La Romanizzazione dell’Italia: dal Latino all’Italiano Il quadro complessivo




Yüklə 84.96 Kb.
tarix30.04.2016
ölçüsü84.96 Kb.


Gualtiero Calboli

La Romanizzazione dell’Italia: dal Latino all’Italiano

1. Il quadro complessivo.

L’unificazione1 politica dell’Italia si è sviluppata nella direzione Nord-Sud, ma il nome di Italia ha percorso un iter opposto: è partito dal Sud e si è esteso sempre più a Nord. È partito, infatti, dalla punta della Calabria che si affaccia sullo stretto di Messina. In quel angolo di terra abitava un popolo che i Greci conoscevano col nome di Enotri. Essi diedero vita a un piccolo regno che chiamarono Italia. Lo storico Antioco di Siracusa nell’ultimo terzo del V secolo a.C. racconta di un re Italo che aveva costituito quel pic­co­lo regno e poi lo aveva esteso a tutta la Calabria. In questo si ha l’applicazione del metodo di inventare un eroe o re ecista sul modello della storiografia di Ellanico per spiegare denominazioni di città e popoli tramite un dio o eroe eponimo. Vedremo subito la vera etimologia di ‘Italia’, data dallo stesso Ellanico, fortunatamente non sempre fe­de­le al suo metodo. Comunque nel V secolo la Magna Grecia ufficiale giunse fino a Ta­ran­to sul versante Ionico-Adriatico e fino a Posidonia, Paestum, su quello Tirrenico, e i Greci cominciarono a chiamare Italia questo territorio, finché Eforo nel IV sec. fissò sta­bilmente il nome ‘Italia’. L’estensione del nome a tutta la penisola a sud delle Alpi av­venne fra la prima e la seconda guerra Punica (fra il 241 e il 218). I Romani con­qui­sta­rono la Gallia Cisalpina e, di fronte alla minaccia di un attacco Cartaginese (fenicio–punico, secondo la pronuncia arcaica romana di Foiv­nikeϛ) dalla Spagna – attacco che poi avvenne – si assicurarono tutta l’Italia fino alle Alpi. Quanto al nome, i Romani as­sun­sero il nome greco di ‘Italia’, che era più propriamente il nome di quella parte fra Puglia e Campania, dove si era esteso uno dei dialetti italici più importanti, l’osco, in seguito alla conquista di quello spazio da parte dei Sanniti ai quali successero poi, prima delle guerre puniche gli stessi Romani, in seguito all’esito positivo delle guerre San­ni­ti­che. Già nel V sec. Ellanico di Mitilene aveva spiegato cor­retta­mente il nome ‘Ita­­lia’ del­la parte meridionale della penisola occupata da Greci e Oschi, come derivato da Fi­ta­liva, connesso con vitulus, vitello, animale di un anno, gr. (F)evtoϛ, anno. In os­co si ha Vitelíu col significato di Italia, e in Latino vitulus dove il vocalismo e, ori­gi­na­rio del Gre­co, è divenuto i, passando attraverso una forma rustica umbro-sabina (quindi in parte osca)2. Sottolineo questo rusticismo già nel nome del­l’I­ta­lia, perché poi vedremo in am­bien­te romano, e non solo, l’importanza del contrasto ur­ba­nitas~rusticitas. È lo stesso tratto con cui Dante caratterizza l’Italia già nel primo canto dell’Inferno (v.106-8), dove dice del veltro: ‘di quella umile Italia fia salute / per cui morì la vergine Camilla,/ Eurialo e Turno e Niso di ferute’. L’Italiano deriva dal La­ti­no volgare (‘l’umile Italia’), che per i Romani era latino rusticus. Quindi la rusticitas è già presente nel nome di Italia. Vedremo subito questo punto. Intanto la valle del Po, con­siderata geo­gra­fi­ca­mente Italia, fu amministrativamente provincia Gallica al tempo di Cesare, fino appunto al Rubicone e poi nel 45 trasformata nella Provincia della Gallia Ci­salpina dallo stesso Giulio Cesare. Polibio (1,6; 1,13) nel 150 a.C. parlava ancora dei Galli in Italia come abitatori della valle del Po, ma già nell’83-2 a.C. nel IV libro della Rhetorica ad Herennium, leggiamo due importanti giudizi sull’Italia, che doveva essere con­si­de­rata ormai una unità, poiché i Galli, precedenti abitatori della Cispadana e della Tras­pa­dana, erano stati ormai cacciati, quali Transalpini, appunto al di là delle Alpi:

(1) Rhet.Her.4,32,43 “nec tam facile ex Italia materis Transalpina depulsa est... “Armis Italia non potest vinci, nec Graecia disciplinis” ‘né tanto facilmente il giavellotto transalpino [materis nome celtico, metonimia dello strumento per indicarne l’utilizzatore, i Galli] fu espulso dall’Italia’ ... ‘L’Italia non può essere vinta nelle armi, la Grecia negli studi’.



