Indice: Introduzione la vita personale di Alberto Moravia




Yüklə 164.6 Kb.
səhifə1/3
tarix25.04.2016
ölçüsü164.6 Kb.
  1   2   3


Indice:
Introduzione………………………………………………………. …… 5

1. La vita personale di Alberto Moravia............................................ 6

1. 1. 1907-1929…………………………………………………….. 6

1. 2. 1929-1990…………………………………………………….. 7

2. La vita professionale di Alberto Moravia……………………….. 8

2. 1. Romanzi……………………………………………………… 8

2. 2. Racconti……………………………………………………… 14

2. 3. Teatro………………………………………………………… 14

2.4. Saggi e scritti di viaggio……………………………………… 14

2. 5. Giornalismo………………………………………………….. 14

3. La noia…........................................................................................... 15

3. 1. La trama……………………………………………………... 15

3. 2. Dino…………………………………………………………... 23

3. 3. Cecilia…………………………………………………............ 31

3. 4. La madre……………………………………………………... 36

3. 5. Balestrieri…………………………………………………….. 37

4. Il ruolo dell’erotismo………………………………………………40

Conclusione……………………………………………………………… 43

Bibliografia……………………………………………………………….45

Introduzione:

La presente tesi di laurea si propone di presentare ai lettori uno dei temi principali trattati nell’opera di Alberto Moravia: il tema del sesso, il ruolo dell’atto sessuale nel romanzo prescelto.

Alberto Moravia fu uno scrittore molto prolifico: scrisse numerosi romanzi, novelle, saggi; si dedicava anche al giornalismo, agli scritti di viaggio e al teatro; partecipò, sia passivamente, sia attivamente agli avvenimenti politici. Nel primo capitolo viene presentata la sua vita personale, assai lunga e interessante; e nel secondo capitolo viene presentata la sua vita professionale, abbastanza ricca e varia.

Per il numero grande delle opere letterarie moraviane, fissiamo la nostra attenzione sopra l’opera romanzesca, per essere più precisi; sopra La noia, uscito nel 1960. Il motivo per cui trattiamo proprio tale romanzo chiariamo ancora più tardi.

Ci poniamo la domanda che ruolo abbia l’erotismo, molto presente nelle opere dello scrittore, vogliamo sapere perché il romanziere s’interessa al tema del sesso insieme ai temi dell’indifferenza, della noia e del denaro.

Vogliamo analizzare all’interno i personaggi maggiori, i protagonisti relevanti per l’argomento; qual è la differenza tra i protagonisti, e al contrario, qual è il loro elemento comune; e tramite tale analisi vogliamo ricavare una conclusione, una risposta alla domanda rappresentata dall’argomento della presente tesi di laurea.

Abbiamo scelto il tema trattato per l’interesse personale per lo scrittore e per la sua opera narrativa e, dopo aver letto alcuni romanzi e qualche novella, vogliamo cercare il motivo e la funzione dell’erotismo che attraversa quasi l’intera opera dello scrittore. E anche perché Alberto Moravia è ben noto nella Repubblica Ceca grazie alle traduzioni di tutti i suoi libri, apparse soprattutto negli anni ’60. Le sue opere degli anni ’70 e ’80 sono uscite solo all’inizio degli anni ’90, non a causa delle analisi socio-politici, ma proprio a causa dell’erotismo bizzarro, ispirato a Freud, che dava fastidio al regime comunista.


  1. La vita personale di Alberto Moravia

1. 1. 1907 – 1929

Alberto Moravia nacque sotto il nome di Alberto Pincherle il 28. 11. 1907 a Roma in una famiglia borghese benestante.

Il padre, Carlo Pincherle, di Venezia, era architetto1 e pittore. La madre, Gina de Marsanich, proveniva da Ancona. Ebbe due sorelle più anziane di lui, Adriana ed Elena e nel 1914 nacque il fratello Gastone che morì in guerra. Alberto Moravia ebbe una prima infanzia normale, ma all’età di 9 anni si ammalò di tubercolosi ossea che si prolungò fino ai suoi 17 anni (1916 – 1925).

„Tutto questo era peggio che sgradevole, e certamente incise sulla mia sensibilità in maniera determinante.”2

„È stato il fatto più importante della mia vita.“3

A causa della malattia studiò irregolarmente e soprattutto a casa. Frequentò il ginnasio “Tasso“ a Roma ma solo per un anno, perché fu costretto a letto. L’immobilità lo spinse a leggere. Dai classici per esempio Dostojevskij, il quale lo influenzò tanto, poi Manzoni, Joyce, Ariosto, Dante; dai drammatici soprattutto Goldoni, Molière, Shakespeare; poi dai surrealisti francesi Rimbaud; e non possiamo dimenticare Freud, gli studi psicanalitici del quale lo influenzarono molto, tentò di ricercare la sua identità psicologica, di fare l’autoanalisi.

Per una cura sbagliata il suo stato di salute si aggravò e andò a curarsi nel sanatorio Codivilla a Cortina d’Ampezzo dove scrisse i racconti Cortigiana stanca e Inverno di malato. Nel 1925 lasciò il sanatorio e si trasferì per la convalescenza a Bressanone dove cominciò a scrivere il suo primo romanzo Gli indifferenti.4 Lo scrisse senza punteggiatura, senza alcun piano preciso.

„Durante molti anni avevo letto moltissimi romanzi e opere teatrali. Mi ero convinto che l’apice dell’arte fosse la tragedia. D’altra parte mi sentivo più attratto dalla composizione romanzesca che da quella teatrale. Così mi ero messo in mente di scrivere un romanzo che avesse al tempo stesso le qualità di un’opera narrativa e quelle di dramma.“5


L’uscita del romanzo causò un grande interesse da parte dei lettori comuni ma anche da parte della critica, e il suo conflitto con il Fascismo cominciò. Delle altre attività letterarie parleremo nel capitolo sucessivo.

  1. 2. 1929 – 1990

A causa del regime fascista Moravia, incominciò a viaggiare all’estero. Dal 1930 al 1931 fu a Londra, nello stesso anno viaggiò a Parigi. In Italia la vita peggiorò, a causa del regime, allora nel 1934 andò negli Stati Uniti, a New York dove trascorse 8 mesi e partecipò a conferenze sul romanzo italiano, poi viaggiò in Messico, nel 1936 per 2 mesi in Cina e nel 1938 per 6 mesi in Grecia.

