dc. Anche nei momenti di maggiore asprezza egli tentò di aprire una contraddizione nella Dc di questo partito". Il Manifesto ricorda il vostro linguaggio degli anni '50 per sottolineare la "contraddizione" in cui il Pci si trova oggi, alleato di un partito, la Dc, che non sa più bene come definire, se avversario o amico. "In realtà, il vero bersaglio di queste critiche è l'accordo di governo. Ma se oggi non ci fosse questo quadro di riferimento che è la maggioranza di governo quale sarebbe la situazione del paese? La verità è che senza l'accordo tra la Dc e le sinistre chi vuole destabilizzare l'Italia avrebbe davvero via libera. Chi ci “attacca da sinistra” dovrebbe ricordare che l'ingresso del Pci nella maggioranza rappresenta lo stato più avanzato, non quello più arretrato, in cui si manifestano i rapporti politici". Poi ci sono le accuse della Dc. Vi rimproverano di aver contribuito a fare di questo partito il bersaglio della violenza. Vi attribuiscono attacchi gratuiti, immotivati, sbagliati. "Lo so, ci rimproverano soprattutto le nostre critiche alla gestione del potere. Certo, non ce li siamo inventati noi i Crociati, Lefebre, e non siamo stati noi a nominare i De Lorenzo e i Miceli alla guida dei servizi segreti. E dobbiamo ancora ricordare che sulla vicenda di piazza Fontana non è stata fatta ancora chiarezza. Avevamo il dovere democratico di avanzare queste denunce e di condurre questa lotta. Ma non siamo tra quelli che sono andati nelle piazze: “Abroghiamo la Dc”". Quindi nessun "incitamento" anche indiretto alla violenza. "Anche nei momenti più duri della nostra storia, anche nei momenti di maggior scontro sociale, ci siamo affidati sempre alla forza delle nostre idee, mai ai bastoni o alle armi". Rossana Rossanda Si vuole addossare alla sinistra e in particolare al Pci la responsabilità della violenza e del terrorismo. "E' un tentativo infondato e abbastanza volgare al quale il Pci potrebbe rispondere con ampie motivazioni e senza dare in escandescenze. Sotto il profilo storico questa accusa è inesistente: il terrorismo deriva da una matrice ideologica che non ha niente a che fare con il marxismo. Marx è il primo che ha scritto contro il terrorismo. Sotto l'aspetto politico è chiaro che la Dc colpita in uno dei suoi uomini più rappresentativi tenta di far pagare il maggior prezzo possibile alla sinistra". Allora la sinistra non deve fare alcuna autocritica? "Dobbiamo prima di tutto chiederci da cosa nasce il terrorismo in Italia. Perché nel tessuto del paese si è creata una degenerazione così profonda. C'è da dire che a differenza di altri terrorismi, quello dell'America Latina, forme di lotta legate a una proposta politica, quello italiano si qualifica solo per il suo messaggio di distruzione. Ci appare come il frutto molto moderno di una crisi sia dell'integrazione capitalistica, sia della speranza di un mutamento. Se il terrorismo ha origine da queste frange di disperazione è chiaro che la sinistra, vecchia e nuova, ha responsabilità di aver lasciato crescere questo ascesso". C'è chi dice che questa ondata di violenza è cresciuta sul terreno della contestazione e dell'estremismo di sinistra. "Ci si dimentica che l'Italia ha vissuto momenti assai più gravi di violenza. Si dimenticano i fatti di Genova, l'occupazione delle fabbriche, i moti di Avola. Tuttavia se le Br sono davvero di sinistra è probabile che siano cresciute nell'alveo culturale di quella nuova sinistra che si rifà a matrici anarchiche piuttosto che al marxismo. Mi sembra tuttavia superficiale cercare l'origine di questo fenomeno in problemi di cultura invece che nella crisi reale di credibilità del sistema". Come va combattuto il terrorismo? "Va trattato come una malattia, come un attacco febbrile grave finche si vuole ma che non può da solo paralizzare un paese. E invece vedo che molti reagiscono irrazionalmente, raggelati come di fronte a un fantasma. Credo che sia questo il danno maggiore prodotto dalle Brigate rosse: sono riusciti a far regredire il paese sul terreno della coscienza politica". Rosario Romeo Di fronte a certe