Eppure, appena nove anni prima, nel 91, era scoppiata la guerra sociale, dei socii Italici contro Roma, degli Italici, soprattutto Oschi, che volevano la cittadinanza romana per avere le stesse occasioni economiche dei Romani, in particolare nella spartizione del­l’ager publicus, che coincideva in parte col territorio degli stessi Italici, i quali volevano con­servare le loro terre e avere parte in tale processo. Il vitello italico con­trap­posto al lupo romano, la città di ‘Italia’, fondata dai socii Italici (cambiando, semplicemente, il no­me a Corfinium), contrapposta a Roma, come appare nella monetazione. Dopo tre an­ni di una guerra sanguinosissima nell’88 si venne a una pace che previde l’asse­gna­zio­ne della cittadinanza romana agli Italici (sep­pure rallentata dalle vicende dei censi che per un certo periodo non furono tenuti)3 e si venne a una unificazione anche ico­no­grafica, che riscontriamo nelle monete, dove si rappre­senta su una faccia l’Italia con una cornucopia e sull’altra Roma col diadema e un piede sul mondo: la ricchezza dell’Italia e il potere di Roma. L’Italia, che partecipando del sistema Roma ne condivideva l’arric­chimento tramite l’attività di conquista, divenne una sorta di Roma allargata (F.Kling­ner, Römische Geisteswelt, p.24). E la lotta, anche dopo l’88 continuò all’in­terno di Roma, confermando lo stretto legame fra Roma e l’Italia. Gli Italici si trovarono vicini, come, del resto, già prima della guerra sociale, ai democratici Mariani e contro la nobilitas e i Sillani. Silla massacrò in particolare i San­ni­ti, alleati dei Ma­riani. Finché Ottaviano, nel 32, nella sua guerra contro Marco Antonio, si presentò come il difensore dell’Italia (tota Italia), sebbene una gran parte dei Senatori e dei magistrati di Roma (come entrambi i consoli) fosse passata dalla parte di Antonio. Il tota Italia si adattava molto bene alla contrapposizione con Antonio, succube della regina d’Egitto, presentata come un mostro dell’Oriente che voleva assoggettare l’Italia, un mostro a cui si oppone Caesar ab Italia, Ottaviano dall’Italia (Hor.carm.I 37,16)4. Del resto lo stesso Cicerone aveva scritto che tutta l’Italia (Italia cuncta) l’aveva richiamato dall’esilio5. Ma la propaganda augustea, come tutte le pro­pa­gan­de, era solo in parte veritiera. Il processo di unificazione dell’Italia, sviluppato da Roma, seppure ormai definitivamente avviato, era ancora lontano, alla data del 32 a.C., dal potersi ritenere compiuto. Sarebbe occorsa la distribuzione delle terre della Trans­pa­dana ai soldati di Ottaviano dopo la vittoria su Antonio e la costituzione delle 11 regioni italiche da parte di Augusto nel 27 per concludere questo processo. Anzi valenti storici moderni hanno sostenuto con buone ragioni che una vera coscienza na­zionale italica non si realizzò nel mondo antico, pur ammettendo che Augusto, invece, pure con la sua istituzione delle 11 regioni, fu indotto oltre che da motivi statistici e di cen­simento, anche dalla sincera aspirazione (propaganda a parte) di dar vita a una unità dell’Italia.
2. La romanizzazione politica, economica e sociale.

Consideriamo questo aspetto un po’ più attentamente. In un primo tempo si trattò di una azione militare e territoriale, condotta con la deduzione di colonie, talvolta dedotte e ri­de­­dot­te, perché spopolate dalle guerre con i precedenti abitanti. Ad es. con i Boi e gli In­­su­bri nella valle padana la guerra continuò anche dopo la vittoria romana di Zama, e coi Boi fino al 191, pure con la presenza di un comandante Cartaginese6. Fu una azione con­dot­ta con la cos­truzione delle strade consolari, con la distribuzione della terra ai coloni e ne conosciamo le misure: per le colonie di diritto latino, in genere 140 iugeri ai cittadini del­la prima classe, 100 a quelli della seconda e 50 a quelli della terza e qualche briciola ai superstiti locali non ri­dot­ti in schiavitù, pur essendo, ovviamente, deditici. Quindi si pro­cedette alla organizzazione del ter­ri­to­rio, alla costituzione dei catasti, al di­sbo­schi­mento e sistemazione della terra a opera dei gro­ma­tici7, fu quello che si chiama cen­tu­ria­zione, iniziata per l’Italia centrale e la Toscana ai tempi di Mario e Silla e per la Gal­lia Cispadana e Traspadana da Cesare e portata a ter­mine da Augusto8. Una parte della no­stra campagna, come nel territorio bolognese, con­serva ancora il tracciato ro­ma­no, esclu­se le zone vicine ai fiumi9. E que­sto non era avul­so della struttura sociale non solo del­le campagne, ma anche dei muni­cipia. Le famiglie della prima classe ri­ce­ve­vano non solo il maggior numero di iugeri, ma anche quelli più vicini alla città, al mu­nicipium, e da questi campi venivano il frumento, il vino, l’olio, la carne porcina, quel­lo, insomma, che i patroni, cioè i capi delle famiglie abbienti, distribuivano ai loro clientes, insieme al­la protezione giudi­ziaria, in cambio del sostegno elettorale e non solo. Questo era il sistema so­ciale di Roma e si era esteso, sul modello romano, in tutta l’I­ta­lia. I municipia e­ra­no retti normalmente da IIIIviri, due iure dicundo, due aediles, le co­loniae, abi­tu­al­men­te da IIviri iure di­cundo, le municipalità di data anteriore alla guer­ra sociale o di ran­go in­fe­riore come prae­fecturae, fora, conciliabula mantenevano in­ve­ce, talvolta, le antiche ma­gistrature, ma con variazioni come la reggenza di un dictator, di due pretori, di tre edili, di un col­le­gio di otto viri (Laffi 2007: 82), eletti, in modo for­ma­le, più che sostan­zia­le fino al II sec. d.C, poi nominati dal­l’or­do senatorio, a sua vol­ta creato dai IIviri o IIIIviri. Ciò, sal­vo la presenza di eccezioni come i suffragia populi in Africa, nel 325-6, sotto Costan­tino (C.Th.XII 5,1). Anche nel­l’uso del termine ‘pa­tro­na­to giudi­ziario’ non ho fat­to altro che applicare il titolo del li­bro di Jean-Michel David, Le patronat judi­ci­ai­re au dernier siècle de la République Ro­­maine 1992. Ma bisogna pure ricordare che il mec­­­­ca­ni­smo repubblicano fondato sulla votazione nei comizi di­ven­ne nell’impero una me­ra for­malità, tenuta, però, in vita almeno fino a Traiano, come c’informa Plinio il Gio­­vane nel Panegirycus a Traiano (Paneg.63 Comitiis tuis inter­fuis­ti candidatus, cf. Laf­fi 2007: 69sg.) e rimasto in certi casi come in quello visto sopra nel IV sec. sotto Co­stan­tino. Comunque non si può fare a meno di concludere questo punto co­me l’ha con­clu­so un grande filologo classico e studioso di letteratura latina quale fu Friedrich Kling­­ner 1961: 32sg., cioè ricordando le lodi dell’Italia da parte di Virgilio nel II libro del­le ‘Ge­or­giche’:

(2) Verg.georg.2,136-176 Sed neque Medorum silvae, ditissima terra/ nec pulcher Ganges atque auro turbidus Hermus/ laudibus Italiae certent eqs. “Ma né le selve dei Medi, ricchissima terra, né il bel Gange, né l’Ermo turbinante d’oro, potrebbero gareggiare con le lodi dell’Italia” ecc..



