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Psicopatologia: diretta da Mario Rossi Monti
Le alterazioni della personalità

di

Alfred Binet


Da circa quindici anni sono iniziate in Francia, in Inghilterra e in altri Paesi, delle ricerche di psicologia patologica fondate sullo studio dell’isteria e della suggestione. Noi tutti sappiamo con quale ardore i fisiologi e i filosofi si sono dedicati a questi nuovi studi, e in un lasso di tempo molto breve è stata raccolta una quantità davvero considerevole di osservazioni ed esperienze di ogni tipo: l’allucinazione, le paralisi da suggestione, le alterazioni della personalità, le turbe della memoria, il senso muscolare, le suggestioni in stato di veglia e durante l’ipnosi, le suggestioni incoscienti, ecc. Sono queste le principali problematiche che sono state esaminate e profondamente sviscerate.
La mia intenzione, nello scrivere questo libro, non è di continuare la tradizione delle discussioni di Scuola. In luogo di opporre le mie esperienze a quelle di altri Autori, io prenderò nel loro insieme tutti i risultati che essi hanno ottenuto nello studio di una singola problematica per cercare quali siano, attraverso questi risultati, coloro che si accordano e possano essere raggruppati in un’unica sintesi.

INDICE


Prefazione all’edizione italiana di Chiara Tagliavini P. VII
Introduzione » XXXV

Parte Prima

Le personalità successive
I sonnambulismi spontanei » 3

I sonnambulismi spontanei (seguito) » 26

I sonnambulismi provocati » 44

Parte Seconda

Le personalità coesistenti
L’insensibilità degli isterici –

Gli atti subcoscienti di ripetizione » 57

L’insensibilità degli isterici (seguito) –

Gli atti subcoscienti d’adattamento » 69

L’insensibilità degli isterici (seguito) –

Caratteri generali degli atti subcoscienti » 77

L’insensibilità degli isterici (seguito e fine) –

La soglia della coscienza » 86

La distrazione » 89

Le azioni volontarie e incoscienti » 98

La scrittura automatica negli isterici » 119

Le idee di origine subcosciente » 129

La pluralità delle coscienze nei soggetti sani » 139
Parte Terza

Le alterazioni della personalità nelle esperienze di suggestione


Le personalità fittizie create tramite suggestione » 157

Il ricordo delle personalità passate

tramite suggestione » 165

Suggestioni di atti » 171

Le suggestioni da punto di riferimento

incosciente – Le allucinazioni » 176

Le suggestioni da punto di riferimento

incosciente (seguito) – La misura del tempo » 181

L’anestesia sistematica » 185

Lo sdoppiamento della personalità

e lo spiritismo » 204
Conclusioni » 216

Prefazione all’edizione italiana


di

Chiara Tagliavini


Per poter ben comprendere il valore di un testo come Les altérations de la personnalité di Alfred Binet è necessario innanzitutto poterlo collocare all’interno del periodo storico, filosofico, clinico e politico in cui è emerso e si è inserito. È necessario capire quindi da dove viene, da quali correnti di pensiero deriva, cosa ha voluto proporre e dove, forse, ha portato quelle stesse tesi che lo hanno generato.

Sarà fondamentale, è ovvio, poi scendere dallo sguardo generale a quello particolare, e ampliare la penetrazione delle parole e del messaggio che ci trasmette attraverso la conoscenza della posizione di questo testo all’interno della sua produzione. Ma ancor più utile forse, sarà capire chi era quest’uomo, come ha fatto nascere in sé il desiderio di analizzare questo specifico campo della psicologia sperimentale appena nata, quali sono state le sue importanti scoperte e le sue forti sconfitte. Non ultima, quale sia stata la sua capacità di assimilare in modo così profondo la propria ricerca da poterne trarre una forma di pensiero totalizzante e farne, oltre che clinica e filosofia, anche arte e logica, presupposto e meta, passerella necessaria di un percorso che nasce spinto dalla tendenza degli studi psicologici francesi dell’epoca in cui Binet viveva e operava e si proietta verso la nascita della psicologia dinamica e la fagocitante onnipresenza freudiana.
La nascita della psicologia sperimentale in Francia avviene nella seconda metà dell’Ottocento, grazie agli interventi di Hippolyte Taine e Théodule Ribot che si distaccano dalla psicologia empirica inglese e da quella fisiologica tedesca basando la propria speculazione e il proprio interesse sul metodo “patologico” di ricerca, nel quale l’esperimento clinico e il “caso” diventano l’assunto fondamentale su cui poggiare le basi della differenziazione dal metodo di laboratorio wundtiano e dall’univocità della filosofia spiritualista.