accuse i comunisti affermano di aver sempre combattuto l'estremismo e la violenza. E' d'accordo? "E' un discorso complicato. Certamente nell'azione del Pci non è possibile individuare storicamente spinte verso il sovvertimento delle istituzioni. Non va tuttavia dimenticato che dopo il '68, il Pci, scavalcato in un primo momento dalla contestazione, ha tentato di riacciuffare l'estremismo ed è proprio in quel periodo che assistiamo alle degenerazioni, e all'uso diffuso della violenza di piazza. La famosa “battaglia” di Valle Giulia tra studenti e forze dell'ordine mandò all'ospedale 160 poliziotti. Certo, oggi i comunisti sono più impegnati a combattere la violenza ma non si può dimenticare che per anni il paese è stato impregnato da un'atmosfera di odio". Quali sono le colpe del Pci? "Io dico che negli anni che vanno soprattutto dal '68 al '72 molti atti di violenza non sarebbero stati possibili senza la copertura politica dei comunisti. Mi riferisco soprattutto alla contestazione nelle scuole e nelle università. Ricordiamoci dell'autunno caldo, degli incidenti di via Larga a Milano. Ricordiamoci delle intimidazioni contro i docenti, delle violenze verbali e morali. E senza un'efficace reazione che questa mala pianta è cresciuta". Ma è possibile individuare un collegamento tra questa violenza e il terrorismo che uccide e rapisce? "Io credo che un collegamento ci sia. Chi lo esclude lo fa per un meccanismo di autodifesa. Ma è troppo comodo".


Perché non credere alle sue lettere? 
Claudio Martelli, Corriere della Sera 1 maggio 1978
Alcune osservazioni contenute nell'articolo di ieri di Gaetano Scardocchia sulla lettera di Moro ("costretto a trasmettere verso l'esterno solo quei messaggi che obiettivamente coincidono con l'interesse dei suoi carcerieri"; "è inutile cercare di stabilire se Moro vuole davvero le cose che scrive. L'importante è che lo vogliano le Brigate Rosse, altrimenti non recapiterebbero le sue lettere") fanno riflettere. Sin dall'inizio una sorta di disposizione all'incredulità ha accompagnato la disposizione all'intransigenza esibita da molte parti, giornalistiche e politiche. L'incredulità riguardo le lettere di Moro è andata crescendo sino a tramutarsi in ostilità, in rapporto al carattere vieppiù angosciato di ciò che scrive il presidente della Dc ed al crescere delle critiche nei confronti delle forze politiche maggiori, segnatamente rivolte al ristretto gruppo dirigente della Dc che ha seguito l'evolversi del caso. Non doversi prendere in seria considerazione le lettere di Moro è stata la consegna del Pci; consegna suffragata da autorevoli pareri di amici del prigioniero, dell'ambiente accademico e non, che hanno contestato lo "spirito moroteo" dei testi. Costoro sembrano più preoccupati della "memoria" di Moro che non della sua vita, e si disputano l'interpretazione di uno stile e di una vita che non è ancora perduta. Giornalisti e grafologi non si sa quanto improvvisati hanno dissertato non sulla autenticità della calligrafia che tutti riconoscono, ma sulla "pendenza" e sulle "cancellature" e "correzioni" per ricavare stampelle alla tesi della "inautenticità sostanziale". Come la metafisica anche la metagrafologia soccorre chi non ha argomenti. Insomma si dice, le lettere sono di Moro ma non bisogna prestar loro fede perché scritte da un uomo in cattività e sottoposto a condizionamenti di ogni genere. Belle scoperte! E chi non lo sapeva? Più di chiunque sembra aver temuto questo pericolo lo stesso Moro. Il quale ha scritto sin dalla prima lettera a Zaccagnini: "Tengo a precisare di dire queste cose in piena lucidità e senza aver subìto nessuna coercizione nella persona; tanta lucidità almeno quanta può avere chi è da quindici giorni in una situazione eccezionale, che non può avere nessuno che lo consoli, che non sa che cosa lo aspetti. Ed in verità mi sento un po' abbandonato da voi". Ma è soprattutto nell'ultima lettera alla famiglia che Moro esprime quasi indignazione per questa incredulità. "E' vero (Moro, si osservi, replica direttamente a chi dubita della autenticità delle sue