La Romanizzazione dell’Italia si è sviluppata, quindi, attraverso le colonie, latine e romane, le colonie latine dedotte dalla lega Latina fino al 338, poi, finita la lega Latina, da Roma stessa e composte di una media oscillante fra le 2000 e le 6000 persone, e si è sviluppata attraverso le colonie romane (coloniae civium Romanorum), ciascuna di 300 coloni. La carta dell’Italia allo scoppio della II guerra punica (218), letta tenendo conto delle singole deduzioni riprese dai testi degli autori, e dalle informazioni epigrafiche da Laffi 2007: 15-35, mostra bene come si diffusero le colonie Latine e Romane, secondo le necessità strategiche della penetrazione di Roma (v. la cartina allegata).

I trattati di Catone e di Varrone sull’agricoltura ci informano su un particolare molto importante nello sviluppo agricolo dell’Italia che divenne il ‘giardin del lo’mperio’, come la dichiara Dante (Purg.VI 105). Infatti Catone nel suo De agricultura descrive la conduzione di due fondi, l’uno a vinea (di 100 iugeri, Cato, agr.10; Varro, rust.1,18,1), l’altro a oletum (di 120 iugeri,Cato, agr.3,5, oppure di 240 iugeri, cf. Cato, agr.10; Varro, rust.1,18,1;1,19,1), a conduzione servile, 13 schiavi per il fondo a uliveto, 16 per quello a vigna, oltre, in Catone, alla produzione del frumento e degli ortaggi necessarî al sostentamento della familia, cioè degli schiavi, mentre Varrone preferiva acquistare tali der­rate. Catone ci presenta una conduzione agricola nuova, sull’esempio ellenistico-car­ta­ginese, anche se con caratteri dell’economia agricola più antica, ciò con un fondo dove tutto viene prodotto nel fondo stesso, compreso il laterizio per le costruzioni (nel De agricultura di Catone è descritta anche la fornace, agr.38). Nel II sec. a.C. gli schiavi orientali, commercializzati nell’emporio di Delo10, sono portati in Italia quali esperti di queste culture, molto redditizie, e l’Italia si riempie di schiavi introdotti per que­sta strada e attraverso le guerre di conquista, tanto che la fine del II secolo e l’inizio del successivo saranno caratterizzati da frequenti rivolte di schiavi, in Sicilia e nel­l’I­ta­lia me­ri­dionale, domate dai Romani con guerre e sistematiche crocifissioni. Catone, dun­­que, si è fatto interprete non già come pensava Mommsen delle esigenze dei piccoli con­tadini o proprietari terrieri, ma piuttosto, come si pensa oggi, della nobiltà romana, tesa a uno sfruttamento della terra, molto produttivo e selettivo come era quello carta­gi­ne­se (non dimentichiamo l’episodio dei fichi, usati da Catone, per indurre il Senato a dichiarare la terza guerra punica, contro i Cartaginesi che rappresentavano anche minac­cio­si concorrenti economici), e tesa all’uso largo di ager publicus, occupatorius, sulla distri­bu­zione del quale i potenti della nobilitas facevano la parte del leone (di qui la questione agraria sollevata dai Gracchi, ma poi anche da Saturnino, da Livio Druso, da Rullo)11. Tutto questo produsse arricchimento, ma anche profondi scompensi. Gli Italici cer­ca­rono, con maggiore o minore successo di inserirsi in questo grande ‘business’, e a Delo, nel commercio degli schiavi, troviamo accanto agli equites Romani, anche negotiatores Italici, soprattutto originarî della Campania (cf. N.K.Rauh 1993). Al tempo di Varrone, al prezzo di molte lacrime e sangue, all’esterno e all’interno di Roma, la conversione agricola, quindi l’aspetto economico della Roma­nizzazione comincia a dare frutti consistenti. Varrone considera l’Italia un pomarium, cioè un ‘frutteto’, rust.1,2,6, e ricor­da la grande produttività dell’Italia in genere e, in particolare, di certe zone, come quella di Faenza, dove un iugero produceva trecento anfore di vino (1 anf.= 26,263 litri), Varro, rust.1,2,7. Già al tempo di Varrone c’erano certamente latifondi, ma essi si svilupparono maggiormente più avanti non più con una forza lavoro servile fra i 12 e i 16 schiavi, ma con 200-300 persone, e ciò provocò una crisi economico-finanziaria da cui si uscì sostanzialmente solo nel IV sec.d.C.; ricordiamo il grido di Plinio, 18,35, latifundia perdidere Italiam, iam uero et prouincias (cf. R.Martin 1971: 359sg.).

Con Augusto, quindi, e la sua istituzione delle regioni, possiamo dire che fra il 27 e il 19 a.C. la Romanizzazione dell’Italia dal punto di vista militare, sociale e ammini­strativo, e quindi anche giuridico, era avvenuta e doveva essere, tutt’al più, raffinata. Ma contemporaneamente s’è sviluppata un’altra romanizzazione/unificazione, che rimarrà ancora più tenacemente delle altre. Intendo parlare della unificazione linguistica.



3. L’unificazione linguistica

Questa unificazione rimarrà anche quando l’unità politica si frantumerà nelle diverse regioni, o, meglio, anche l’unità linguistica seguirà essa pure la frantumazione re­gio­nale, ma nel livello più basso, della rusticitas, mentre in quello alto della urbanitas ri­marrà tenacemente unitaria. Numerose erano le lingue dell’Italia antica: il Venetico nel nord-est, i dialetti Celtici nella pianura Padana fino alle Marche, il Ligure e l’Etru­sco a occidente, poi i due grandi dialetti Italici, l’Umbro e l’Osco, l’Osco ben presente an­cora a Pompei, il Messapico, nella Puglia adriatica, e il Siculo, e naturalmente il La­ti­no fra Etruria e Campania. Poi il Punico (cioè il Fenicio, nella pronuncia romana arcai­ca) in Sicilia e il Greco in Sicilia e nella Magna Graecia. Non voglio entrare nella questione di quanto a lungo abbiano continuato a essere parlate queste lingue nelle singole regioni e di quale sia stato il loro impatto sui sostrati che hanno contribuito a dar vita ai dialetti. Oggi possediamo il grande libro di James Noel Adams 2007 che ha raccolto il materiale relativo in 828 pagine e tiene ben conto di come il maggior oratore romano, Cicerone, divenuto ben presto la bandiera del purismo latino, nella sua conoscenza del mondo greco e romano, abbia sentito questa apertura di Roma all’Italia nel Brutus, un’opera dove egli traccia la storia dell’eloquenza greca e romana (Adams 2007: 114-187):