Nel 1941 sposò Elsa Morante,6 una scrittrice poverissima e Alberto Moravia doveva guadagnare, ma era sulla lista della polizia come “sovversivo” e non poteva scrivere sotto il suo nome. Dal 1939 vissero sull’isola di Capri ad Anacapri ma l’8 settembre nel 19437 dovettero partire verso Napoli e furono costretti a fuggire sulle montagne a Sant’Agata, e fu una esperienza molto importante, la quale Moravia sfruttò per la sua professione di romanziere.

Nel 1952 tutti i suoi libri furono messi all’indice dal Sant’Uffizio.

Dopo l’era di neorealismo italiano venne la crisi culturale e nel 1962 anche la crisi con Elsa Morante. Moravia incontrò la giovane scrittrice Dacia Maraini, fecero numerosi viaggi all’estero, p. e.: in Russia, in Cina, in Corea, in Giappone, in India e in Africa.

Il 27. gennaio nel 1986 Moravia sposò Carmen Llera, giovane spagnola, impiegata presso la Bompiani.

Il 26. settembre nel 1990 Alberto Moravia morì nella sua casa romana.




  1. La vita professionale di Alberto Moravia

Il secondo capitolo vuole presentare ai lettori le attività dello scrittore, però a causa del numero immenso delle sue opere8, solo in breve e solo quelle più importanti per l’argomento della tesi.

2. 1. Romanzi

Gli indifferenti, il romanzo uscito nel 1929, è il primo romanzo, che rese famoso il nome di Moravia, e nello stesso tempo il più apprezzato dai critici. Si tratta dell’analisi di una famiglia borghese romana e dell’indifferenza dei protagonisti. Moravia espresse il suo odio verso il mondo borghese da cui lui stesso proveniva.

I personaggi principali sono cinque e ognuno rappresenta un tipo diverso di indifferenza; Mariagrazia, la madre, indifferente rispetto agli eventi attorno a lei, un simbolo dello snobismo, della borghesia corrotta e superficiale. Non capisce che non è più bella, né giovane, né ricca, non s’accorge che il suo amante la tradisce con la figlia Carla della quale. Mariagrazia non vuole sapere della povertà, solo del divertimento. Leo Merumeci, l’uomo d’affari, un simbolo d’egocentrismo, della borghesia corrotta, della libidine superficiale. S’interessa solo del sesso e del denaro, allora rovina economicamente la sua amante Mariagrazia e comincia un’avventura con Carla. Carla, vuole cominciare una vita nuova diventando l’amante di Leo ma, naturalmente, non ci riesce. Michele, il fratello di Carla, è indifferente nei suoi sentimenti; non riesce ad amare neanche a odiare, tenta di rivoltarsi ma anche lui non ci riesce. Lisa è un’amica di famiglia, l’ex amante di Leo, innamorata di Michele. Vuole di nuovo diventare giovane con lui. Lisa rappresenta il tentativo fallito di Michele di smettere di essere indifferente.



Gli indifferenti ci mostrano il declino della borghesia del tempo, l’ultima perdita della sua nobiltà, la superficialità, il rapporto tra il denaro e il sesso in cui si definiscono tutti i personaggi protagonisti.

Il tema principale, che traversa tutte le attività letterarie dell’autore è l’incapacità dell’uomo di trovare il senso dell’esistenza, di vivere una vita normale, mantenere un sincero “autentico” rapporto amoroso.

“Ne Gli indifferenti – e in generale in Moravia – la “realtà” agisce secondo meccanismi elementari di stimolo e risposta. Se qualcosa decide Carla, è assecondare prontamente i disegni di Leo. Il modello a cui vien fatto di pensare non è sociologico e psicologico, ma biologico. I personaggi non fanno scelte; non sono agenti: su loro agiscono determinazioni interne – come il sesso – o esterne – come il denaro – escludendo ogni margine di autonomia, e quindi ogni possibilità di dramma. Quello che accade doveva accadere. Nessuna trasformazione ha luogo nel personaggio.”9
Le ambizioni sbagliate: il romanzo è uscito nel 1935. Si tratta della critica del costume borghese e della società nel secondo decennio del regime fascista, però poco riuscita.

“Ho lavorato 6 anni a Le ambizioni sbagliate” – ha detto Moravia – “forse non dovevo scrivere niente.”10

“Dalla trama della vicenda appare chiara la determinazione di Moravia di affidare all’intreccio la sostanza di una critica sociale che risulta però viziata dalla eccessiva preoccupazione della concatenazione esterna dei fatti, da una programmaticità che costituisce la struttura vera e propria dell’opera, ma che alla resa espressiva ha scoperto definitivamente i limiti costanti della narrativa moraviana.”11
La mascherata, è un romanzo uscito nel 1941, in cui Moravia criticò il regime fascista12. Ma purtroppo lo scopo satirico del romanzo, a causa del quale Moravia doveva scrivere sotto lo pseudonimo “Pseudo”, fallì per troppe svolte nella trama.

Agostino, è il primo dei romanzi brevi, uscito nel 1945 e si tratta dell’analisi psicologica di un ragazzo borghese che sta maturando e non riesce a inserirsi tra i ragazzi proletari tra i quali cerca la sua identità.

“L’estraneità diventa in lui coscienza della propria esclusione in un mondo che lo umilia di continuo e in cui dominano solo le leggi della forza, del sesso e del denaro.”13

Tipico di Moravia è che la iniziazione sessuale è legata all’incontro con un’altra realtà sociale.

La Romana, il romanzo neorealistico del 1947, con la protagonista Adriana che proviene dal popolo e a causa delle circostanze comincia a prostituirsi.

La disubbidienza è un altro romanzo breve, uscito nel 1949, che critica la società borghese. Il protagonista, il giovane borghese Luca, si rassegna a tutto ciò che amava, anche alla sua vita. La novità è che Luca vuole vivere pienamente la sua estraneità, non solo accettarla, subirla. La svolta comincia con l’iniziazione sessuale con un’infermiera più vecchia di lui.

L’amore coniugale, il terzo romanzo breve, è uscito nel 1949. Il protagonista, lo scrittore Silvio, sta scrivendo un romanzo sul proprio amore coniugale. Per poter concentrarsi sul romanzo, ha smesso di fare l’amore con la sua amata moglie. Ma poi ha saputo che il romanzo non è riuscito e la moglie lo tradisce con un barbiere.