lettere): io sono prigioniero e non sono in uno stato d'animo lieto. Ma non ho subìto nessuna coercizione, non sono drogato, scrivo con il mio stile per brutto che sia, ho la mia solita calligrafia. Ma sono si dice "un altro" e non merito di essere preso sul serio. Allora ai miei argomenti neppure si risponde. E devo dire che mi ha profondamente rattristato (non l'avrei mai creduto possibile). Il fatto che alcuni amichi, da monsignor Zama, all'avvocato Veronese, a G. B. Scaglia e ad altri, senza né conoscere né immaginare la mia sofferenza non disgiunta da lucidità e libertà di spirito, abbiano dubitato della autenticità di quello che andavo sostenendo come se io scrivessi sotto dettatura delle Brigate rosse, perché questo avallo alla mia pretesa non autenticità? Ma tra le Br e me non c'è la minima comunanza di vedute. E non fa certo identità di vedute il fatto che io abbia sostenuto fin dall'inizio (e come ho dimostrato, molti anni fa) che ritenevo accettabile, come avviene in guerra, una scambio di prigionieri politici". Perché non leggere le lettere di Moro come quelle di un prigioniero lucido anche se disperato anche perché oramai da 45 giorni si sente abbandonato? Capisco che è più comodo pensare come sinora si è fatto, più semplice ancora non pensare affatto, presto qualcuno dirà che è meglio non leggerle, e magari, non pubblicarle neppure. E' più comodo ma non è giusto. E poi, fosse anche Moro minorato e minorato nello spirito, questo giustificherebbe di più o di meno un'attitudine ad abbandonarlo al suo destino, cioè ai suoi carnefici? Non siamo di fronte ad un affare di spionaggio, di contraffazioni, di banali raggiri. Se alle lettere di un prigioniero che tutti riconoscono autentiche notiamo ogni capacità di documentarsi delle volontà del prigioniero stesso, è come se estendessimo all'infinito le mura del suo carcere. Se in coerenza al rifiuto di stabilire ogni contatto con i terroristi rifiutiamo il contatto con Aldo Moro, anche il contatto passivo che deriva dall'attenta e intelligente lettura delle sue lettere, è come se lo spingessimo più a fondo e più nel buio nella cella in cui è stretto. Ma ogni volta che scrive Moro dimostra almeno una cosa: che è vivo e che vuol vivere nonostante qualcuno l'abbia invitato al suicidio. Se un appello alla ragione vale ancora per qualcuno almeno, di fronte ad una vita umana in pericolo proviamo a ragionare secondo un'ottica diversa da quella di chi, ormai, semplicemente e direttamente, attribuisce le lettere di Moro alle Br. Né più né meno le vittime dei processi staliniani e poi negli anni seguenti i dissenzienti o venivano piegati o plagiati fino all'autoaccusa o le loro parole venivano presentate come deliri e con l'ipocrita imbarazzo che si assume di fronte ai pazzi. Ora, in Italia, Moro ci dice "si deprecano i "lager" ma come si tratta civilmente un prigioniero che ha solo un vincolo esterno, ma l'intelletto lucido?". A convincerci della validità di un ottica diversa nel valutare le lettere non sono solo i ragionamenti giuridici che qualcuno può respingere ma che non sono privi di peso né attribuibili alla logica delle Br: "La dottrina per la quale il rapimento non deve recare vantaggi, discutibile già nei casi comuni, dove il danno del rapito è estremamente probabile, non regge in circostanze politiche dove si provocano danni sicuri e incalcolabili non solo alla persona ma allo Stato". Il costante riferimento al comportamento di "altri stati in circostanze analoghe di fronte al problema della salvaguardia della vita umana innocente". Il discutibile ma acuto rilievo dei vantaggi e degli svantaggi dello scambio: "E tanto più quando, non scambiando, taluno resta in grave sofferenza, ma vivo, l'altro viene ucciso. In concreto lo scambio giova ( ed è un punto che mi permetto sottoporre umilmente al Santo Padre) non solo a chi è dall'altra parte, ma anche a chi rischia l'uccisione, alla parte non combattente, in sostanza all'uomo comune come me. Da che cosa si può dedurre che lo Stato va in rovina se, una volta tanto, un innocente sopravvive e, in compenso, altra