Guerre e paci veneto-turche dal 1453 al 1573




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Guerre e paci veneto-turche

dal 1453 al 1573

da Marie Viallon-Schoneveld

(Università di Lione-Francia)
Nel breve spazio di tempo che ci è concesso, vorremmo tentare di evidenziare come le diverse fasi di pace e di guerra che alternano nelle relazioni veneto-turche dal 1453 al 1573 siano, in fatti, un’unica guerra, tipo guerra dei Cent’Anni che contrappose Francia e Inghilterra dal 1337 al 1433. Limiteremo il nostro discorso al 1573 —anche se l’ipotesi ci sembra valida fino al 1669— prima per entrare nei limiti intellettuali del convegno e poi perchè la battaglia di Lepanto fu una vittoria non sfruttata che però rappresentò la fine del mito terrificante dell’invincibilità turca, come l’abbiamo già sottolineato1.

L’espansione politico-militare ed economica di Venezia nel Levante conobbe tre fasi che si possono chiaramente individuare. Prima, un’ascesa che toccò il culmine con la Quarta Crociata e la presa di Costantinopoli nel 1204. Abbiamo dimostrato in altra sede2 quanto questa presa di Costantinopoli fu essenziale alla costituzione del mito veneziano della propria Libertas, Venezia liberata dall’eredità bizantina. Poi un apogeo che —malgrado le rivalità con i Genovesi— durò più di due secoli. Infine, il declino che iniziò con il trionfo dei Turchi sui Greci e la loro presa di Costantinopoli e si tradusse poi con il lento ritiro dei Veneziani e le perdite di territorio nelle guerre successive fino alla guerra di Candia e al 1669. Questa discesa fu controbbilanciata dalle autorità veneziane con un’espansione in Terraferma e con una politica molto più dura in Europa come lo rivelarono le difficili relazioni con gli Asburgo e l’affare dell’Interdetto del 1606 contro il Papato3.


Maometto II


Nell’aprile 1453, la decadenza veneziana nel Levante trovò il suo punto di partenza clamoroso ed evidente nella presa di Costantinopoli da parte del sultano Maometto II (1432-1481). Da decenni, i Turchi ottomani (figli del sultano Othman) guardavano alla capitale greca dall’altra sponda del Bosforo dove avevano saldamente insediato il loro impero. Avevano già passato lo stretto nel 1346 su invito del Basileo Giovanni VI Cantacuzeno contro Giovanni V Paleòloghi e il sultano Orkan aveva anche ottenuta la mano della figlia del Basileo per il figlio maggiore. Da allora in poi, i legami tra gli Ottomani e le dinastie greche si fecero più stretti : a secondo delle circostanze, l’uno o l’altro dei rivali greci usufruì l’appoggio militare ottomano per eliminare l’avversario e in cambio gli Ottomani furono sempre più presenti sul continente europeo (in Grecia, in Bulgaria, nei Balcani) e le donne greche e cristiane divennero sempre più numerose nei Harem del sultano e dei suoi parenti. Si dice che il sultano Maometto II fu figlio di una principessa franca (forse francese ?).

Appena concluse le operazioni militari e civili di assestamento del nuovo potere ottomano a Costantinopoli, la Serenissima Repubblica di Venezia —tra timore e ricerca realistica di pace— mandò un suo ambasciatore straordinario o oratore, Lorenzo Moro, presso il sultano per stipulare la pace e stabilire le relazioni politico-economiche in un accordo firmato il 10 settembre 1453. Il quale si confermò in un trattato firmato dall’ambasciatore residente o bailo, Bartolomeo Marcello, il 18 aprile dell’anno seguente. I libri Commemoriali portano la data secondo l’uso greco cioè dell’anno 6962. Il documento stabilì la pace e l’amicizia tra la Porta ottomana e la Repubblica e con i suoi sudditi e alleati, nelle terre e sul mare, ovunque sventolava il gonfalone di San Marco4.

La presa di Costantinopoli non poteva lasciare i Veneziani indifferenti : sembrava un affare che riguardava politicamente i Greci … e lontanamente i Cristiani, ma dobbiamo sottolineare che nell’impero orientale decadente la vera forza economica era in mano ai mercanti veneziani. Un segno di questa forte e incombente presenza veneziana a Costantinopoli si trovava sin dal 1204 nei titoli ufficiali del doge di Venezia : Dux venetiarum … e Maestro del Quarto e mezzo dell’Impero della Románia. Ciò significava che Venezia dominava tre ottavi della città di Costantinopoli (la parte chiusa nelle mura di Settimo Severo), la Romania bassa o arcipelago egeo e la Romania alta cioè Candia, il Negreponte e le coste della Morea. Questo territorio era chiamato dal Senato oculus et manus civitatis nostræ 5. In un certo modo, la presa di Costantinopoli derubava la Signoria di Venezia.