(4) Cic.Brut.258-259 Solum quidem, inquit ille [sc. Atticus], et quasi fundamentum oratoris vides, locutionem emendatam et Latinam. Cuius penes quos laus adhuc fuit, non fuit rationis aut sci­en­tiae, sed quasi bonae consuetudinis. Mitto C.Lae­lium P.Scipionem: aetatis illius ista fuit laus tamquam innocentiae, sic Latine loquendi – nec omnium tamen, nam illorum aequales Caecilium et Pacu­vi­um male locutos videmus –, sed omnes tum fere, qui nec extra urbem hanc vixerant nec eos aliqua barabaries domestica infuscaverat, recte loquebantur. Sed hanc certe rem deteriorem vetustas fecit et Romae et in Graecia. Confluxerunt enim et Athenas et in hanc urbem multi inquinate loquentes ex diversis locis. Quo magis expurgandus est sermo et adhibenda tamquam ob­rus­sa ratio, quae mutari non potest, nec utendum pravissima consuetudinis regula [...] Catulus erat ille quidem minime indoctus, ut a te paulo est ante dictum, sed tamen suavitas vocis et lenis appellatio litterarum bene loquendi famam confecerat. Cotta, qui se valde dilatandis litteris a similitudine Graecae locutionis abstraxerat sonabatque contrarium Catulo subagreste quiddam planeque subrusticum, alia quadam quasi inculta et silvestri via ad eandem laudem pervenerat.

“Tu vedi la base, egli disse [Attico], e quasi il fondamento di un discorso, l’espressione corretta e latina. Il me­­rito di essa fu attribuito a coloro che ne sono stati fino ad ora in possesso non come prodotto di un me­to­­do o di una scienza, ma, per così dire, di un buona consuetudine. Lascio da parte C. Lelio, P.Scipione: era un merito di quel tempo come dell’onestà, così del parlare in buon latino – e, tuttavia, non di tutti, per­ché i loro coetanei Cecilio e Pacuvio vediamo che parlavano male –, ma, allora, quasi tutti coloro che non era­­no vissuti fuori di questa città e non erano stati anneriti da una qualche barbarie domestica, parlavano be­­ne. Ma il passare del tempo peggiorò questa situazione e a Roma e in Grecia. Confluirono12, infatti, sia ad Atene che in questa città molti che parlavano male da diversi luoghi. A maggior ragione, quindi, bi­so­gna purgare la lingua ed usare come pietra di paragone il criterio che non può mutare e non si deve usare la regola pessima della consuetudine [...]. Catulo non era certamente un indotto, come tu stesso hai detto poc’anzi, ma tuttavia era stata la dolcezza dell’eloquio e la morbida pronuncia delle lettere che gli aveva con­ferito la fama di parlare bene. Cotta, che col suo allargare molto le lettere si era allontanato largamente dall’uso greco e aveva una pronuncia un po’ contadina e del tutto campagnola, era pervenuto anch’egli alla notorietà, ma per un’altra via, una via per così dire incolta e silvestre”.

Il purismo non era stato inventato da Cicerone o da Lelio o da Plauto, il purismo era già nelle quattro virtutes dicendi di Teofrasto, il continuatore e genero di Aristotele, e le virtutes dicendi (ajretai; th͂ς levxewς) erano explanatio (safhvneia, la chiarezza), La­ti­ni­tas (eJllhnismovς, noi diremmo, il buon Italiano), aptum (prevpon, la pertinenza) – e queste erano già in Aristotele –, ornatus (kataskeuhv, l’ornato, le figure retoriche come la mertafora, la sineddoche, la paronomasia ecc., 64 figure nel primo manuale gre­co-latino di retorica, la Rhet.Her. 83-82 a.C.). Dal punto di vista teorico, la grammatica greca aveva già fissati i suoi precisi parametri, raccolti nella Rhetorica ad Herennium, 4,12,17 (cf. Calboli 1993: 300-310: W.W.Fortenbaugh 1992: 531-541)13 e dalla Rhet. Her. trasmessi al Medioevo, un tempo in cui la Rhet.Her., falsamente attribuita a Cice­ro­ne da S.Girolamo, fu il libro più usato nella Facoltà degli Artisti, non ignota ai giu­risti, e in particolare, qui, a Bologna. E a Bologna, al tempo del dictamen (1200-1350) ven­nero a studiare quasi tutti gli uomini colti d’Europa.

I Romani, dunque, al tempo di Cicerone possedevano già un criterio preciso, un ideale di purismo (locutionem emendatam et Latinam) che corrispondeva al parlare del­l’Ur­be e poi, sempre più, dei varî Municipia e Coloniae14, dove si praticava non solo l’at­­­tività let­teraria come nel teatro, nelle scuole (sui muri di Pompei si scrivevano versi di Vir­gilio)15, ma anche nei tribunali dove si usava il latino giuridico. A questa urbanitas si op­po­ne­­va la rusticitas, il parlare dei rustici (subagreste [...] planeque subrusticum). Quin­­ti­lia­­no ne dà una definizione precisa, che alla fine si fonda sulla contrapposizione alla rusticitas:



(5) Quint.inst.6,3,17 urbanitas dicitur, qua quidem significari video sermonem prae­fe­ren­tem in verbis et sono et usu proprium quendam gustum urbis et sumptam ex conversatione doctorum tacitam eruditionem, denique cui contraria sit rusti­ci­tas. “Per urbanitas s’intende, a quanto vedo, un lin­guaggio le cui parole e il suo­no e l’uso rivelano un gusto proprio della città e un fondo discreto di cultura trat­to dalla frequentazione di persone colte, in una parola, il contrario della rusticitas