Con Il conformista, romanzo del 1951, si ritorna nel periodo fascista. Il protagonista Marcello, crudele fin dall’infanzia, per essere “normale” si integra nel fascismo e uccide per essere come gli altri. Dopo la caduta del regime avverte che vive in un mondo delle menzogne dal quale non è possibile scappare.



Il disprezzo, uscito nel 1954, fu scritto a causa della crisi coniugale con Elsa Morante. Il protagonista, il critico cinematografico Riccardo, per guadagnare più soldi e quindi accontentare sua moglie, diventa sceneggiatore ma poi s’accorge che il denaro ha causato il fallimento di ogni tentativo di comunicazione con la moglie che lo disprezza.

La ciociara, romanzo uscito nel 1957, rispecchia l’esperienza personale di Moravia relativa alla seconda guerra mondiale. È l’ultimo romanzo in cui i protagonisti appartengono al popolo che non hanno nessun problema con la communicazione con il mondo come i protagonisti borghesi. Due donne, figlia e madre, scappate da Roma verso le montagne di Ciociaria, sono sottoposte a due tipi di violenza; uno è la guerra e l’altro è lo stupro della figlia durante il ritorno, alla fine della guerra, nella vita “normale”. Tale trauma da l’inizio al solito meccanismo autodistruttivo moraviano; come se il sesso fosse l’unica possibilità di contatto con la vita.

L’attenzione del 1965 è la storia di un giornalista che decide di aprire gli occhi, cioè d’essere attento, sulle cose che si svolgono intorno a lui. Ha sposato una donna del popolo che gli sembrava autentica però ha smesso di amarla subito dopo il matrimonio quando è diventata una signora qualunque.

Io e lui, romanzo del 1971, è la libera continuazione tematica di L’amore coniugale. Il protagonista, il regista Rico, lascia la moglie per poter lavorare in pace e senza sesso su un film.

“L’assunto freudiano [...] si snoda attraverso la teoria della “sublimazione”, per la quale le pulsioni sessuali sono deviate dal loro corso naturale verso una meta non sessuale, verso un’attività (artistica, intellettuale, creativa) socialmente “valorizzata”, con un forte ritiro della libido sull’Io, che rende possibile la desessualizzazione.”14


Ma personificazione del suo membro grande parlante lo disturba e gli impedisce di concentrarsi. Il fallimento della sublimazione e del film lo salva dal fallimento della sua dissociazione e Rico torna a casa.

La vita interiore, romanzo del 1978, è come una “summa” dei temi moraviani. La protagonista Desideria proviene dalla borghesia e vuole liberarsi dalla classe prostituendosi, facendo sesso di gruppo, partecipando al terrorismo, ascoltando la propria “Voce” interiore, la proiezione del “super-ego” freudiano, che dirige il suo comportamento.

L’uomo che guarda, romanzo uscito nel 1985, di nuovo riprende il tema della borghesia e il rapporto con la realtà. I protagonisti, un padre e un figlio, amano la stessa donna, la moglie di quest’ultimo. Il figlio, il cui rapporto con la realtà è abbastanza passivo, è un voyeur e vede sua moglie come una madonna innocente; invece il padre, che ha il rapporto con la realtà attivo, è un esibizionista, vede nella moglie di suo figlio la sua animalità.

Il viaggio a Roma, romanzo del 1988, riprende il tema della crisi di una famiglia borghese. Il romanzo è pieno di immagini freudiane.

La donna leopardo, romanzo uscito postumo nel 1991, di nuovo tratta il tema dell’uomo-voyeur e della donna-realtà.

Bisogna constatare che gli ultimi romanzi moraviani non portano più niente di nuovo, il romanziere solo riprende i suoi temi maggiori e meccanicamente li inserisce in trama del romanzo. Anche l’erotismo non è più pieno di desiderio, di piacere e di mistero.



2.2. Racconti

Il tema della presente tesi tratta i romanzi di Alberto Moravia, allora solamente elenchiamo le altre attività dell’autore. In tale parte del capitolo elenchiamo le raccolte dei racconti, che in maggior parte trattano i temi uguali ai romanzi.



La bella vita (1935), L’imbroglio (1937), I sogni del pigro (1940), L’amante infelice (1943), L’epidemia (1944), Due cortigiane (1945), Racconti romani (1954), Nuovi racconti romani (1959), L’automa (1962), Una cosa è una cosa (1967), Il paradiso (1970), Boh (1976), Cosma e briganti (1980), La donna nella casa del doganiere (1981) Racconti surrealistici e satirici (1982), La cosa (1983).15

2. 3. Teatro

Beatrice Cenci (1958), La mascherata (1958), Il mondo è quello che è (1966), Il dio Kurt (1969), La vita è gioco (1969), L’angelo dell’informazione e altri testi teatrali (1986).16

2. 4. Saggi e scritti di viaggio

La speranza (1944), Franco Gentilini (1952), Un mese in URSS (1958), L’uomo come fine (1963), La rivoluzione culturale in Cina (1967), A quale tribù appartieni? (1972), Al cinema (1975), Impegno controvoglia (1980), Lettere dal Sahara (1981), Inverno nucleare (1986), Passeggiate africane (1993).17



2. 5. Giornalismo

Alberto Moravia collaborò intensamente a molti giornali, sia maggiori, sia minori, e a riviste dove pubblicava i suoi racconti, saggi e opinioni.

Nel 1929 incontrò Corrado Alvaro18 e cominciò a collaborare alla rivista ‘900 dove pubblicava i suoi racconti. Nello stesso anno cominciò a collaborare al giornale Interplanetario, nel 1930 a Pegaso, dal 1938 faceva il segretario di redazione presso la rivista Prospettive e collaborò a La Stampa e alla Gazzetta del Popolo. Nel 1943 iniziò una intensa collaborazione a Il Mondo, a L’Europeo e al Corriere della Sera, per il quale scriveva le corrispondenze giornalistiche dall’estero. Nel 1953 fondò la rivista Nuovi argomenti dove pubblicò i suoi saggi e dove pubblicavano anche altri scrittori come p. es. Italo Calvino, Pier Paolo Pasolini ecc. Nel 1957 collaborò a L’Espresso dove curava una rubrica di critica cinematografica.

Nel 1984 fu eletto deputato del Parlamento Europeo come indipendente delle liste del PCI e da Strasburgo cominciò a scrivere Diario europeo pubblicato sul Corriere della Sera.19


3. La noia

La noia è un romanzo del 1960.