Nel medesimo tempo, le altre potenze cristiane d’Occidente non reagirono in maniera così pragmatica come i Veneziani alla presa di Costantinopoli. I principi cristiani condotti da papa Pio II Piccolomini (1405-1458-1464) e da Giovanni Bessarione (1403-1472) manifestarono veementemente il loro stupore e la loro indignazione, protestarono alto la volontà di buttare i Turchi fuori dall’impero cristiano d’Oriente, proclamarono fortemente la necessità d’una crociata contro gli Infedeli. Ma fu molto chiasso per un povero risultato, poco efficiente : per dieci anni, gli interessi divergenti, gli egoismi nazionali e le rivalità gelose —senza dimenticare le utopie pontificie di Pio II che tentò di convertire Maometto II con la sua famosissima lettera6— mandarono a monte il piano architettato a Mantova nel 1459 e lasciarono finalmente i Veneziani partire soli in un dubbio conflitto contro gli Ottomani, nell’agosto 1463.

Non c’interessa ora ricostruire gli avvenimenti né valutare tra le devastratici scorrerie ottomane e le lagnanze dei domini presentati tanto al Divano turco quanto in Collegio e puntiamo direttamente sulle conclusioni di quel pessimo affare che la storiografia moderna ricorda come la « guerra di Morea ». Il 25 gennaio 1479, un trattato di pace fu concesso dal sultano e il diarista veneziano Marino Sanudo ce ne tradusse il testo dal greco7. Dopo il solito preambolo d’amicizia :

… et voiando ancora al presente far nuova pace et amicitia, et per questo habia mandato a nui lo egretio et dotto homo Zuan Dario, suo Secretario et ambasador, per far dicta pace con li infra scripti capitoli vechij et novi,

il sultano elencò le sue esigenze nelle successive clausole : consegna della città di Scutari

… è obligada la illustrissima Signoria di Veniexia de consegnar a la mia Signoria la cità nominada Scutari in Albania cun questo che possa trar fuora quel zenthilomo che è Recor lì et li soldati et tutti altri habitano, i quali vorano partir con tute le sue cosse …

restituzione dell’isola di Lemnos :

… è obligada la illustrissima Signoria di Veniexia de restituir a la mia Signoria l’insula di Stalimene …

consegna della Morea :

… la prelibata illustrissima Signoria di Veniexia è obligada de restituir a la mia Signoria tuti castelli et luoghi tolti in questa guerra da la mia Signoria in le parte di la Morea cun uesto cheli homeni siano in sua libertà de andar dove li piacerà cun tuto quello che haverano …

pagamento di un tributo di 100 mila ducati d’oro su due anni

… è obligada la illustrissima Signoria di Veniexia per ogni caxon intervenuta fra nui et per ogni debito o publico o privato, et di alcuni sui homeni per tuto el tempo passado avanti la guerra, fin al dì presente de dar a la mia Signoria ducati 100m venitiani di anni do, et più non possa la mia Signoria domandar alcun debito passado né da la illustrissima Signoria di Veniexia né da li homeni loro.

pagamento di un tributo annuo di 10 mila ducati d’oro contro il permesso di commerciare

… che le Signoria di Venexia possa et habia libertà di mandar suo Baylo in Costantinopoli cun la fameglie sua segondo usanza. El qual possa iudicar et dovernar le cose de’ Venitiani secundo le loro consuetudine. … E quel Baylo che per li tempi si atroverà sia tegnudo de dar a la mia Signoria ducati Xm di l’exercitio di la merchadantia loro.

Per celebrare la pace ritrovata, Maometto II sollecitò dalla Signoria di Venezia che gli venisse mandato un bon depentor che sapi ‘n retrazer e la scelta cadde su Gentile Bellini che realizzò il famosissimo ritratto di Maometto, ora alla National Gallery di Londra.

A questo punto, è necessario fermarci brevemente sulle pratiche della diplomazia del sultano. Secondo le usanze ottomane, un trattato di pace non era mai il risultato di un negoziato tra due avversari in posizioni pari —o quasi—, bensì una grazia concessa dalla generosità del sultano, senza opportunità di discussioni8. Il sultano pronunciava un’unica frase ieratica : Soyle olsun (Così sia !) per sancire la sua decisione. La morte del sovrano sospendeva automaticamente la validità del trattato.