Ora è opinione comune che l’Italiano (come le altre lingue romanze e i loro dialetti) sia­no derivati dal latino volgare, non dal latino letterario, anche se oggi tale idea incon­tra l’o­biezione sempre più forte che un vero latino volgare, è difficile da individuare, per­ché l’autore di documenti scritti si veste sempre di una qualche letterarietà. Non voglio en­trare in questa polemica, dove anche il mio maestro G.B.Pighi parlava di ‘latino co­sid­detto volgare’ e il mio amico e predecessore nella presidenza della ‘Société pour l’è­tu­de du latin vulgaire et tardif’, József Herman, riconosceva che il termine ‘volgare’ pre­senta problemi. Mi sembra più prudente usare la contrapposizione urba­ni­tas~rus­ticitas, usata da Cicerone e da Quintiliano, quindi perfettamente valida per il lati­no classico e argenteo, prima che la disgregazione dell’Impero e la chiusura delle scuole tra­sferisse sull’aspetto sociale il problema del cambiamento linguistico16. Un altro pun­to da chiarire è la pre­senza di volgarismi in una lingua tipicamente urbana come il latino giu­ri­dico. Anche qui si trattava di dottrina consolidata, ma imprecisa. Il noto spe­cia­lista di latino tardo, Einar Löfstedt, sui cui libri ci siamo tutti formati, aveva cercato di di­mostrare l’influenza del latino volgare sulla lingua giuridica, ma io ho esaminato tutte le forme ed espressioni da lui considerate e ho mostrato nel mio intervento al 4° congresso ‘sur le latin vulgaire et tardif’ del 1994 a Caen che tutte le tracce di latino volgare nella lin­gua giuridica, dei giuristi e delle leggi, si devono spiegare in altro modo (Calboli 1995). Quindi an­che il latino giuridico si muoveva nell’ambito della urbanitas, non solo dal punto di vi­sta sociale, ma anche da quello linguistico. Di fatto la giustizia era amministrata nel­l’Urbs da parte dei pretori, del Senato e del Consilium Principis e nei Municipia da par­te di due dei quattuorviri (quelli iure dicundo) e nelle Colonie da parte dei due IIviri iu­re dicundo o in entrambi i centri da parte di praefecti dei pretori. Ov­via­men­te si andava sem­pre da un livello di grande correttezza e bellezza dell’eloquio dei let­terati come Ci­cerone, Seneca, Quintiliano, Tacito, Plinio il Giovane, a livelli più bas­si, ma tenden­zial­mente corretti. Le tavole cerate dell’archivio dei Sul­pici, trovate a Mu­re­cine, vicino alla porta Stabiana di Pompei, ci mostrano che i contratti erano redatti in due atti, il primo fra le due valve interne, scritto dai contraenti e, qualche rara volta in­fu­sca­to da errori, e quello dentro la valva di chiusura, redatto in latino perfettamente cor­retto dal­l’in­serviente (uno schiavo) dell’archivio17. Si evitavano, quindi, perché si co­no­sce­­vano per­fettamente, gli errori che consistevano in ‘barbarismi’, errori di lessico, che riguar­da­vano una sola parola, e solecismi, errori di più parole, e questo era già nella dottrina gram­ma­ti­ca­le di Teofrasto e degli Stoici. E poi c’era la dottrina dell’ornatus del discor­so, at­tra­verso le figure. Quindi era una urbanitas che possedeva gli strumenti gram­maticali per di­fen­dersi.

Ma poi venne, con la chiusura delle scuole pubbliche, il momento della divisione e della ‘Regional Diversification’ (Adams) nei tanti dialetti e nelle lingua romanze che furono, a loro volta, un parziale ritorno all’unità ideale, un aggregamento o trionfo di un dialetto per ogni stato, e si ebbe l’Italiano, lo Spagnolo, il Francese, il Portoghese, il Rumeno. Ma anche sotto l’urbanitas del latino dell’Impero covava la modificazione: le iscrizioni lo mostrano e l’opera del mio allievo G.B.Galdi (2004), La grammatica delle iscrizioni dell’Impero, lo ha chiaramente mostrato. Scomparvero, quindi, i casi espressi con desinenze che vennero sostituiti dalle preposizioni e dall’ordine delle parole: Luigi bastona Carlo e Carlo bastona Luigi, identifica con l’ordine il bastonatore e il bastonato e non sono la stessa cosa, se non altro per Luigi e Carlo, nacque l’articolo dal pronome ille e, nel Sardo-Catalano, da ipse, si modificò la struttura della frase con la fine dell’Acc. con Inf., sostituito da dico quod, dico, quia, nacque il condizionale da dare habebam > darea, cantare habui>cantarebbi18.

Ma l’ideale del Latino corretto non svanì, l’aspirazione alla precisione della ur­ba­ni­tas rinacque ancora prima della Rinascita Carolingia. Anche nei formulari dei notai merovingi, le Formulae Andecavenses e le Cartae Senonicae sono scritte in un latino peggiore delle Formulae Turonenses, perché nella capitale della Neustria, Tours, l’urbanitas era naturalmente maggiore. Poi la scuola di Carlo Magno, con Alcuino, Pao­lo Diacono, Eginardo ecc. fece ripartire uno dei due rami dell’unità ideale della lingua latina, e fu il latino medioevale. Quindi da un lato per la via della rusticitas, o del latino volgare che dir si voglia, si pro­dus­sero i dialetti e le lingue romanze, per l’altra via, dell’urbanitas, la lingua unitaria del­l’Europa, il Latino Medioevale, nel quale insegna­vano nelle Università e scrivevano i lo­ro trattati e le loro lezioni anche gli scienziati, i matematici, come Cardano e Gauss, i me­dici come Galvani. Ma anche il prodotto vulgaris – uso la parola di Dante – talvolta ri­tornava al latino. Voglio, per concludere, ricordare un caso interessante: nelle lingue in­deuropee più antiche non esiste l’articolo, come accade in Latino, in Ittito, in San­scrito, e oggi ancora in Russo. Ci sono i pronomi, i temi pronominali da cui poi sono nati gli articoli, ma non ci sono gli articoli, prodotti nelle lingue moderne o, comunque, più evolute come il Greco. Io ho dedicato molti anni a studiare perché è nato l’articolo (ad es., Calboli 1997, ma ho cominciato già nel 1978). Ho impiegato la grammatica tra­s­­for­mazionale di Chomsky, la grammatica logico-matematica di Montague e sono ar­ri­vato a concludere che l’articolo è nato, quando sono morte o si sono drasticamente ri­dot­te le costruzioni nominali come l’AcI e l’uso dei participî e sono scomparsi i casi fon­­dati sulle desinenze. Non voglio certo ripercorrere queste complesse dimostrazioni che, tuttavia, nessuno finora ha smentito. Ma ecco che già Dante e poi Boccaccio, Sac­chet­ti, Guicciardini, scrittori bilin­gui, che usavano Italiano e Latino, hanno riesumato l’AcI in un italiano ben latinizzato, dove manca l’articolo, come in latino, e si dice non lui:

(6) Bocc.Dec. 10,8,53 Ma egli [Gisippo] sé onesta cosa aver fatto affermava.