persona va, invece che in prigione, in esilio? Il discorso è tutto qui". Anche il carattere delle ammonizioni politiche che certamente insieme a tristi allusioni personali avrà fatto l'amor proprio di qualcuno, merita un'attenzione non superficiale come quella che gli si è prestata: "Capisco come un fatto di questo genere, quando si delinea, pesi, ma si deve anche guardare lucidamente al peggio che può venire"; "se così non sarà ( cioè se la Dc non assumerà un'iniziativa positiva) l'avrete voluto e lo dico senza animosità, le inevitabili conseguenze ricadranno sul partito e sulle persone. Poi comincerà un altro ciclo più terribile e parimenti senza sbocco".... "Se questo crimine fosse perpetrato si aprirebbe una spirale terribile che voi non potreste fronteggiare. Ne sarete travolti. Si aprirebbe una spaccatura con le forze umanitarie che ancora esistono in questo paese. Si aprirebbe, insanabile, malgrado le prime apparenze, una frattura nel partito che non potreste dominare... Se la Dc fallisse ora sarebbe per la prima volta. Essa sarebbe travolta dal vortice e sarebbe la sua fine". E ancora: "Se voi non intervenite sarebbe scritta una pagina agghiacciante nella storia d'Italia. Il mio sangue ricadrebbe su di voi, sul partito, sul paese. Pensateci bene, cari amici. Siate indipendenti. Non guardate al domani, ma al dopodomani". "...Se la pietà prevale il paese non è finito". "Non creda la Dc di aver chiuso il suo problema liquidando Moro. Io ci sarò ancora come punto irriducibile di contestazione e di alternativa per impedire che della Dc si faccia quello che se ne fa oggi". Moro non dice che questo accadrà in ogni caso, teme che accadrà nel caso in cui la Dc lo abbandoni. Se fosse vero che ogni messaggio per il solo fatto di essere recapitato dalle Br coincide con il loro interesse dovremmo pensare che le Br temano lo sfascio della Dc e del paese che secondo Moro deriverebbe dal suo eccidio? Ma le Br non compiono massacri proprio allo scopo di sfasciare il paese? Ecco a quali paradossi, a quale groviglio indistricabile di calcoli e di presunzioni sul futuro politico ci conduce il rifiuto e quasi il disprezzo per ciò che Moro scrive. Un disprezzo che finirebbe con l'assomigliare a quello che della vita e delle opinioni di Moro hanno le Br che sin dal primo messaggio misero bene in chiaro doversi attribuire al prigioniero e non a se stesse gli appelli disperati e i sofferti ragionamenti del presidente della Dc.


"Ridurre al minimo lo spazio ai terroristi" 
Intervista a Toronto con McLuhan 
Ugo Stlle, Corriere della Sera 23 marzo
TORONTO - "Pubblicare o non pubblicare i comunicati dei terroristi in un caso di rapimento? Applicare alle notizie sulla loro attività il normale criterio giornalistico o adottare volontariamente regole di "autolimitazione"? Il dilemma è difficile per la presenza di spinte contrastanti: da un lato la sete di informazione del pubblico rischia di alimentare le tentazioni del sensazionalismo, dall'altro lato la necessità di non fare il gioco dei terroristi pone l'interrogativo spinoso di forme sia pure concordate, e non imposte, di censura. A ogni nuovo episodio di terrorismo il quesito torna ad essere dibattuto e le decisioni variano da caso a caso e da Paese a Paese. Pur ammettendo che ci troviamo in una "situazione sperimentale" in cui ogni possibile formula presenta incognite e incertezze, ritengo tuttavia che la situazione più valida e giusta sia di ridurre al minimo la copertura giornalistica, sino a giungere, se necessario, al "black-out"totale delle notizie: proprio perché i terroristi mirano ad usare la stampa e la televisione come "cassa di risonanza" per la loro immagine e per i loro programmi, occorre negargli il raggiungimento di tale obiettivo". Con questa decisa affermazione di principio Marahall McLuhan, professore all'università di Toronto in Canada e studioso di fama mondiale nel campo della sociologia dei mezzi di comunicazione di massa, inizia la sua intervista al Corriere della sera. Nel discutere il tema del comportamento della stampa di fronte ai casi di terrorismo, McLuhan