Secondo la teologia islamica, il mondo va diviso tra credenti musulmani (Muslim), gente del Libro (Ehili kitab) e pagani senza Libro (Kitapsiz). Con la gente del Libro, i credenti possono firmare tregue di dieci anni rinnovabili, ma non possono concludere trattati di pace, a termine del Corano9. Bisogna ricordare che nel campo cristiano la situazione è molto simile : fin da prima del Mille, gli accordi militari con gli Infedeli erano condannati dalla Chiesa che si rifaceva alle parole de San Paolo : Nolite iugum ducere cum infidelibus10 e il tradimento giustificava la scomunica come nel caso di Federico II Hohenstauffen ; invece erano favoriti gli accordi che permettevano di instaurare la pace. In oltre, i credenti musulmani non dovevano risiedere nelle terre straniere, o meglio, non volevano perchè le terre non islamiche erano considerate legate al mondo dell’Oltretomba e vi andavano generalmente mandati i peggiori criminali. In questo contesto, il fatto che i Turchi abbiano regolarmente mandato agenti di qualità a Venezia (quasi uno all’anno) è il segno di una vera prassi diplomatica nei confronti della Serenissima. Nell’altro senso, Venezia istituì con la Costantinopoli ottomana rapporti peculiari : quando la rappresentanza stabile di uno Stato presso un altro era un’eccezione, il sultano —assieme al soglio pontificio— accolse un ambasciatore residente di Venezia o bailo che poteva essere appoggiato da un inviato straordinario o oratore per un incarico specifico.

Quando si fanno confronti negli archivi turchi e quelli veneziani, non troviamo lo stesso trattato bensì due o più testi tradotti, modificati, corretti e sanciti a Venezia dal doge e a Costantinopoli dal sultano, con rispettivi giuramenti. La doppia cerimonia di giuramento a più mesi di distanza rivela una delle tante ambiguità dei testi di capitolazione o di pace tra i principi occidentali e i Turchi. Il testo concesso dal sultano a nome suo e redatto in turco veniva portato a Venezia e consegnato in mano al doge da un corriere turco ; fattane la traduzione, la cancelleria veneziana e il Senato proponevano certe modifiche scritte in veneziano e il nuovo testo veniva riportato a Costantinopoli da un segretario o un oratore abilitato a negoziare ; tradotta in turco, la proposta veneziana riceveva —o no— dalla cancelleria ottomana una valenza definitiva (in lingua turca) che il sultano accettava e giurava, prima che il testo fosse portato al doge che lo faceva tradurre in nome suo e lo giurava in veneziano. Questa lenta e complessa procedura ottomana metteva in circolazione più copie dei due testi bilaterali, in due lingue diverse, e offriva altrettante opportunità di non rispetto delle decisioni stipulate e di contestazioni più o meno sincere ed oneste. Ad esempio, la documentazione del XXI° secolo conserva quattro esemplari del testo turco del trattato del 1540 (uno all’Archivio di Stato di Venezia, uno a Carpentras in Francia, uno in una collezione privata ed uno negli Archivi del Cairo) che differiscono in punti sostanziali come l’enumerazione delle isole passate sotto controllo turco11. Oramai, le divergenze testuali permettono soltanto lo sfogo degli studiosi a colpo di articoli e contr’articoli. Materialmente, il documento veneziano presentava l’aspetto abituale alle cancellerie occidentali, con la bolla ducale ; invece il documento turco è un lungo rotolo in carta orientale, per fare un esempio solo, il trattato di pace del 1540 conservato all’Archivio di Stato di Venezia è lungo 688 centimetri per 43 ed è firmato dal tugrâ imperiale in inchiostro d’oro.



Bayezid II

Il 4 maggio 1481, la morte del gran sultano rimise in forse la pace concessa nel 1479 e Venezia mandò molto rapidamente —già nel luglio 1481— un suo oratore, Niccolò Coco, e poi il bailo Battista Gritti presso il nuovo sultano, Bayezid II (1448-1481-1512). Il quale rinnovò le promesse paterne di pace e liberò Venezia dal tributo di 100 mila ducati d’oro stipolato nel trattato precedente, in cambio di una contribuzione del 4% su tutte le merci vendute nell’impero ottomano. Furono le prime capitolazioni veneto-turche datate secondo l’uso ottomano : la terza decade zilkde 886 corrisponde al periodo dal 11 al 20 gennaio 1482.

Malgrado le protestazioni ufficiali di pace e di eterna amicizia, Bayezid II non perdette mai di vista di portare a compimento l’opera —o meglio il sogno— di suo padre, vale a dire di conquistare il trono di Cesare dopo quello di Costantino, cioè conquistare Roma e l’impero d’Occidente e riunire nella sua persona le prerogative dell’Imperatore Romano e quelle dei califfi. Nell’immaginario turco-bizantino esisteva una leggenda che presentava un paese favoloso, che sarebbe un giorno raggiunto, che si chiamava il paese della mela rossa o del globo d’oro nel quale i sultani hanno sempre visto Roma e l’Italia.