Le indagini psicofisiologiche svolte nel laboratorio di Lipsia infatti, pur costituendo la base di partenza di ogni psicologia accademica e sperimentale, avevano per la scuola francese il difetto di studiare la qualità psichiche dell’uomo normale e con logica “internistica” di laboratorio, utilizzando unicamente l’introspezione come tipologia di indagine e degli studenti universitari come oggetti degli esperimenti. Con l’innovazione teorica di Taine e Ribot, invece, il caso patologico, esaminato all’interno delle stesse cliniche, diviene l’oggetto di studio principale e – è questo il punto di vista che maggiormente fa la differenza dai metodi di analisi precedenti - viene visto come un esperimento portato alla luce dalla natura, che consente di disorganizzare i meccanismi della mente e renderli evidenti nella loro “nudità” patologica, guidando il medico a poter ricostruire indirettamente il loro funzionamento normale1.

È importante ricordare che siamo nel pieno dell’esplosione della scienza positiva. Per ogni ambito dell’esistenza umana si cercano spiegazioni scientifiche dimostrabili, da ogni settore disciplinare si estraggono spunti di ricerca e di analisi rigorosa. Quello che sopravvive, o meglio che innalza il proprio valore, una volta sottoposto a questo esame, ha la possibilità di assurgere ai più alti livelli di considerazione. Quello che ne emerge svalutato, sminuito dall’insuccesso empirico, viene eclissato nel nulla della credenza popolare2.

È infatti all’interno di una tale posizione di pensiero che Hyppolite Taine e Theodule Ribot nel 1870 traggono dalle speculazioni filosofiche del periodo gli studi sul funzionamento della mente e fondano una psicologia che aspira a divenire programmaticamente scientifica, conquistando un ambito disciplinare importante all’interno della scienza che le era stato sempre precluso.

Con De l’intelligence di Taine e La psychologie anglaise contemporaine di Ribot, opere entrambe stampate nel 1870, si osserva un progressivo ma definitivo distacco dalla vecchia, eclettica filosofia spiritualista che vedeva la coscienza umana come un’unità indivisibile, imprescindibile dalla rigorosità delle verità assolute. L’attenzione degli scienziati francesi si sposta adesso sui frequenti casi di sdoppiamento della personalità che si verificarono in quel periodo3, consentendo alla personalità di acquisire un’autonomia concettuale fino ad allora impensabile, radicandola nel corpo e nella memoria, elementi grazie ai quali è possibile adesso studiarla nelle sue differenziazioni e patologie.

Già Charles Bonnet, nel 1760 e nel 17644 aveva descritto la personalità come quell’istanza che coordina, attraverso la memoria, le diverse sensazioni che si susseguono nell’uomo e che attraverso la loro integrazione organizza il proprio “moi” come prodotto della riflessione. Ed Emile Littré, letterato, storico e positivista comtiano, nella redazione del suo famoso dizionario della lingua francese, elaborò nel 1873 la prima definizione empirica della personalità5, attribuendole un’identità unica e individualizzante: la personalità è ciò che rende tale una persona, che consente che ella sia quella e non un’altra, è l’insieme di caratteri psicologici che le danno dimensione e che la circoscrivono.

Queste enunciazioni risulteranno essenziali alle ricerche svolte dagli scienziati francesi nell’ultimo ventennio dell’Ottocento. È da questo tipo di assunti che essi partirono per cercare di affrontare empiricamente la continuità temporale della coscienza, sottoponendola a tutte quelle sperimentazioni che potessero in qualche modo dimostrarne la realtà e la rilevanza come fondamento dell’esistenza interiore.