cerca di unire la fermezza dei suoi principi con una flessibilità pragmatica nella loro applicazione. "Bisogna anzitutto rendersi conto che il problema non si pone nel quadro tradizionale del dibattito tra libertà di informazione e censura, ma è di natura diversa. La strategia dei terroristi è a tale riguardo significativa. La stampa viene spesso e da molti parti accusata di manipolare l'opinione pubblica. Quello che i terroristi si propongono adesso è di rovesciare la situazione e di manipolare proprio la stampa. Essi cioè vogliono trasmettere informazioni alla stampa per manipolare attraverso esse la stampa. Quindi la soppressione delle informazioni da parte dei giornalai, diviene il mezzo con cui questi, a loro volta, possono “manipolare i manipolatori”. Si tratta a mio modo di vedere di un “braccio di ferro”, di una “guerra di nervi” di due forze che mirano ciascuna a far ceder l'altra". Ma subito dopo aver delineato questo schema teorico del problema, McLuhan si affretta a precisare che la sua applicazione non può essere generale e deve tener conto delle "situazioni speciali" particolarmente nei casi in cui è in gioco la vita di un individuo. "Nella decisione di un giornale in un caso di rapimento il criterio conduttore deve essere la valutazione degli “effetti” che possono derivare dal pubblicare o dal sopprimere determinate informazioni. Ritengo che non sia possibile seguire la regola automatica di pubblicare quello che “fa notizia” e allo stesso modo sarebbe erroneo adottare in modo automatico una regola di soppressione dell'informazione". Come risolvere allora il dilemma in concreto? McLuhan risponde con un suggerimento pragmatico: "Occorre che i giornali prendano l'iniziativa di esporre francamente al pubblico la natura stessa del dilemma, che discutano apertamente con i lettori il problema degli “effetti” tanto della pubblicazione che della soppressione delle notizie. Che chiariscano sia i pericoli che una loro decisione può presentare per la vita delle vittime di un rapimento, sia i vantaggi che i terroristi mirano ad ottenere attraverso la pubblicità data alle loro imprese a alle loro dichiarazioni: sono i giornali quindi che debbono in sostanza chiedere al pubblico di soppesare i vari elementi della situazione e di esprimere il proprio giudizio sulla strategia che la stampa deve seguire". Ma a questa prima proposta di un “dibattito popolare” McLuhan ne fa seguire subito una seconda, radicalmente diversa: reagire a un episodio di terrorismo con la decisione di sospendere per un breve periodo di tempo tutte le trasmissioni radio e della Tv. Alla obiezione naturale: "Ma non sarebbe ciò fornire ai terroristi il massimo riconoscimento del loro potere sulla società?". McLuhan risponde: "Mi rendo conto che questo costituirebbe uno choc, ma credo che sarebbe uno choc positivo e benefico. Si tratta di fare un esperimento in modo da studiarne gli effetti che oggi nessuno è in grado di prevedere". Alla base della singolare proposta di McLuhan si trova una delle tesi molto note dello studioso canadese: i mezzi elettronici di comunicazione e in primo luogo la Tv creano nella società un "clima irreale" in cui il terrorismo trova motivi di spinta e per combatterli occorre "restituire alla gente il senso della realtà". McLuhan sviluppa un concetto analogo dell'analisi generale del terrorismo: tende a sottolinearne il "nesso traumatico" con la rivoluzione tecnologica nel campo delle comunicazioni di massa. Questa rivoluzione, egli sostiene, altera radicalmente la realtà tradizionale, mette in pericolo il "senso di identità" degli individui. Di qui il ricorso alla violenza che McLuhan definisce "ricerca inconscia di una nuova identità". McLuhan ritiene che il linguaggio ideologico dei terroristi rappresenti in effetti una facciata artificiale (anche se a livello inconscio) che nasconde il loro obiettivo fondamentale: questo obiettivo non è la modifica della realtà esterna sul piano politico e sociale, bensì la "ricerca di un'immagine di se stessi".



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