3. 1. La trama

Il romanzo comincia con un prologo, in cui il protagonista, il pittore Dino, spiega come abbia smesso di dipingere; lacerò la tela del quadro su cui lavorava da due mesi, con un coltello. Dino, soffriva, e aveva sofferto da sempre, della noia, ma solo quando era già adulto, aveva trentacinque anni, poteva spiegarsi, che cosa era precisamente la noia della cui soffriva.

“Per molti la noia è il contrario del divertimento; e divertimento è distrazione, dimenticanza. Per me, invece, la noia non è il contrario del divertimento; potrei dire, anzi, addirittura, che per certi aspetti essa rassomiglia al divertimento in quanto, appunto, provoca distrazione e dimenticanza, sia pure di un genere molto particolare. La noia, per me è propriamente una specie di insufficienza o inadeguatezza o scarsità della realtà.”20
Già da dieci anni abitava da solo, in uno studio dove dipingeva ma gli ultimi sei mesi si annoiava a dipingere.

“...sentivo che i miei quadri non mi consentivano di esprimermi, ossia di illudermi di avere un rapporto con le cose, cioè, in una parola sola, non mi impedivano di annoiarmi. Ora, in fondo, io avevo cominciato a dipingere proprio per fuggire alla noia. Se continuavo ad annoiarmi, perché allora dipingere?”21


Erano già dieci anni che aveva lasciato la villa di sua madre credendo che si annoiava perché era ricco. Odiava la villa e la madre ma sempre accettava un po‘ di soldi al mese da lei. Avevano stabilito un certo rapporto tra loro e Dino andava a visitarla una volta al mese. Ci venne anche nel giorno del suo compleanno e annunciò alla madre che non dipingeva più allora lo studio non gli serviva più e tornò a vivere con lei come sempre voleva. Però la madre non parlava che di come erano ricchi e che Dino doveva interessarsi degli affari familiari e gli regalò una macchina carissima e Dino capì che non gli era più possibile vivere con lei e dopo la colazione scappò dalla villa nella sua vecchia macchina. La mattina dopo c’era molta gente nella casa dove si trovava il suo studio. Era morto un suo vicino Balestrieri, un vecchio pittore ed erotomane che Dino aveva conosciuto solo di vista. Era morto facendo l’amore con la sua giovane amante, la modella Cecilia. Dino la incontrò nel corridoio, non sembrava triste affatto, sorrise a Dino ma lui non amava avventure facili e amava le donne fatte e Cecilia pareva una ragazza di quindici anni però cominciarono a vedersi regolarmente, sempre alla stessa ora, gli incontri duravano lo stesso tempo e si svolgevano allo stesso modo; facevano l’amore. Secondo Dino, Cecilia aveva il carattere insignificante, si annoiava con lei e non poteva capire come mai Cecilia era stata così amata da Balestrieri o da qualsiasi persona.

„<> <>“22

Dino le faceva delle inteviste in maggior parte sul loro rapporto con Balestrieri ma Cecilia non era capace di spiegare niente.

„Cecilia dava continuamente l’impressione non tanto di mentire quanto di non essere capace di dire la verità; e questo non perché fosse bugiarda ma perché dire la verità sarebbe stato già avere un rapporto con qualche cosa e lei non pareva aver rapporti con niente.”23


Dino si decise di lasciare Cecilia perché si annoiava con lei, era convinto che la possedeva completamente che lei l’amava e faceva sempre quello che lui voleva, allora dopo due mesi andò dalla madre, prese i soldi per comprare una borsa per Cecilia come l’addio. Ma tale giorno, in cui voleva lasciarla, Cecilia non venne all’appuntamento anche se era stata sempre puntualissima.

“Compresi che, mentre finora Cecilia, come ho già detto, non era stata niente per me, il suo ritardo la faceva diventare qualche cosa.”24

Non chiamò, neanche la mattina dopo e Dino cominciò a dubitare se Cecilia l’amava come aveva pensato. Cecilia diventò reale e Dino cercava di non pensare a ciò perché sempre voleva lasciarla. Lei chiamò solo il pomeriggio che si sarebbero visti alla solita ora e che il giorno prima aveva avuto da fare. Dino andò fuori e per caso incontrò Cecilia; la seguiva e vide come si incontrò con un uomo che le comprò un mazzo di viole.

“...improvisamente mi ero accorto che mai mi era sembrata così reale come adesso che avevo intenzione di separarmi da lei;”25

Dino ne soffrì, divenne geloso.

“Capivo infatti che, fino a quando avessi sofferto, non avrei potuto separarmi da Cecilia come tuttora desideravo. E capivo pure che con Cecilia non potevo che annoiarmi o soffrire: finora mi ero annoiato e avevo desiderato, di consequenza, di lasciarla; adesso soffrivo e sentivo che non avrei potuto lasciarla finché non mi fossi di nuovo annoiato.”26


Poi Dino capì che non era successo niente e che Cecilia non lo tradiva e che era sempre noiosa e irreale: perciò voleva lasciarla. Ma quando Cecilia venne nello studio disse che non si potevano più vedere ogni giorno ma solo due volte la settimana perché in casa sua brontolavano che prendeva lezioni di disegno da un uomo di trantacinque anni, non di sessantacinque anni come nel caso di Balestrieri, e Dino sentiva che non voleva lasciarla e non gli bastavano le visite due volte la settimana. Prima non la credette, pensava che fosse così a causa dell’uomo, l’attore Luciani, con cui, Dino, l’aveva vista e con cui Cecilia lo tradiva, ma Cecilia cambiò opinione che potevano vedersi ogni giorno però dovevano fare attenzione ai genitori. Di nuovo diventò noiosa ma da quel giorno tutto cambiò:

“Di solito il possesso fisico non era che la ripetizione di un possesso mentale precedente, ossia confermava la noia che mi rendeva Cecilia irreale e assurda. Ma questa volta, come sentii subito, il possesso pareva confermare, invece, la mia incapacità di possederla davvero: per quanto la malmenassi, la stringessi, la mordessi e la penetrassi, io non possedevo Cecilia e lei era altrove, chissà dove.”27