Taine infatti, nel suo De l’intelligence, primo vero e proprio trattato di psicologia generale, nell’enfatizzare il metodo di ricerca veicolato dal patologico, sottolinea quanto fra normalità e malattia non vi siano differenze categoriali ma solo di funzionamento. Ed individuando gli elementi minimi di questo meccanismo, egli studia i processi secondo i quali questi elementi agiscono e si associano nel tutt’uno della coscienza, con un procedimento “dal basso verso l’alto”, intendendo con questo identificare i processi elementari della percezione e della riflessione (tramite espressioni tipiche della fisiologia delle sensazioni) che vanno però a costituire, in seguito all’integrazione e all’associazione che consente l’unità, la personne humaine, l’individuo morale unico ed irripetibile. Tanto nella normalità quanto, maggiormente, nella patologia.

Proprio per questo quindi, secondo Taine, è utile partire dal caso patologico per sondare la complessità dei meccanismi mentali, perché esso enfatizza e rende palese la costruzione del Sé. La coscienza “normale” infatti può trarre in inganno lo studioso, portando alla luce una continuità esperienziale che invece si basa sull’associazione di elementi cangianti ed instabili.

“Plus un fait est bizarre, plus il est instructif”6. Ecco il vero manifesto ideologico della psicologia sperimentale francese di fine Ottocento. Solo la dettagliata monografia del caso clinico può contribuire a rendere scienza la psicologia. Il racconto delle esperienze dei malati, la loro osservazione diretta, la sperimentazione immediata degli effetti delle loro sensazioni di alterità e depersonalizzazione, sono per Taine assolutamente decisive, e “plus instructifs qu’une volume de metaphysique sur la substance du moi”7.

Secondo Kurt Danziger8 infatti, ciò che contribuì maggiormente alla “naturalizzazione” della personalità come oggetto di studio specifico, fu la medicalizzazione che ne venne concepita in Francia in questo periodo e il fatto che William James adottasse questo punto di vista come essenziale alla ricerca psicologica. Egli però sottolinea anche che alcuni medici francesi hanno il merito di aver individuato nella personalità un ente concreto che può ammalarsi, e non più un mero principio metafisico. Soprattutto l’incidenza delle teorie sulla nuova psicologia positiva di Ribot, orientate in senso assolutamente neurofisiologico e biologico, si allontanano con decisione dagli orizzonti metafisici delle speculazioni filosofiche del periodo, e annoverano concetti come “memoria”, “facoltà”, “io”, “ragione”, “volontà” nella pertinenza esclusiva della nuova disciplina che andava formandosi. L’interesse di Ribot si dirige infatti verso la psicopatologia, e ne crea in un certo qual modo le basi e i confini attraverso l’apporto di testi quali Les maladies de la mémoire (1881), Le maladies de la volonté (1883) e Les maladiés del personnalité (1885). I titoli di queste opere dimostrano da soli in che direzione vanno gli studi, e quanto la patologia dei meccanismi psichici possa divenire incidente nell’analisi di ogni ambito e componente della mente umana.

In particolar modo le riflessioni condotte nel testo Les maladies de la mémoire del 1881 porteranno all’attenzione clinica l’evidenza di quello che comincia a essere accettato, oltre che proposto, come un vero e proprio “fatto”: la personalità non è un’unità inscindibile, quanto un “tout de coalition”, un composto di stati complessi di dimensioni empiricamente rilevabili radicati e organizzati nella memoria9. La memoria quindi diviene l’oggetto principale di studio, è il nucleo intorno al quale può organizzarsi la personalità, è colei che “trasporta” e traduce i significati e gli eventi della vita del soggetto attraverso il tempo, e che gli consente di strutturare la propria identità.