Nel 1499, il giovane sultano si trovò liberato dall’unico impaccio che gli proibiva di fare la guerra ; di fatti, i Cristiani erano i carcerieri di Djem, suo fratello e possibile rivale, ma il giovane principe morì il 24 febbraio 1495 a Napoli e il suo corpo fu restituito precisamente nel 1499 al sultano. Del mondo occidentale, il Dominio da Mare veneziano era l’entità territoriale che più protendeva verso l’impero ottomano e che manifestava una volontà d’espansionismo —vedasi l’acquisto dell’isola di Cipro dalla regina Caterina Corner— dunque la Repubblica di Venezia e la sua padronanza dei mari furono considerate la prima nemica da abbattere e il sultano decise di eliminare le scale veneziane incluse nel suo territorio : Zara, Lepanto, Corone e Modone, Malvasia, Navarino, Napoli di Románia, Santa Maura, … preparò truppe di giannizzeri e flotta e fece incarcerare tutti i Veneziani residenti a Costantinopoli, eccetto il magnifico Andrea Gritti. Senza entrare nel particolare degli assalti, assedi, battaglie navali o terrestre e prese che si svolsero dall’agosto 1499 al settembre 1502, possiamo puntare sulla pace finalmente conclusa e giurata, sul Corano dal sultano a Costantinopoli il 20 marzo 1503 e sul Vangelo dal doge a Venezia il 20 maggio 1503.

Il trattato di pace del 1503 sanciva che gli Ottomani si impadronivano di Modone e Corone, di Santa Maura (o Leucade) e di Alessio, abbandonando Napoli di Románia, Navarino, Malvasia, Cefalonia e Zante contro un tributo annuo di 500 ducati d’oro. D’ora in avanti, l’impero coloniale veneziano ha perso la sua coesione territoriale ed è ridotto a una filza d’isole ed isolotti sparsi per il mare Egeo di cui i Turchi sono ormai gli incontestati padroni. Formavano ancora un vero Dominio da Mar quelle poche scale veneziane ?

Selim I

Per quasi un decennio, Venezia e i Turchi vissero relazioni pacificate perché tutti e due gli avversari erano impegnati su altri fronti. Tuttavia, la morte di Bayezid —preceduta da poco dalla sua abdicazione forzata— il 10 giugno 1512 e l’avvento di Selim I (1467-1512-1520) pose di nuovo il problema della pace con Venezia. Il nuovo sultano, preso da problemi dinastici con tutti i parenti maschi, cercò subito a pacificarsi con la Serenissima e mandò un messaggiero nello stesso mese di giugno ; reciprocamente, nell’aprile 1513, l’oratore Antonio Giustinian venne a Costantinopoli a fare una visita di cortesia. Poco dopo, nell’ottobre 1513, il drogman Ali Bey fu mandato a Venezia presso il doge Pietro Loredan (1481-1567-1570) per rinnovare la pace —firmata il 28 novembre 1513— negli stessi precisi termini di quella di Bayezid nel 1503.

Con il sultano Selim I ci troviamo confrontati a un paradosso. Quest’uomo senza pietà, soprannominato Yakuz cioè il Terribile o il Crudele, assunse il trono ottomano dopo aver avvelenato suo padre, massacrati cinque nipoti, strangolato il fratello Korkud, assassinato il fratello Ahmed ed eliminati tutti i figli tranne uno, Solimano, suo erede, ma non mosse mai guerra contro i Veneziani. Anzi, negoziò un patto militare segreto il cosidetto impium fœdus o prophanum fœdus, il trattato iniquo e sacrilego che prometteva a Venezia l’aiuto di un possibile intervento di truppe turche a fianco alle forze militari veneziane. Questa soluzione disperata era stata suggerita al Senato (il Consiglio ci si opponeva) ai tempi tristi di Agnadello (14 maggio 1509) quando la mezzaluna turca apparì come l’unica salvezza, l’unico appoggio al corno ducale contro le truppe cristiane. I cento uomini provenienti dalla Bosnia ebbero un contatto poco pacifico colla popolazione civile ma il loro atteggiamento sul campo di battaglia gli valse la stima e il rispetto dei combattenti. Quando Selim rinnovò la pace, si ricordò del patto segreto e offrì di rinnovare anche l’appoggio dei suoi uomini ma finalmente non ebbe esito.