Da quel giorno voleva sapere tutto di lei perché prima aveva creduto di sapere tutto possedendola attraverso il rapporto amoroso. Andò a vedere i suoi genitori. Si parlava anche di Balestrieri. Il padre di Cecilia, molto malato, non aveva voluto bene a Balestrieri perché sapeva del loro rapporto. Cecilia aveva proposto a Balestrieri di fare la corte alla mamma per nascondere la loro relazione ma il padre li aveva visti che si erano baciati ma la madre non ci aveva creduto. Forse perché Balestrieri gli aveva aiutato. Poi i genitori se ne andarono e Dino voleva sapere se si sarebbero visti il pomeriggio. Cecilia non lo sapeva perché doveva chiamare un produttore. Dino non ci credeva, pensava che lo tradiva con Luciani. Dino cominciò a spiarla ma non ci riusciva, non era capace a riflettere chiaramente, non vide mai Cecilia come usciva dalla casa di Luciani. Da Cecilia sapeva che anche Balestrieri l’aveva spiata, si era rivolto anche a un’agenzia professionale. Dino si sentiva in un certo senso collegato con la situazione di Balestrieri, anche lui aveva sentito un’ossessione per Cecilia però al contrario, Dino non riusciva a dipingere.

“La tela era vuota, pensai ancora confusamente, perché Cecilia mi sfuggiva; la mente era vuota perché la realtà mi sfuggiva. Realtà e Cecilia erano le due parole che sempre più fiocamente mi echeggiavano nella testa; evocando due operazioni diverse che, però, sentivo collegate da un nesso indubitabile. Mi pareva di capire che il nesso era la smania di possedere e che tutte e due le operazioni naufragavano nell’impossibilità del possesso.”28


Una volta veramente vide Cecilia uscire insieme a Luciani da casa sua e provò quasi lo svenimento anche se aveva immaginato tale situazione mille volte. Dino voleva sapere tutto di Cecilia e Luciani. Voleva averla solo per sè allora Cecilia non voleva incontrarsi più però Dino le offrì ventimila lire e facevano l’amore. Poi Cecilia voleva sapere se Dino voleva continuare nel loro rapporto anche se non era l’unico amante e doveva fare a metà con Luciani. Cecilia amava tutti e due e voleva continuare. Anche Dino lo voleva.

“Ricordavo tutte le volte che avevo dato del denaro a delle prostitute e mi dicevo che se Cecilia era davvero venale, alla fine avrei provato per lei lo stesso sentimento che provavo per quelle donne che le avevo pagate: un senso di possesso scontato e sovrabbondante, di riduzione della persona che aveva ricevuto il denaro ad oggetto inanimato, di svalutazione completa dovuta, appunto, alla valutazione mercenaria. Da questo alla noia che mi avrebbe liberato di Cecilia e del mio amore per lei, non c’era che un passo. Era certamente una maniera avvilente di possedere, così per chi era posseduto come per chi possedeva; e avrei senza dubbio preferito un altro genere di possesso che mi avrebbe permesso di separarmi da Cecilia come da qualche cosa che ormai conoscevo troppo bene, ma non disprezzavo; ma io dovevo ad ogni costo placare la mia angoscia. Sì, preferivo sempre Cecilia mercenaria piuttosto che misteriosa; poiché saperla mercenaria mi avrebbe dato un senso di possesso che il mistero mi negava.”29


Ma Cecilia si comportava sempre nello stesso modo anche se ricevette cinquemila o trentamila lire anche quando non ottenne niente. E al contrario, anche se ricevette i soldi non voleva fare l’amore. Su tale comportamento cadde l’intenzione di Dino di possedere Cecilia attraverso il denaro. Cecilia non guardava ai soldi, le bastava un poco. Dino dovette andare dalla madre per i soldi. Lei gli offrì tutto se volesse abitare con lei. Anche lei voleva possedre Dino attraverso il denaro. Ma tutti e due non ci riuscivano.

“...Cecilia mi sfuggiva nella misura stessa in cui la pagavo; e più la pagavo, meno mi pareva che fosse mia. D’altra parte, adesso, all’angoscia di non possederla, si aggiungeva l’angoscia di sospettare che, forse, lei si lasciava possedere dal mio rivale. Sempre più, infatti, mi tormentava il pensiero che Luciani riuscisse a possedere sul serio Cecilia e proprio attraverso quel semplice atto sessuale che per me si era rivelato tanto insufficiente. Temevo, insomma, che l’attore, meno intellettuale e più istintivo di me, fosse riuscito là dove invece io ero fallito.”30


Luciani era disoccupato e Cecilia spesso gli dava i soldi ricevuti da Dino. Dino sempre di più sentiva una certa somiglianza tra il suo rapporto con Cecilia con quello di Balestrieri con lei. E tale sentimento aumentò dopo l’incontro della moglie di Balestrieri. Anche Balestrieri aveva dato tutti i loro soldi a Cecilia che li aveva spesi con un altro, un certo Tony. Lei sapeva anche che Cecilia era l’amante di Dino e gli disse di fare attenzione con lei. Tony era stato il fidanzato di Cecilia. Erano stati fidanzati dai suoi quattordici anni, un anno prima di conoscere Balestrieri. Balestrieri non era stato geloso di Tony. Aveva saputo che aveva dato i soldi anche a lui. Si era sentito superiore;

“Come con me, insomma, Cecilia, era riuscita, d’istinto, a tener separati i due mondi del denaro e dell’amore. Balestrieri ed io avremmo potuto certo affermare che le avevamo dato del denaro; ma lei, del canto suo, avrebbe potuto sempre dimostrare che non era stata pagata. E la mia condotta con Cecilia tendeva sempre più ad assomigliare a quella di Balestrieri; con questa differenza, però, che il vecchio pittore era andato più in fondo di me. In compenso, la mia follia era maggiore della sua; perché lui non aveva avuto alcun predecessore a fargli da specchio, e così, si poteva quasi capire che non si fosse fermato. Io, invece, avevo lui ad avvertirmi ad ogni passo di quello che rischiavo, e ciononostante ripetevo i suoi stessi errori, e, anzi, quasi mi compiacevo di commetterli.”31


Anche Dino cercava di non essere geloso di Luciani. Cecilia lo vedeva ogni giorno ma Dino si consolava che Luciani non sapeva di lui e che Cecilia gli dava i suoi soldi; allora Cecilia tradiva Luciani non lui ma quando c’era un altro amante non poteva possederla completamente. Cecilia credeva che a Dino non desse fastidio che aveva un altro amante e parlava liberamente di lui, non nascondeva morsi da Luciani o macchie sul vestito;