10,8,72 Saranno forse alcuni che diranno non dolersi Sofronia esser moglie di Tito.

In certo modo continua lo scambio fra il latino della urbanitas, il latino vero e proprio, e il latino volgare, i volgari dei varî dialetti italiani e delle lingue romanze.



È dunque un ideale, l’unità della lingua latina e il Classicismo romano, che ha trovato nella urbanitas una sua spiegazione e giustificazione, una giustificazione che viene da Cice­ro­ne, da Vir­gilio, da Orazio, da Quintiliano, dal latino del diritto e di filosofi come Lucrezio, Seneca e Sant’Agostino, ed è continuato nel Latino Medioevale, ed ecco che Dante guarda a Virgilio come a quel mon­do romano che ha fondato l’Impero e preparato l’Impero Cristiano, il Sacro Roma­no Impero, che è, poi, grosso modo, la nostra Europa, e dice di Virgilio: Purg.XXII 67-69 facesti come quei che va di notte/ che porta il lume dietro e sé non giova, / ma dietro sé fa le persone dotte.
Bibliografia

Adams, James Noel, 2007. The Regional Diversification of Latin, 200 BC–AD 600, Cambridge University Press, Cam­bridge.

Adani, Giuseppe–Jadranka Bentini (curr.), 1994. Atlante dei Beni Culturali dell’Emilia Romagna, II, Carimonte Banca, Bologna.

Alexandratos, Libera, 2011. Studi sugli agrimensori romani, Per un commento a Igino, Collana di ‘Agri Centuriati’, Pisa-Roma 2011.

Ancillotti, Augusto-Romolo Cerri, 1996. Le tavole di Gubbio e la civiltà degli Umbri, Ed. Jama, Perugia 1996.

Brunt, Peter Astbury, 1971, Italian Manpower, 225 B.C.–A.D. 14, At the Clarendon, Press.

Calboli, Gualtiero, 1975. “Su alcuni frammenti di Cornelio Sisenna”, Studi Urbinati N.S. B 49, 151-221.

Calboli, Gualtiero, 1986. “Nota di Aggiornamento” a E.Norden, La prosa d’arte antica, Salerno Editrice, Roma, 971-1185.

Calboli, Gualtiero, 1993: Cornifici Rhetorica ad C.Herennium, Introduzione, Testo Critico, Commento a cura di G.C., Sec. Ed., Pàtron, Bologna.

Calboli, Gualtiero 1995. “Latin vulgaire et latin juridique”, in: L.Callebat (Éd.), Latin vulgaire-latin tardif IV, Actes du 4e colloque international sur le latin vulgaire et tardif, Caen, 2-5 septembre 1994, Olms-Weidmsann, Hildes­heim-Zürich-New York, 614-632.

Calboli, Gualtiero, 1997. Über das Lateinische, Vom Indogermanischen zu den romanischen Sprachen, Niemeyer, Tübingen.

Calboli, Gualtiero, 2000. “La latinizzazione dell’Italia: alcune considerazioni”, in: J.Herman-A. Ma­ri­netti (curr.), La preistoria dell’Italiano, Atti della Tavola Rotonda di Linguistica Storica, Università Ca’ Foscari di Venezia, 11-13 giugno 1998, Niemeyer, Tübingen 2000, 5-21.

Calboli, Gualtiero, 2003: M.Porci Catonis, Oratio pro Rhodiensibus, Catone, l’Oriente Greco e gli Imprenditori Ro­mani, Introduzione, Edizione Critica dei Frammenti, Traduzione e Commento a cura di G.C., Seconda Ed., Pàtron, Bologna.

Calboli, Gualtiero, 2006. “Encore une fois sur les Tablettes de Murécine”, in: Carmen Arias Abellán (éd.), Latin vulgaire–Latin tardif VII, Actes du VII Colloque intern. sur le latin vulgaire et tardif, Séville 2-6 sept. 2003, Universidad de Sevilla, Sevilla.156-168.

Calboli, Gualtiero, 2007. “The Metaphor after Aristotle”, in: David C.Mirhady, Influences on Peri­patetic Rhetoric, Essays in Honor of William W.Fortenbaugh, Brill, Leiden-Boston, 123-150.

Calboli, Gualtiero 2010. “Seeking a core grammar of Latin through analogy and bilingualism”, in: G.Calboli-P.Cuz­zo­lin (Eds.), Papers on Grammar XI, Herder, Roma, 45-61.

Camodeca, Giuseppe, 1999: Edizione critica dell’archivio puteolano dei Sulpicii, Edizioni Quasar, Roma.

Campbell, Brian 2000: The Writings of the Roman Land Surveyors, Introduction, Text, Translation and Commentary, Society for the Promotion of Romsan Studies, Journal of Roman Studies Monohgraph No. 9, Senate House, London.

Coralini, Antonella, 1994. “Le infrastrutture del territorio”, in: G.Adani–J.Bentini, Atlante dei Beni Culturali del­l’Emilia Romagna II, Carimonte, Bologna, 121-136.

Ernout, Alfred-Antoine Meillet, Dictionnaire étymologique de la langue latine, Histoire des mots, 4ème éd., C. Klinck­sieck, Paris.

Fortenbaugh, William W. et Al.1992: Theophrastus of Eresus, Sources for His Life, Writings, Thought and Influence, Edited and Translated, Part Two, E.J.Brill, Leiden-New York-Köln.

Gabba, Emilio, 1983. “Strutture sociali e politica romana in Italia nel II sec.a.C., in : Les ‘Bourgeoisies’ municipales italiennes aux IIe et Ier siècle av. J.C., Paris-Naples, Centre National de la Recherche Scientifique, 41-45.

Gabba, Emilio, 1985. “Per una interpretazione storica della ceturiazione romana”, Athenaeum N.S. 63, 265-284.

Gabba, Emilio, 1989. “Sui sistemi catastali romani in Italia”, Athenaeum N.S.67, 567-570.

Gabba, Emilio, 1991. “I municipi e l’Italia augustea”, in : M.Pani (ed.), Continuità e trasformazioni fra repubblica e principato. Istituzioni, politica, società, Edipuglia, Bari, 69-81.