Le relazioni degli Ottomani ai tempi di Selim con Venezia sono segnate da un’altra prova di stima pacifica da parte del Gran Signore. Preso in Anatolia, in Persia e in Egitto da guerre a carattere politico-religioso, confrontato a rivolte di giannizzeri, Selim seppe sormontare queste difficoltà e inaugurò l’uso di informarne la Repubblica di Venezia mandando ogni volta un inviato che dovesse consegnare in mano del doge un documento ufficiale della cancelleria imperiale chiamato fethname. Quasi eretti a genere letterario specifico, questi testi (di cui diciotto sono ancora conservati all’Archivio di Stato di Venezia) cantavano la vittoria e la grandezza del sultano, ringraziavano Dio e il Profeta per il successo dell’impresa e invitavano i Veneziani a partecipare alla gioia del sultano. Simile uso continuò fino al 1604. Talvolta, la lettera annunciatrice di vittoria era accompagnata da un trofeo come, nel 1516, la testa di un principe mamelucco.



Solimano

Il 21 settembre 1520, Selim I morì lasciando uno Stato potente e ricco al figlio Solimano (1494-1520-1566) detto el-Kanunî, il Legislatore, che l’Occidente preferisce ricordare con l’apellativo di Magnifico. Di questo nuovo sovrano conosciamo i lineamenti grazie al famoso ritratto di Cristofano Dell’Altissimo, ora alla Galleria degli Uffizi di Firenze.

Un corriere è mandato a Venezia nel mese di novembre 1520 per rallegrarsi dell’avvento di Solimano e per rinnovare la pace tra i due Stati, negli stessi termini della pace precedente, a parte due clausole supplementari : che le navi veneziane debbano salutare quelle ottomane e che, in caso di presa di una nave turca pirata, i prigionieri non vengano uccisi ma consegnati a Costantinopoli per una giusta punizione. Dopo un po’ (dilazione dovuta alla morte del doge Loredan e all’elezione del suo successore) il testo ufficiale è consegnato all’ambascaiatore veneziano Marco Memmo, l’11 dicembre 1521.

La pacifica convivenza tra Venezia e i Turchi si protese fino agli anni 1537-40. Solimano riversò il suo ardore militare e il suo interesse su altri fronti : prese l’isola di Rodi ai Cavalieri di San Giovanni (1523) ; vinse la cavalleria ungherese a Mohács (1526) ; organizzò lunghe feste di ineguagliato fasto per la circoncisione dei quattro figli, alle quali i Signori di Venetia furono invitati e finalmente rappresentati da Tommaso Mocenigo (1530) ; assediò Vienna (1531 e 1532) ; indusse guerra nell’Azerbagian (1534-36). Nello stesso tempo, i Veneziani elessero al dogato l’amico dei Turchi12, Andrea Gritti (1455-1523-1538), il cui figlio maggiore, Alvise († 1533), era consigliere e gioielliere del sultano.

Nel 1537, Solimano firmò un’alleanza con il re Francesco I di Francia contro Carlo Quinto : i Francesi dovevano attaccare in Fiandra e sul mare Mediterraneo, i Turchi all’est in Ungheria e Austria, e Venezia fu invitata ad aggregarsi alla flotta franco-turca. Dopo molti tentennamenti, il Senato veneziano decise di mantenersi in una posizione neutrale, accontentandosi di sorvegliare il suo golfo, cioè l’Adriatico. Deluso dalla decisione veneziana, Solimano entrò in una spirale di rappresaglie e fece di tutto per provocare la Serenissima : tributo del 10% sul commercio in Siria, numerose difficoltà amministrative nel rimpatrio dei fondi veneziani da Costantinopoli, episodi di pirateria e guerra di logoramento contro le galee finchè una offra al sultano il casus belli agognato.

Il 24 agosto 1537, la flotta ottomana assediò Corfù (isola fertile che blocca l’accesso all’Adriatico meridionale e offriva un’eccellente base strategica ai Veneziani dopo la perdita di Modone), bombardò pesantement l’isola, sbarcò e assediò la fortezza ; ma la tempesta e le pioggie abbondantissime sul finir dell’estate ostacolarono l’assalto turco che venne respinto. Salvata Corfù, tutto l’arcipelago greco si vide arrivare addosso le navi turche : Napoli di Románia, Malvasia, Sciro, Patmo, Io (proprietà dei Pisani), Astipálaia (proprietà dei Querini), Paro (proprietà dei Venier), Tino, Nasso, Andro, tutte le isole dell’Egeo passarono sotto controllo turco o divennero loro tributarie. Questo saccheggio del patrimonio veneziano commosse i principi cristiani che reagirono e firmarono l’8 febbraio 1538 una Santa Alleanza contro il Turco. Dopo un inverno di preparativi militari e marittimi, si svolse a Prevesa —nel bacino che vide la battaglia di Azio nel 31 a.C.— una battaglia navale dall’esito incerto (il 28 settembre 1538). La situazione militare di Venezia era triste e la situazione politica poco migliore perchè morì allora il doge Gritti, l’unico capace di trovare accomodamenti con i Turchi. Eletto Pietro Lando (1462-1539-1559), la Signoria di Venezia si dedicò tutta alla soluzione di questa guerra. Era decisa a concedere quasi tutto (e soprattutto Napoli di Románia e Malvasia) a patto di salvare la pace, il libero traffico del grano in Egeo, l’annullamento del tributo del 10% sul commercio in Siria e i possessi privati nell’arcipelago greco.