“Ma soffrivo. E, pian piano, attraverso la sofferenza, si fece finalmente strada in me un’idea estrema che mi stupii di non avere avuto prima: forse la sola maniera di liberarmi di Cecilia, ossia di possederla davvero, e, conseguentemente, annoiarmi di lei, era sposarla. Non ero riuscito ad annoiarmi di Cecilia avendola per amante, ero quasi sicuro che mi sarei annoiato di lei una volta che fosse diventata mia moglie.”32


Immaginava come, con i bambini, nella villa insieme a sua madre e alla sua società avrebbe cominciato ad annoiarsi con Cecilia. Un giorno fece con Cecilia una gita e disse che voleva sposarla e farla signora e mamma. Cecilia voleva pensarci un po’. Parlava della noia. Lei, fino a dodici anni, aveva vissuto tra le monache, la religione, le preghiere e si annoiava ma non era capace di spiegare che cosa era la noia. Dino, al contrario, lo sapeva benissimoe disse tra sè:

“La noia è l’interruzione di ogni rapporto. E io voglio sposarti per annoiarmi di te, per non soffrire più, per non amarti più e, insomma, far sí che tu per me non esista più, proprio come per te non esistono la religione e tante altre cose;”33

Andarono dalla madre di Dino, le mostrava tutto ciò che avrebbe potuto essere loro. Ma Cecilia non voleva sposarlo. Per lei andava bene così. Non voleva lasciare Luciani, anche se era sposato, voleva essere libera e il giorno dopo sarebbe partita con Luciani per Ponza per due settimane. Dino le offrì un mezzo milione di lire perché non andasse a Ponza ma lei voleva solo ventimila lire per la gita con Luciani. Dino finalmente capì che non poteva possedere Cecilia neanche attraverso il denaro.

“...nel nostro rapporto, era lei a possedermi ed io ad essere posseduto,”34

Dino si arrabbiò e la strinse il collo ma poi l’accompagnò a casa. Sedeva nella macchina davanti alla sua casa ma poi la voleva ancora vedere ma Cecilia era già uscita con una valigia, andò da Luciani. La sua mamma piangeva perché Cecilia se ne andò anche se il padre stava morendo. Disse che Cecilia non era affezionata a nessuno. Dino allora andò da Luciani ma non c’erano più. Inconsapevolmente chiamò una “ruffiana” che voleva una ragazza. Credeva, impazzito, che fosse Cecilia.

“...pensai che la ragazza che adesso mi accingevo a visitare era il contrario giusto di Cecilia: essa era a mia completa disposizione per una somma di denaro e io l’avrei posseduta intieramente, senza margini di autonomia e di mistero, grazie, appunto, a quel denaro.”35



Dino era in stato d’animo furente, scappò via dalla ragazza che non era Cecilia, andò in macchina e pensava alla morte. Non era stato capace di uccidere Cecilia, allora decise di uccidere se stesso come un disperatamente innamorato qualsiasi. Ma proprio tale banalità della sua situazione gli ispirò una rabbia distruttiva e sorpassando un camion diresse la macchina contro un platano.

Moravia conclude il romanzo con un epilogo, in cui Dino, trovandosi in una clinica e guardando e contemplando un cedro del Libano, provava un sentimento di disperazione totale, ma calma. Aveva dimostrato a se stesso che non voleva più vivere come era vissuto e che aveva preferito di morire. Non voleva più possedere Cecilia, non voleva più annoiarsi, voleva provare dipingere di nuovo ma dentro la clinica, quando Cecilia era lontano, non sapeva se la crisi era finita e se c’era davvero un nesso tra il rapporto con Cecilia o no. Doveva aspettare che tornasse.

“Mi domandai se per caso, rinunziando a Cecilia, avessi anche cessato di amarla, di provare cioè per lei quel sentimento sempre illuso e sempre deluso che avevo provato finora e che, in mancanza di termini più appropriati, dovevo pure chiamare amore. Mi accorsi che quel genere di amore era morto; ma che l’amavo lo stesso, però di un amore nuovo e diverso. Quest’amore poteva accompagnarsi con il rapporto fisico, ma non ne dipendeva e, in certo modo, non ne aveva bisogno. Quando Cecilia fosse tornata, avremmo ripreso i nostri rapporti di un tempo oppure non li avremmo ripresi; ma io, in tutti i casi, non avrei cessato di amarla.”36
3. 2. Dino

In tale parte del capitolo cerchiamo di fare un’analisi del protagonista principale. Vogliamo scoprire la sua psicologia, lo sviluppo dello stato d’animo.

Dino aveva 35 anni e era pittore e raccontava la storia in prima persona.

Era figlio unico, cresceva solo con presenza di sua madre o meglio, del suo denaro.

“Sono nato nel 1920, la mia adolescenza passò, dunque, sotto l’insegna nera del fascismo, ossia di un regime politico che aveva eretto a sistema l’incomunicabilità così del dittatore con le masse come dei singoli cittadini fra di loro e con il dittatore. La noia, che è mancanza di rapporti con le cose, durante tutto il fascismo era nell’aria stessa che si respirava; a questa noia sociale, bisogna aggiungre la noia dell’ottusa urgenza sessuale che, come avviene a quell’età, m’impediva di comunicare con quelle stesse donne con le quali credevo di sfogarla.”37
Per quel che riguarda l’aspetto fisico, Dino era alto, atletico, con gli occhi azzurri, calvo e non proprio bello. Si vestiva sempre come un “pittore” di poco successo perché abitava in un quartiere popolare e non voleva essere considerato un borghese e anche perché lui infatti proveniva dalla borghesia e voleva liberarsi dalla classe sociale.

Prese a odiare sua madre credendo che si annoiava perché era ricco. Sentiva un sospetto ossessivo che ci fosse un nesso tra la noia, di che soffriva fin dall’infanzia, e il denaro. Si trasferì dalla madre in uno studio dove dipingeva perché all’inizio la pittura gli sembrava una soluzione di noia costringendolo a guardare le cose, cioè, avere un rapporto con esse, con la realtà. Ma presto avvertiva che non funzionava così e sapeva che era a causa del suo essere borghese, della famiglia ricca, e, soprattutto, della madre che lo teneva con sè grazie al denaro.