Ma, come dicevamo, in questo determinato periodo storico, perché un tema di indagine possa risultare degno di analisi e di studio, è necessario che assurga agli onori della dimostrabilità scientifica e della dignità accademica. Per poterne fare quindi una realtà inconfutabile, Taine e Ribot iniziano con il pubblicare i testi fondamentali, i manifesti di questa nuova disciplina, e prendendo in esame i casi di alterazione della coscienza come fenomeni di anomalie altamente istruttivi pongono all’attenzione degli studiosi dei quesiti finora mai analizzati in modo empirico. Tutto questo consente di giungere a una legittimazione del metodo scientifico in psicologia, conducendo gli studi sulla nuova concezione della coscienza fino alla realizzazione della prima cattedra di psicologia sperimentale e comparata presso il Collège de France nel 1887 (attivata poi realmente nel 1888 e che sarà affidata a Ribot) e alle successive pietre miliari di questo cammino, identificate rispettivamente nella tesi di psicologia sperimentale sull’automatismo psicologico di Pierre Janet nel 1889, nella fondazione del primo laboratorio di psicologia sperimentale alla Sorbona10 nello stesso anno e del laboratorio di psicologia all’ospedale della Salpêtrière da parte di Jean-Martin Charcot nel 1890. A questo punto il contesto è pronto e favorevole ad accogliere il primo congresso internazionale di psicologia fisiologica, promosso da Ribot e realizzato a Parigi nel 1889 e che vedrà fra i cento partecipanti di tutte le nazionalità i futuri padri della nuova disciplina, quali Wundt, Galton, Charcot, Janet, Taine, Richet, Bernheim, Babinski, Durkheim, Lombroso, Mosso e persino Freud.

La nuova psicologia sperimentale non si deve più occupare dunque delle questioni metafisiche che finora l’hanno resa dominio esclusivo della teologia e della filosofia11, quanto piuttosto rappresentare tutte le più severe modalità di ricerca della fine del XIX secolo, ovvero essere condotta secondo criteri di sperimentazione di laboratorio e seguendo lo studio sistematico dei fenomeni della coscienza fondati sull’esperienza del caso clinico12.

Ma in che modo la nascente teoria intende condurre queste sue ricerche? Ha escluso la speculazione e l’introspezione, esclude l’analisi del normale funzionamento della coscienza, e predilige la patologia come campo d’indagine perfetto per lo studio delle differenti anomalie della mente. Su quali metodologie potrà dunque fondare il proprio credo e le proprie modalità d’azione?

È in questo specifico momento storico che si sta creando la nozione di inconscio, e questo è possibile grazie ai primi rudimentali studi sugli effetti della suggestione, del cosiddetto “magnetismo animale” e del­l’ipnosi. Henri F. Ellenberger, nel suo monumentale studio sulle origini e lo sviluppo storico della psichiatria dinamica ante-Freud13, analizza particolareggiatamente i fenomeni che portarono questi metodi di indagine – che fino a i primissimi decenni del XIX secolo erano ancora dominio del dileggiato “mesmerismo” – a divenire interesse di studio di importanti categorie accademiche. La trasmissione del pensiero, la magnetoterapia, la scrittura automatica, il sonnambulismo provocato, sono tutti rudimentali strumenti di ricerca dei significati nascosti di quello che solo adesso, nell’ultimo ventennio dell’Ottocento, i pionieri della psicologia sperimentale cominciano a pensare come ente autonomo e indipendente nella vita mentale dell’essere umano: l’inconscio.

Il fatto che Charcot e Bernheim alla Salpêtrière e a Nancy adottino questi metodi per sottoporre le proprie pazienti isteriche alla sperimentazione clinica, conferisce loro una legittimità indiscussa, che li trae fuori dallo scherno o, peggio, dalla superstizione popolare e dalle pratiche esorcistiche per farne strumenti “oggettivi”, empirici e privilegiati della ricerca psicologica. Questo può avvenire grazie alle connotazioni neurofisiologiche che vengono attribuite alle varie pratiche e al loro uso ospedaliero, elementi questi che permettono una istituzionalizzazione pressoché immediata dei vari metodi di suggestione. Il soggetto, tramite queste analisi esteriori del suo inconscio, diviene quindi un “organismo da laboratorio”, totalmente in balia dello sperimentatore che lo riduce alla passività attraverso la letargia indotta più o meno profonda. Egli può adesso essere psicologicamente “vivisezionato”14 e indagato nel profondo dei suoi recessi psichici tramite una nuova metodologia che lo stesso Ribot definirà nel 1888, nella sua prima lezione di psicologia sperimentale al Collège de France, “l’unica forma di sperimentazione psicologica” possibile.