Gabba, Emilio, 1998. “Alcune considerazioni su una identità nazionale nell’Italia romana”, Geographia Antiqua 7, 15-22

Galdi, Giovanbattista, 2004. Grammatica delle Iscrizioni Latine dell’Impero (Provincie Orientali), Morfosintassi nominale, Papers on Grammar, Monographs 3, Herder, Roma.

Giardina, Andrea, 1997. “L’identità incompiuta dell’Italia romana”, in: A.Giardina (Cur.), L’Italia romana, Storie di un’identità incompiuta, Laterza, Roma-Bari, 3-116.

Kienast, Dietmar, 1954. Cato der Censor, seine Persönlichkeit und seine Zeit, Quelle & Meyer, Heidel­berg.

Kienast, Dietmar, 1982. Augustus, Prizep und Monarch, Wiss.Buchgesellschaft, Damstadt.

Klingner, Friedrich, 1961. Römische Geisteswelt, 4. Auflage, Ellermann, München.

Kumaniecki, Kazimierz, 1972. Cicerone e la crisi della repubblica romana, Centro di Studi Ciceroniani, Roma.

Laffi, Umberto, 2007. Colonie e Municipi nello Stato Romano, Ed. di Storia e Letteratura, Roma. 1974.

Martin, René, 1971. Recherches sur les agronomes latins, et leurs conceptions économiques et sociales, “Les Belles Lettres”, Paris.



Pereira-Menaut, Gerardo, 2010. “El moderno debate sobre la romanisación”, Veleia 27, 239-253.

Rauh, Nicholas K., 1993. The Sacred Bonds of Commerce, Religion, Economy, and Trade Society at Hellenistic Roman Delos, 166-87 B.C., J.C.Gieben, Amsterdam.

Remage, Edwin S., 1973. Urbanitas, Ancient Sophistication and Refinement, University of Oklaoma Press, Oklaoma USA.

Rohlfs, Gerhard, 1968. Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti, Vol.II, Morfologia, Trad. di T. Fran­ceschi, Einaudi, Torino.

Schanz, Martin-Carl Hosius, 1959. Geschichte der römischen Literatur, 2.Teil, 4.Aufgabe, C.H.Beck, München.

Stroux, Joannes, 1912. De Theophrasti virtutibus dicendi, B.G.Teubner, Leipzig.

Syme, Ronald, 1960. The Roman Revolution, Clarendon 19Press, Oxford 1939 (= 1960).

1 Nel titolo ho usato prudentemente il termine ‘romanizzazione’, invece che ‘unificazione’ dell’Italia, perché specialisti come Emilio Gabba, Umberto Laffi, Andrea Giardina escludono che “si sia mai svi­lup­pa­ta nell’età antica una coscienza nazionale italica” (Laffi 2007: 116). Tuttavia questa idea è vera solo in parte, solo nella parte che riguarda l’organizzazione dello stato (v.sotto), ma dal punto di vista linguistico, nella contrapposizione urbanitas~rusticitas, è vera solo per quanto riguarda la rusticitas, cioè il fra­zio­na­mento nelle lingue romanze e nei loro numerosi dialetti, ma è falso per quello che concerne la urbanitas, cioè l’esistenza (o la conservazione) di una lingua latina che univa tutti i dotti e gli scholares delle Università d’Europa. Ho sostenuto questa posizione in Calboli 2000, in un lungo dibattito a Venezia, pp.261-279. Ciò è valido, non solo nel Medioevo, ma già prima nel mondo romano, nell’ambiente letterario, linguistico-retorico e giuridico. Poiché urbanitas~rusticitas (o latino volgare) è un binomio dove un termine sostiene l’altro, è necessario considerare le dovute distinzioni, ma senza dimenticare l’unità, che, ovviamente, non era e non è neppure oggi assoluta e perfetta. Difende la romanizzazione come un fatto positivo, riferendosi in particolare alla Spagna Gerardo Pereira-Menaut 2010.

2 Cf. Ancillotti-Cerri, Le tavole di Gubbio 1996: p.432.

3 Anche qui, come in altri punti di questo mio intervento, io tengo conto di più ampie discussioni, riporta­te nella letteratura relativa. Sul problema di quando e come gli Italici furono introdotti da Silla e da altri censori nella effettiva cittadinanza romana sono state espresse opinioni varie, di ritardo o di rapidità esercitata in tale operazione. Io ho optato per il ritardo supposto da Brunt 1971: 93sg., altri per una maggiore rapidità tramite l’azione dello stesso Silla, cf., comunque, la discussione nel mio intervento Calboli 1975: 215sg.

4 Cf. Syme 1960: 276-293, in particolare 286-291.

5 Cic. p.red.in sen.39 Italia cuncta paene suis umeris reportarit; p.red.ad Quir.16 rogari ab Italia cuncta; Sest.131 Cunctae itinere toto urbes Italiae; Pis.51 totius Italiae (cf. K.Kumaniecki 1972: 299). Per la differenza fra totus e cunctus cf. Ernout-Meillet 1959: 157: “P.F 44,9, cuncti significat quidem omnes, sed coniuncti et congregati; at vero omnes, etiamsi diversis locis sint. [...] De là, cunctus, aurait signifié «dans son ensemble» et, au pluriel, «tous ensemble, tous sans exception», pour devenir ensuite le syno­nyme fort de omnis et de tōtus”.

6 Liv.31,10,2; 11,5; 19,1; 21,18.

7 Su questo aspetto cf. L.Alexandratos 2011 e prima B.Campbell 2000.

8 Al tema dei catasti e della centuriazione dell’Italia Emilio Gabba ha dedicato specifici, importanti lavori. Il potere di Augusto si fondò in buona parte su questa organizzazione e sull’esercito ricostruito dagli stes­si ceti italici. “Si spiega così – scrive Gabba (1991: 75sg.) – la nuova rilevanza dei censimenti ora affi­dati alle autorità locali (si veda la tabula Heracleensis), mentre declinano ulteriormente le funzioni e il si­gni­fi­ca­to dei censori a Roma. [...] La valorizzazione delle autonomie locali rappresentava per il principe, al di là di un controllo esercitato dal centro che di fatto era quasi inesistente, il vero motivo di garanzia e di tran­quillità sociale e politica”. In Calboli 2000: 8-16 ho toccato anch’io questi punti. Comunque il regime imperiale si sforzò di organizzare la romaniz­za­zio­ne, non solo con la deduzione di colonie, e la conseguente distribuzione di terre in tutto il territorio del­l’Im­pe­ro, ma con l’istituzione di scuole (Plin. Epist.4,13), che contribuirono a tener vivo il latino, finché alla fine dell’Impero furono chiuse e rimasero solo le scuole dei Conventi e delle Cattedrali, fonti prin­cipa­li dei nostri codici.