“Riconobbi nel mio animo il costernato orrore che mi assaliva ogni volta che andavo a visitare mia madre. Un orrore come di chi si accinga a commetere un atto contro natura, quasi che imboccando il viale, fossi in realtà rientrato nel ventre che mi aveva partorito.”38
Dal brano possiamo riconoscere che la fuga via dalla villa di sua madre non era fuga da una classe sociale ma proprio dal rapporto morboso con la madre. Dunque, Dino sapeva benissimo, come spesso i personaggi di Moravia, la sua condizione, conosceva le cause ma non sapeva come uscirne.

Il taglio sulla tela, la prima scena del romanzo, con cui smise di dipingere, esprimeva la sua impotenza creativa, l’impossibilità di dipingere nel quadro la realtà circostante. Il rapporto tra la realtà e Dino era tutto di inerzia, di abulia. E tale rapporto sembrava proteggere Dino dai guai della vita “normale” ma in effetti gli impediva di avere un rapporto “normale” con il mondo. Tale rapporto si verificava e peggiorava quando conobbe Cecilia. Prima non capiva come Balestrieri aveva potuto provare quasi ossessione per lei, Dino non voleva avere alcun rapporto amoroso con lei neanche cominciare un’avventura sessuale.

“…lei si offre a me come si offre qualsiasi oggetto. Prendiamo un esempio materiale: quel bicchiere, là sulla tavola non ha degli occhi belli come i suoi, né quel seno magnifico né quei fianchi rotondi, se accettassi la sua offerta non mi bacerebbe né abbraccerebbe, eppure si offre né più né meno di lei. Si offre, dico, senza pudore, senza reserve, senza malizia, senza calcoli, proprio come lei. E io debbo rifiutarlo, come rifiuto lei, perché, come lei, quel bicchiere è niente per me.”39
“Se non provo niente per lei, cioè non ho rapporti con lei, come potrei far l’amore? Sarebbe un atto meccanico, esterno, del tutto inutile e del tutto noioso.”40

Però Dino e Cecilia diventarono amanti. Nei due mesi successivi si vedevano ogni giorno, Cecilia veniva, facevano l’amore e poi Cecilia se ne andava. E Dino si annoiava;

“…non era Cecilia che era noiosa, ero io che mi annoiavo, pur riconoscendo in cuor mio che avrei potuto benissimo non annoiarmi se, per qualche miracolo, fossi riuscito a rendere più reale il mio rapporto con lei che sentivo, invece, allentarsi e vanificarsi ogni giorno di più.”41
Dino voleva di separarsi da Cecilia. Non voleva amarla e credeva che lei fosse innamorata di lui perché gli permetteva di disporre del suo corpo quanto voleva, ogni volta che voleva e in tutti i modi che voleva. Dino credeva che la possedesse42 completamente e di non amarla affatto. Tale sentimento rimaneva fino a quando Cecilia non veviva all’appuntamento e non aveva neanche bisogno di chiamare come aveva fatto fino ad allora. Offese così la vanità di Dino e nello stesso tempo diventò meno noiosa. Dino non voleva più lasciarla, si convinceva che non era innamorato di lei ma che era solamente curioso e voleva sapere tutto di lei. La spiava. Con il sospetto che Cecilia lo tradiva aumentava la neccessità di possederla.

“Il geloso soffre di un senso eccessivo di proprietà, sospetta continuamente che altri voglia impadronirsi della sua donna, l’ossessione di questo sospetto gli ispira immaginazioni stravaganti e può anche spingerlo fino al delitto. Io invece soffrivo di amare (poiché d’amore, ormai, si trattava) Cecilia; e miravo, spiandola, ad accertarmi che mi tradisse, non già per punirla e comunque per impedirle di portare avanti il tradimento, ma per liberarmi del mio amore e di lei.”43


Dino tenta di possederla eroticamente però più grande era il suo desiderio più Cecilia s’allontanava, più intensa era l’indifferenza di lei. Gli mentiva, gli sfuggiva e perciò diventava reale e attraente.

“…e così mi accanivo a ricercare nel possesso fisico, che pur sapevo illusorio, quel possesso reale di cui avevo un così disperato bisogno. Forse, gettandomi sul corpo compiacente di Cecilia, mi pareva di rivalermi, in quelle due ore di fallace presenza, dell’assenza degli altri giorni; forse, cercavo nella sua docilità inalterabile un motivo di noia e dunque di liberazione. Ma il corpo di Cecilia non era Cecilia e quel che fosse Cecilia io non riuscivo a saperlo. Quanto alla docilità, essa non mi ispirava adesso più alcuna noia, bensì una diffidenza profonda, come una specie di trappola della natura nella quale avevo messi i piedi e di cui non riuscivo più a liberarsi.”44


Così, in Dino, nacque un desidero sadico, voleva far soffrire Cecilia attraverso il rapporto erotico: la mordeva, le tirava i capelli e così via ma Cecilia ne era contenta.

“Ma il sadismo può facilmente trasformarsi in masochismo, cioè nel suo opposto.”45

Quando Dino vide Cecilia con Luciani sulla porta di casa, quasi svenne dal dolore, dalla sofferenza:

“In realtà io ero svenuto in tutta la persona salvo che nel punto in cui, come se la mia intera vitalità vi fosse accorsa, io non soltanto non ero svenuto ma presente a me stesso in maniera eccessiva. E di questo, appunto, soffrivo: di sentirmi mancare dappertutto, eccetto che in quel punto acerbo.”46


L’erezione di Dino accennava un certo tipo di masochismo. Dino era eccitato vedendo Cecilia con Luciani anche se ne soffriva. Lo possiamo dedurre anche dal fatto che, Dino, consapevole dell’amore ossessivo di Balestrieri per Cecilia, non si separò da lei. Sapeva che Cecilia era stata inafferrabile anche per Balestrieri, che ne aveva sofferto anche lui e che gli aveva piaciuto soffrire come lo piaceva a Dino. Gli piaceva soffrire e nelle domande a Cecilia su Balestrieri tentava di far rivivere il vecchio pittore morto quasi desiderasse trovare in lui il proprio destino futuro. Analizza se stesso in relazione al modo di agire di Balestrieri e scopre che il pittore che amava Cecilia ossessionalmente, voleva inconsapevolmente stabilire un rapporto con la realtà, fino al punto di uccidersi lentamente, esaurendo la sua ricerca nell’atto sessuale. Anche il fatto che faceva l’amore molte volte al giorno era un certo tipo di ricerca di un rapporto “normale”, autentico, con il mondo. Però, Dino, al contrario di Balestrieri, tentava nel rapporto una forma di conoscenza.