Inizialmente infatti, agli albori dell’evoluzione della storia della psicologia sperimentale, ognuno di questi sistemi di indagine è non solo lecito ma ampiamente utilizzato nella ricerca clinica. La trasmissione dei sintomi di un’isterica da una parte all’altra del suo corpo o a un altro soggetto attraverso la metalloterapia, l’applicazione di magneti a scopi diagnostici e terapeutici, le spiegazioni di fenomeni paranormali quali il pendolino, la rabdomanzia, lo spiritismo attraverso la scoperta dei movimenti muscolari inconsci e fisiologici, l’automatismo psichico involontario, assunti come termini accademici e clinici di valutazione, stanno creando il terreno e il contesto necessario all’introduzione dell’uso clinico – addirittura chirurgico – dell’ipnosi e della suggestione.

Jean Martin Charcot e Hippolyte Bernheim, rispettivamente direttori e “padri” spirituali delle scuole di Parigi (La Salpêtrière) e di Nancy, sperimentavano le nuove tecniche di indagine ipnotica partendo da presupposti divergenti e ponendosi fini diversi. Charcot, che prediligeva l’uso di soggetti isterici per i suoi esperimenti, sosteneva che l’ipnosi fosse applicabile solo a questo tipo di patologie e ne teorizzava l’utilizzo al fine dell’indagine neurologica, senza valutare le sue possibili validità terapeutiche. Mentre Bernheim individuava in ogni soggetto, sano o malato, uomo o donna, il termine ultimo per le proprie sperimentazioni e considerava l’ipnosi una sorta di “sonno” fisiologico derivato dall’induzione della suggestione e valido ai fini terapeutici15.

È noto inoltre che Pierre Janet costruì il proprio modello psicologico partendo dalla teoria dell’automatismo e della dissociazione della personalità. Egli, prendendo le mosse dagli studi di Richet, si discostò dalle teorie di Bernheim e dei suoi collaboratori mettendo in discussione il ruolo della suggestione ed evidenziando, con la pubblicazione nel 1886 del famoso caso di Léonie, la forte rilevanza del rapporto tra paziente e ipnotizzatore nel processo terapeutico.

Fra l’altro Janet, coniando i termini e i concetti stessi di dissociazione e subconscio – e precorrendo così le tappe fondamentali della costruzione della psicoterapia dinamica poi attribuite al solo Freud16 – voleva anche allontanare la nuova tecnica ipnotica dal pericolo di cadere nell’esclusivo dominio del ”meraviglioso” e del paranormale. Il percorso inverso era stato possibile, anzi, positivo, e aveva contribuito alla creazione della psicologia scientifica, ma che lo studio del paranormale potesse sconfinare e influenzare la fondazione della nuova disciplina non era auspicabile.

Janet e Binet infatti affronteranno questa questione allontanandosi con decisione dal rischio, difendendosi attraverso l’uso della metodologia rigorosa, dell’osservazione sperimentale ripetuta, del resoconto clinico. Ogni loro sperimentazione infatti, lo vedremo direttamente nel testo di Binet17, sarà sempre condotta secondo i più seri fondamenti scientifici del tempo, riportando casi analoghi e conferme esperienziali e teoriche simili e con queste comparandosi.

Questa attenta rigorosità non permetterà purtroppo che la nuova metodologia mantenga la sua valenza scientifica. Presto intorno alle pratiche ipnotiche si andrà creando un’aura di incredulità e di denigrazione che contribuirà all’abbandono graduale della pratica suggestiva. Questo fenomeno però, condotto dalle continue critiche che venivano rivolte all’ipnosi riguardo alla sua attendibilità scientifica o all’eventualità di simulazione da parte dei soggetti d’osservazione, portò alla necessità di individuare altre metodologie di ricerca e di valutazione, contribuendo in questo modo dunque allo sviluppo delle tecniche dei test e del dialogo terapeutico.