9 Antonella Coralini 1994: 132-136, ha mostrato anche con splendide fotografie aeree la persistenza nel nostro territorio dell’antica Bononia delle mappe centuriali romane, ad es. nel complesso dei fondi agricoli a ovest della Riccardina, la celebre villa di Accursio, ad es. nel gruppo di fondi attorno a Villa Malvezzi a Bagnarola fino ai fondi Ramello. Cf. la carta tratta da Google e allegata.

10 Cf. G.Calboli 2003: 181-191, dove è indicata la bibliografia moderna di Kienast, Martin, Sirago, White, Astin.

11 Cf. D.Kienast 1954: 88-90; G.Calboli 2003: 181-209.

12 Sul fenomeno dell’inurbamento a Roma, in particolare dopo la guerra annibalica, dall’Italia centrale di molti ‘migranti’ richiamati delle grandi opere che si stavano realizzando, come durante la censura di Catone (187) della Basilica Porcia, cf. Brunt 1971: 134.

13 Già J.Stroux 1912: 66-68, era arrivato a riconoscere, seguendo Wilamowitz, questa dottrina, tratta – si ipotizzava– dal Peri; levxewς di Teofrasto. Ma se consideriamo tutte le testimonianze pertinenti alla levxiς (elocutio) dove compare il nome di Teofrasto, raccolte da Fortenbaugh 1992: 528-551, compreso, nell’Appendix, il lungo frammento del Papiro di Amburgo 128, pp.612-617, riscontriamo sì che Teofrasto riconosceva quattro orationis laudes (Cic.orat.79) e come quarta poneva l’ornatus, e poi aveva l’eJllh­nismovς (sermo purus et Latinus), la chiarezza e la convenienza, ma non in una sistemazione unitaria come in Stroux. Forse procedeva con una partizione e specificazione analoga a quella che lo stesso Teofrasto sembra aver dato della metafora di Aristotele, cf. Calboli 2007.

14 Naturalmente, soprattutto nei primi tempi, anche nei riguardi del parlare delle Colonie e dei Municipia si esprime il purismo di Cicerone, Brut.171sg., che ricorda T.Tinca Piacentino, con grande apprez­za­men­to, ma che dichiara superato da Q.Granio per un indeterminato sapore tipico di Roma. Eppure tanti letterati di quegli anni e precedenti erano nati fuori di Roma, Livio Andronico, Nevio, Ennio, Plauto, Cecilio, Terenzio, Accio, Catullo, Virgilio, Orazio, Cicerone stesso, Sallustio, Livio (cf. Calboli 2000: 5-9). I Romani ridevano, se sentivano parlare, come loro credevano, Tusce aut Gallice (Gell.11,7,3-4).

15 Non solo sui muri, ma anche su un elmo gladiatorio da Pompei, cf. le varie raccolte e studi in M.Schanz -C.Hosius, Geschichte der römischen Literatur II4 1959: 102. Già Macrobio, 5,17,5 lo aveva notato.

16 La mia scelta non esclude, ovviamente, che sia esistito un latino almeno parzialmente volgare, ma in­ten­de partire dal giudizio degli stessi antichi, dagli specialisti di grammatica e retorica romani, Cicerone e Quintiliano, e ancora prima Lucilio (v.1130 Cecilius pretor ner rusticus fiat), a cui potrei aggiungere Cesare, Varrone, Plinio il Vecchio, Plinio il Giovane e Gellio. Su questa urbanistas e rusticitas cf. poi Ramage 1973. Ma soprattutto si tenga presente che urbanitas si oppone non solo a rusticitas, ma anche a peregrinitas e che questi termini sono entrati nella discussione sulla difesa della lingua latina, a partire da Lucilio. Quindi, ancora prima di addentrarci nella discussione urbanitasrusticitas e latino volgare, bisogna chiarire che cosa precisamente quegli specialisti romani che abbiamo visto intendevano con questo termine, per comprendere, prima delle elucubrazioni dei moderni su questi concetti, che cosa con essi intendevano i Romani, cf., quindi, la mia discusione e la relativa bibliografia in G.Calboli 1986: 1108-1122.

17 Cf. G.Camodeca 1999: 40. Mi permetto di rimandare ancora una volta a un mio intervento, posto a con­clusione di Calboli 2006: 168: “Les vulgarismes d’Eunus et de Diognetus [due personaggi che hanno scrit­to in questa raccolta di documenti] sont corrigés dans la scriptura exterior. On comprend bien pour­quoi la langue vulgaire, qui existait déjà comme rusticitas au 1èr siècle av.J.-Ch. a tant tardé à s’étendre: le système était si bien construit qu’il absorbait sans difficulté la langue vulgaire d’Eunus et Diognetus, car il y en avait certains, les esclaves, les grammairiens de bas niveau, qui corrigeaient les fautes et ajou­taient des actes corrects du point de vue linguistique aux actes corrects du point de vue juridique et substantiel. Il y avait un système bien construit où la langue aussi était soigneusement employée. Mais c’était un travail et, comme tous les travaux, il était laissé aux esclaves où aux niveaux plus bas de cette so­ciété dans laquelle on n’avait pas encore appris que le travail de l’homme est la continuation de la créa­tion de Dieu (v. F.Prinz, “Montecassino ed Europa monastica” in O.Pecere (cur.), Il monaco il libro la bi­blio­teca, Ed.Univ.Cassino 2003, 5-32). Dans ces documents on voit à l’œuvre ce système. Il fallait une gran­de chute pour le rendre inefficace, la chute d’un empire séculaire”.

18 Cf. G.Rohlfs 1968: 339-349 (il condizionale non è entrato in tutta l’Italia. Così non è entrato nel Salen­to e nella Puglia meridionale).

19




Verilənlər bazası müəlliflik hüququ ilə müdafiə olunur ©azrefs.org 2016
rəhbərliyinə müraciət

    Ana səhifə