Dino intuisce un’equivalenza di base tra la sua incapacità di dipingere e l’incapacità di possedere realmente, non solo fisicamente, Cecilia;

“Pensavo che la tela era vuota perché non riuscivo a prendere possesso di una realtà qualsiasi, allo stesso modo che era vuota la mia mente nei confronti di Cecilia che mi sfuggiva e non riuscivo a possedere. E il rapporto fisico con cui m’illudevo sovente di possedere Cecilia, equivaleva alla pittura pornografica di Balestrieri, cioè non era possesso, come quella non era pittura.”47
La tela era vuota, perché Cecilia gli sfuggiva, la tela era connessa alla realtà, così come la mente di Dino era connessa a Cecilia. La mente era vuota perché la realtà gli sfuggiva, la tela si trovava in rapporto con Cecilia, la mente con la realtà. Un sogno di Dino dimostrava tale problema: lui stesso doveva dipingere una modella che posava nuda davanti a lui. Apparentemente Dino riusciva a dipingerla ma alla fine scoprì che la tela fu vuota. D’improviso comparve Balestrieri, vestito in costume da bagno come Picasso in una foto famosa, e riuscì a dipingere. Dino, arrabbiato, tagliò la tela48 ma in effetti ferì la modella.49

“Mentre Balestrieri, pur schiavo di un delirio erotico, riesce a dipingere, Dino non dipinge, o meglio dipinge il vuoto.”50

Dino non riusciva a dipingere il corpo nudo perché vedeva nel nudo la rappresentazione della realtà in assoluto. Quando dipinge un nudo un pittore lo pone come un oggetto.

L’inafferrabilità di Cecilia, della realtà, riportava Dino al suo trauma dell’infanzia, all’incapacità di affrontare il mondo. Dino soffriva di noia fin dall’infanzia e spiegava la sua “malattia” come “inadeguatezza della realtà nei propri conforti.”51

Quando Dino non riusciva a possedere Cecilia attraverso il sesso, tentava di comprarla e possederla attraverso il denaro. Così Cecilia sarebbe diventata di nuovo noiosa, comune, come qualsiasi prostituta. Anche Dino cerca, come sua madre di impadronirsi di una persona per mezzo del denaro. Come qualsiasi borghese da Moravia criticato.

“…pensavo, alla Cecilia inafferrabile e misteriosa, dalla quale non riuscivo a staccarmi, si sarebbe in breve tempo sostituita una Cecilia afferrabilissima e priva affatto di mistero. Ma questa trasmutazione non avvenne. Si verificò, semmai, il contrario: non fu il denaro a far cambiare il carattere a Cecilia, fu invece Cecilia, evidentemente la più forte tra i due, a far cambiare il carattere al denaro.”52


Dino allora vedeva l’unica possibilità di annoiarsi di Cecilia nel matrimonio. Voleva sposarla, farla signora e mamma, vivere con lei nella villa di sua madre dove sarebbe diventata sicuramente una signora qualunque, noiosa, posseduta. Per attirarla, prese Cecilia con sè nella villa delle madre perché vedesse la ricchezza che sarebbe potuto essere sua. Si vantava del denaro che disprezzava, le mostrava gli odiati conoscenti della madre perché anche Cecilia avrebbe potuto essere ricca come lo sono loro. Ma in realtà voleva solo annoiarsi di Cecilia però non odiarla. L’amava troppo per desiderare di liberarsi da lei al prezzo di sua trasformazione in una “danarosa arpia”53 come sua madre. Però Cecilia non voleva sposarlo.

Un altro tentativo miserevole di Dino era ricoprire il corpo di Cecilia con le banconote della madre e possederla proprio sul letto materno. Si ispirava a un quadro prezioso nella camera da letto di sua madre. Il quadro rappresentava Danae e la pioggia d’oro. Danae vi era raffigurata distesa su un letto e guardava contenta al grembo sul quale cadeva la pioggia di monete, nella quale Giove si era trasformato. Il quadro rappresenta un desiderio erotico, la pioggia d’oro è metafora di un rapporto sessuale che però ha perso il proprio significato simbolico: il corpo della donna ricoperto di denaro non è attraente, non comunica più con l’uomo, lo esclude dalla creazione naturale. Proprio come Cecilia; distesa sul letto guardava le banconote che la trasformavano in puro oggetto mercenario che non parla. Lei non accettò quel denaro, non si fece possedere.

Dopo di tentare il suicidio che, come tutte le decisioni di Dino, fallì, si risvegliò in una clinica rasserenato ma rassegnato. Seppe che il suo rapporto con Cecilia era il simbolo del suo rapporto con la realtà e trovò l’uscita della sua crisi: non potendo possedere Cecilia poteva almeno guardarla, la realtà non poteva essere posseduta né capita ma solo contemplata. Si rassegnava all’azione, preferiva l’atteggiamento contemplativo.54

Dino è un altro personaggio intellettuale borghese di Moravia, parallelo a quello di Michele de Gli indifferenti:

“Dino fallisce non solo a causa della noia e dell’indifferenza, ma anche per l’impossibilità di preservare noia e indifferenza. Fallisce anche dove Michele era riuscito.”55

Dino verifica nella sua noia l’immaturità della sua vita sessuale che scaturisce dall’influenza dell’ambiente sia sociale sia familiare. Si trova in una condizione di rifiuto: cerca di abbandonare la sua classe, di fuggire dall’influenza della ricca madre e del suo denaro, ma resta estraneo alla realtà e tale incapacità di vivere pienamente si trasforma in incapacità di dipingere. Tenta di possedere la realtà (Cecilia) e naturalmente, provenendo dalla borghesia ed essendo influenzato dalla madre, con gli strumenti della sua classe d’origine. Avere un contatto autentico con la realtà (con Cecilia) può significare per lui soltanto cercare di realizzare la categoria tipicamente borghese del possesso: il denaro e il sesso sono gli unici mezzi che Dino può utilizzare nel tentativo di possedere Cecilia. Senza risultato.

„...io avevo definitivamente rinunziato a Cecilia; e, strano a dirsi, proprio a partire da questa rinunzia, Cecilia aveva cominciato ad esistere per me.“56

  1   2   3


Verilənlər bazası müəlliflik hüququ ilə müdafiə olunur ©azrefs.org 2016
rəhbərliyinə müraciət

    Ana səhifə