Il trattato di pace firmato il 2 ottobre 1540 stipulò dopo i consueti preliminari13 la consegna di Napoli di Románia e Malvasia :

perchè da ambo le parti si stabiliscano relazioni di amicizia e si faccia la pace egli [l’ambasciatore veneziano, Alvise Nando] ha pregato si conceda ai Veneziani il mio patto imperiale accettando le condizioni di cedere alla mia Soglia, rifugio del mondo, le piazze di Enaboli [Napoli di Romania] e Menavsaje [Malvasia] da loro possedute nella Morea con facoltà per essi di portarne via i cannoni di fortezza, le campane e altri strumenti da guerrae inoltre di pagare al mio fiorente tesoro 300 000 zecchini d’oro. Per mia imperiale misericordia ho conceduto loro, alle condizioni qui dichiarate, il mio nobile trattato e ho dato loro questo felice rescritto imperiale.

e più avanti furono elencate tutte le isole ormai in possesso del sultano in quel mare che i Turchi chiamavano Bianco cioè l’Egeo :

e inoltre le isole del Mar Bianco [mar Egeo] : Schiatto colla fortezza, Schiro colla fortezza, Andro colle due fortezze, Sifnos, Sercos colle fortezze, Tinos colla fortezza, Karpathos colle due fortezze, e, del gruppo delle isole di Nasso [le Cicladi] : Nasso colle tre fortezze, Santorino colla fortezza, Sira colla fortezza, Nios colla fortezza, Milo colle due fortezze, Antiparos colla fortezza, e infine fra le isole incolte e disabitate : Egina, Zea, Thermia, Paros, Mykonos, Tilos, Stampalia, Amorgo, Karki, Pathmos, a partire da oggi sarà pace e amicizia.

Con questa lista viene tracciato in filigrana il paesaggio dell’arcipelago greco con tutte le sue isole dominate dai torrioni di una o più fortezze di difesa.

A proposito dei tributi precedentemente stabiliti, venne ricordato che :

per l’isola di Zante si continueranno a pagare al mio tesoro imperiale i 500 fiorini annuali come per il passato ; così il tributo di Cipro, che è di 8 000 fiorini annuali, sarà versato a Costantinopoli ogni anno, computandosi l’anno in mesi alla greca.

Occore precisare che il tributo per Cipro è solo il trasferimento al sultano di quanto era una volta pagato ai Mamelucchi del Cairo.

Questa pace aprì tre decenni di pace tra Venezia e i Turchi malgrado alcuni incidenti provocati da sconfinamenti, da pirateria uscocca e regolari lamenti contro i corsari e i contrabbandieri. Queste lamentele furono sempre risolute da missioni diplomatiche.

Selim II

Alla morte di Solimano, il 6 settembre 1566 a Szeged, il figlio Selim (1524-1566-1574) detto l’Ubriacone conservò l’orientamento politico del padre e rinnovò rapidamente la pace con Venezia, il 25 giugno 1567. Tuttavia, il nuovo sultano considerava che Venezia possedeva nel Mediterraneo orientale due isole troppo strategiche e troppo pericolose per le sue navi : Cipro e Candia. Dai loro porti i Veneziani potevano ancora assumere un ruolo economico importante, offrire riparo ai corsari cristiani e controllare le rotte marittime. Fin dal 1567, alcuni consiglieri ottomani spinsero il sultano a guardare dalle parti di Cipro che pareva una preda facile. Lo stesso bailo Marcantonio Barbaro avvertì il pericolo e ne informò il Senato.