Lo stesso Binet, che come sappiamo sarà un pioniere della somministrazione dei test, al momento in cui scrive Les altérations è ancora fortemente avvinto dalle teorie sull’importanza degli effetti della suggestione per l’analisi dell’inconscio e delle coscienze parallele. Pertanto, nonostante dimostri di sentire in bilico le proprie modalità di intervento clinico, e continui a difenderle e a trovare metodi di controllo che ne garantiscano la validità, non nasconde il dibattito che si è acceso intorno alla questione. Vediamo infatti che anch’egli è ben conscio del progressivo fallimento delle metodologie ipnotiche presso l’opinione pubblica e accademica, e di quanto si vuol sostenere riguardo al ruolo dell’influenza dell’operatore sul soggetto quando afferma con qualche nota di nostalgica amarezza:

À la première heure, quand les ètudes sur l’hypnotisme et le somnambulisme furent remises en honneur par M. Charcot, il y eut un grand mouvement d’enthousiasme. Depuis cette époque, il faut bien le reconnaître, l’en­thou­siasme a un peu diminuì; on s’est aperçu que ces études présentent une foule de causes d’erreur, qui en faussent bien souvent les résultats, à l’insu de l’expérimentateur le plus soigneux et le plus prudent, et personne ne peut se vanter de n’avoir jamais failli. Une des principales causes d’erreurs incessantes, on la connaît, c’est la suggestion, c’est-à-dire l’influence que l’operateur exerce par ses paroles, ses gestes, ses attitudes, ses silences, même, sur l’intelligence si subtile et souvent si éveillée de la personne qu’il a mise en somnambulisme.18
Dopo poche righe però, le sue radicate convinzioni scientifiche divengono più forti dell’adesione al sentire comune e lo studioso non riesce a non controbattere che gli errori che si presentano all’interno di una modalità di ricerca non possono rappresentare un motivo per abbandonarla e che, maggiormente, spetta all’osservatore di controllare e verificare costantemente i propri mezzi di analisi:
Il n’y a pas dans la possibilité de ces causes d’erreurs un motif suffisant pour nous faire abandonner une méthode féconde; tout procédé d’observation, pour peu qu’on l’emploie assez longtemps, se montre défectueux par plusieurs côtés; […] C’est à l’observateur de veiller; il doit se mafier constamment de sa méthode et de ses appareils.19
Ecco dunque delineato il panorama scientifico e metodologico che Binet nel 1892, nel momento in cui pubblica Les altérations de la personnalité, ha dinanzi a sé. I metodi di ricerca sono pur sempre quelli descritti e, seppure in qualche caso e con differenti intensità alcuni vengano discreditati, molti vengono ancora riconosciuti come validi in ambito scientifico. Sono inoltre cumulabili già molte esperienze sperimentali condotte da medici e studiosi autorevoli, attendibili clinicamente e accademicamente, quando non dagli stessi padri fondatori. Alcuni di questi casi clinici sono ormai famosi, e in alcune occasioni hanno aperto la strada allo studio analitico della dissociazione della personalità. La nozione stessa di disgregazione della personalità è ormai non solo possibile ma chiaramente e apertamente sostenuta in ogni ambito di studi psicologici e neurofisiologici (questo in particolar modo grazie a Janet). E, soprattutto, Alfred Binet è arrivato a un livello di formazione teorica e di esperienza di laboratorio tali da consentirgli di poter riassumere tutto questo suo bagaglio teorico ed esperienziale all’interno dell’opera che qui si propone.

Ma prima di analizzare il testo nella sua organizzazione e nei suoi intenti, è necessario avvicinare il suo Autore. Capire chi è, come si è formato, quali studi e quali intenzioni hanno indirizzato il suo percorso e le sue opere.

Alfred Binet nasce a Nizza nel 1857 all’interno di una famiglia di tradizione medica prestigiosa e che coinvolgeva molte precedenti generazioni. I suoi studi infatti furono orientati verso una formazione universitaria di questo tipo che egli però non riuscì a concludere20. A Parigi, dove si trasferì con la madre, si avvicinò poi agli studi giurisprudenziali che abbandonò ben presto per dedicarsi a quelli biologici. I suoi interessi in ambito psicologico in seguito si svilupparono attraverso un’attività individuale di formazione autodidatta, tramite la lettura di molti testi di psicologia alla Biblioteca Nazionale di Parigi fra il 1879 e il 1880. Esattamente nel momento di maggior espansione della neonata disciplina.