La cosidetta « guerra di Cipro » fu l’unico conflitto veneto-turco annunciato ufficialmente da un messaggiero ottomano portatore di un ultimatum del sultano al doge, si potrebbe dire che fu l’unico conflitto con una dichiarazione di guerra, il 28 marzo 1570. Di fatti, la lettera imperiale richiedeva la cessione spontanea dell’isola di Cipro e il Senato, considerando indecorosa una sottomissione senza combattere, emise un netto rifiuto e si andò incontro alla guerra, quando cominciarono i negoziati ufficiali per la Lega Santa. Nel mese di luglio 1570, la flotta turca sbarcò incontrastata a Limassol, il 9 settembre la capitale cipriota, Nicosia, cadde in mano turca senza risparmio della guarnigione ; l’unica a resistere era Famagosta con la sua antica roccaforte crociata ma dovette arrendersi il 17 agosto 1571 e subire lo scempio dei difensori, tagliati a pezzi.

Ma la presa atrocemente violenta di Cipro e la presa combinata di Antivari e Dulcigno provocarono nell’anima veneziana uno shock che fu parzialmente causa del risveglio della vittoria di Lepanto, la domenica 7 ottobre 1571. Festeggiata con sommo lusso e fastuosa immaginazione a Venezia e in tutt’Europa, immortalata dai massimi esponenti dell’arte come Tintoretto o Veronese, la vittoria di Lepanto non fu sfruttata da Veneziani che, quasi quasi, non ci credettero. Invece, si sa dagli Archivi ottomani che il sultano e il suo governo erano atterriti e disorientati dalla sconfitta e dalla cocente umiliazione.

Sta di fatto che, poco dopo, il bailo cominciò a negoziare una pace separata con i Turchi perchè Venezia era disposta a rassegnarsi alla perdita di Cipro a patto di salvare i suoi vantaggi commerciali. Il 7 marzo 1573, i Veneziani accettano di pagare un tributo di 300 mila ducati d’oro per rimborso delle spese turche nella spedizione di Cipro, di vedere il loro tributo per Zante e Cefalonia aumentare da 500 a 1500 ducati d’oro annui. In cambio i Turchi concedono che la Signoria di Venezia non abbia più l’obbligo di pagare il tributo di 8 mila ducati d’oro per Cipro e si impegnarono a proteggere i Veneziani dagli attachi spagnuoli ( !). Questa pace che lo storico Paolo Paruta qualificò di veramente lacrimabile cosa e che il futuro doge Leonardo Donà definì pace perfida e ingannatrice, provocò l’ironia di Voltaire che scrisse che i Turchi sembravano aver vinta la battaglia di Lepanto.

Quando Selim II morì il 15 settembre 1574, lasciò il trono al figlio Murad III che rinnovò la pace con Venezia, nell’agosto 1575 e si aprì un nuovo spazio di pace per più decenni, fino alla guerra di Candia.

Ormai Venezia non è più una potenza marittima e commerciale e il solo possesso di Candia non bastava a mantenere il suo rango internazionale. In oltre, l’asse economico del mondo non passava più per il mediterraneo : le spezie, lo zucchero, i prodotti tintori, i tessili, il grano non arricchivano più il Tesoro veneziano.

Conclusione

La tradizione storiografica considera gli antagonismi tra Venezia e i Turchi come un susseguirsi di guerre viste separatamente e di cui si studiano le rispettive cause e conseguenze.

Vorremmo qui proporre un’ipotesi molto più globale. Secondo noi, dalla presa di Costantinopoli alla guerra di Candia (ma per l’unità intellettuale del nostro discorso fermeremo la dimostrazione alla guerra di Cipro e la battaglia di Lepanto), siamo confrontati ad un unico conflitto che, come la guerra dei Cento Anni tra Francia e Inghilterra, si protese per più di un secolo, lasciò i due contendenti economicamente esausti ma politicamente rafforzati nella loro coscienza nazionale.

Come l’abbiamo evidenziato nel panorama delle vicende veneto-turche, i due protagonisti lottano ognuno per soddisfare una sola meta : i Turchi vogliono portare avanti il loro espansionismo territoriale verso Occidente, verso la conquista di Roma, quando i Veneziani tentano di resistere per salvaguardare il loro traffico commerciale col Levante. A questo punto, l’abbandono del beneficio della battaglia di Lepanto da parte di Venezia è significativo del suo timore di nuocere alla mercanzia ; a differenza dei suoi alleati, Venezia non ha mai mossa una guerra religiosa, una crociata, contro i Turchi. A prova di questa unica intenzione, i trattati di pace. Sono diversi documenti emessi sull’arco di più d’un secolo ma sono in fatti lo stesso discorso che riprende senza modifiche le stesse clausole (ad esempio, il tributo per Cipro è ricordato regolarmente fino all’estinsione senza mai aumentare la somma), oppure rinnova negli stessi termini un trattato precedente, oppure —quando innova— evoca l’esempio della politica precedente.

Se si osservano le date dei successivi conflitti, si nota che il ritmo di ricorrenza è assai regolare : 26 anni, 24 anni, 37 anni, 30 anni separano rispettivamente le cinque guerre del XVI° secolo ; come se, tra una fase bellica e quella successiva, fosse necessario lasciare un certo spazio di tempo, un respiro, che permetta di curare le ferite, ricostruire, iniziare preparativi militari e diplomatici prima di buttarsi ancora nell’azione. Questo ritmo è anche il ritmo del rinnovo generazionale : ogni sultano ha fatto la sua guerra contro i Veneziani, ogni sultano ha messo il piede nelle orme del padre per condurre il popolo turco verso la conquista compiuta.

Venezia e i Turchi uscirono da queste guerre corrosi da gravi crisi economiche e civili ma trovarono in questa lotta gli elementi di una munificienza straordinaria : la Venezia del secondo Cinquecento e la Costantinopoli di Solimano il Magnifico fanno tuttora sognare. Come la guerra dei Cento anni costrinse la Francia a assumere per secoli un’organizzazione burocratica e centralizzata, l’impero ottomano si restrinse nella sua organizzazione sultanica ; come la guerra dei Cento anni espulse l’Inghilterra dal continente, Venezia si rivolse verso il Dominio da terra dove si trasformò da potenza marinara in uno Stato di Terraferma.




Sultani




date


Perdite territoriali veneziane

Maometto II

Presa di Costantinopoli

1453

Costantinopoli

Quarto e mezzo dell’impero della Románia

Bayezid II

guerra di Morea

1463-79

Scutari e Drivasto

Lemnos


la Morea

Selim I

guerra di ……

1499-1503

Modone e Corone

Durazzo


Santa Maura (o Leucade)

Alessio


Solimano

guerra dell’arcipelago

1537-40

Napoli di Románia

Malvasia


Schiatto, Schiro, Andro, Sifnos, Sercos, Tino, Karpathos, Nasso, Santorino, Sira, Nios, Milos, Antiparos, Efina, Zea, Paros, Mykonos, Tilos, Stampalia, Amorgo, Karki, Pathmos.

Selim II

guerra di Cipro

Lepanto


1570

1571


Cipro

Antivari e Dulcigno




1 Marie Viallon et Carlo Campana, Les célébrations de la victoire de Lépante, in La fête au XVIe siècle, acte du Xe colloque du Puy, Saint-Etienne, PUSE, 2003.

2 Marie Viallon-Schoneveld, Les prises de Constantinople, in Gabriel Audisio, Les prises de villes, (lavoro da pubblicare presso il Centro di Ricerca « Thelemme » di Aix-en-Provence).

3 Freddy Thiriet, Etudes sur la Romanie gréco-vénitienne, London, Variorum reprints, 1977.

4 Samuele Romanin, Storia documentata di Venezia, Venezia, tipografia Naratovich, 1855, vol. IV, p. 529.

5 Gaetano Cozzi e Michael Knapton, Storia della repubblica di Venezia. Dalla guerra di Chioggia alla riconquista della Terraferma, Torino, UTET, 1986, p. 8.

6 Æneas Sylvius Piccolomini, L’epistola a Maometto II (1461), traduzione italiana dal latino e introduzione a cura di G. Toffanin, Napoli, Pironti, 1953. Traduzione francese a cura di Anne Duprat, Paris, Payot & Rivages, 2002.

7 Marino Sanudo, Le vite dei dogi, edizione critica a cura di Angela Caracciolo Aricò, Padova, Antenore, 1989, p. 140-141.

8 Maria Pia Pedani, In nome del Gran Signore, Inviati ottomani a Venezia, Venezia, Deputazione storica, 1994, p. VIII.

9 Il Corano, V, 57. Non prendetevi per alleati quelli a cui già prima fu dato il Libro e gli infedeli che si prendono gioco e burla della vostra religione, e temete Iddio se siete credenti.

10 II, Corinti, 6, 14.

11 Alessio Bombaci, Ancora sul trattato turco-veneto del 2 ottobre 1540, in Rivista degli Studi orientali, 1942, n°20, p. 373-381.

12 Girolamo Priuli, Diarii, a cura di Roberto Cessi, in Rerum Italicarum Scriptores, XXIV, parte III, Bologna, 1933-1937. … che non era da far doxe un che avesse tre bastardi in Turchia.

13 Testo pubblicato in turco e in italiano con le varianti da Luigi Bonelli, Il tr attato turco-veneto del 1540, in Centenario della nascita di Michele Amari, volume secondo, Palermo, tip. Virzì, 1910, p. 332-363.



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