Binet allora leggerà L’intelligence di Taine, le opere di Ribot sulle teorie psicologiche inglesi e tedesche; leggerà Mill, Spencer, Bain e molti articoli della Revue philosophique21. Conoscerà lo stesso Ribot, al quale lo legherà una forte ammirazione intellettuale e che lo introdurrà agli ambienti della Revue philosophique favorendo la pubblicazione del suo primo lavoro proprio sulle sue pagine nel 1880. Babinski (suo ex compagno di classe del liceo Louis-Le-Grand di Parigi) lo introdurrà alla Salpêtrière, dove potrà incontrare Charcot e Féré. Qui, e spesso con quest’ultimo, avvierà le sue prime ricerche in campo psicologico sperimentale.

Nel 1886 e nel 1887 pubblicherà le prime sue opere, La psychologie du raissonnement e Le magnetisme animal. Nel 1891 entrerà in contatto con Henri Beaunis, direttore del Laboratorio di Psicologia Fisiologica della Sorbona (École Pratique des Hautes Études), dove verrà accettato come collaboratore a titolo gratuito e nella quale opererà fino a sostituire Beaunis alla direzione dell’Istituto. In questo periodo inoltre si manifesterà apertamente la sua approvazione delle teorie di Charcot sull’ipnosi. Contemporaneamente Binet porterà avanti i propri studi di scienze naturali, ottenendone il dottorato nel 1894 con una tesi sull’anatomia e la fisiologia del sistema nervoso intestinale degli insetti.

Questa forte ecletticità di formazione condurrà al luogo comune che poi si consoliderà sul suo conto, ovvero che egli fosse solamente un intellettuale facoltoso che non ambisse a particolari posizioni accademiche ma che volesse unicamente far spaziare i propri studi fra le varie discipline. Gli mancavano inoltre i due requisiti fondamentali per il riconoscimento di una posizione canonica all’interno della classe medica e ricercatrice secondo la tradizione accademica francese, tra l’altro difesa e promossa in questo senso dallo stesso Ribot: i dottorati in Filosofia e Medicina.

Questa idea viene a essere però contrastata dai dati storici, che lo vedono invece proporsi continuamente per molte cattedre accademiche che non riuscirà mai a conquistare22, dalle pubblicazioni e dalle ricerche che costantemente e con impegno incessante lo vedono insistere e perfezionarsi nel cammino dello studio dei fenomeni psicologici, dalla fondazione della rivista L’Année psychologique (nel 1894, con Beaunis) che divenne uno dei maggiori organi di diffusione degli studi psicologici francesi e internazionali, e che volse particolare attenzione alle ricerche di laboratorio.

Il suo ecletticismo, piuttosto, lo portò a esplorare molteplici lati dell’approccio allo studio della psiche. Questo non fu esclusivamente filosofico o clinico, ma attinse spesso dai suoi studi di biologia, traendone vantaggio anche in ambito metodologico. È il caso, a esempio, dell’elaborazione della teoria della “Psychologie individuelle”, portata avanti con Henri nel 1896, all’interno della quale gli studiosi avvicinavano una ricerca ad ampio raggio che mirasse a raccogliere dati scientifici sull’individualità in base alle caratteristiche fisiologiche, fisiche e psicologiche del soggetto. È il caso, innanzitutto, del suo accostamento e della sua adozione dei metodi sperimentali di studio attraverso la suggestione e l’ipnosi, per allora pioneristici e all’avanguardia, per non parlare delle tecniche che applicò allo studio dell’intelligenza e che lo portarono all’elaborazione del test che lo ha reso famoso.

Nel 1905, insieme all’allievo Théodore Simon, Binet pubblicherà infatti gli studi che lo hanno condotto a elaborare la “scala Binet-Simon”, attraverso la quale i due studiosi cercavano di misurare le facoltà psicologiche superiori. I loro soggetti sperimentali erano dei bambini delle scuole elementari francesi, e la pubblicazione di questo test, oltre che consegnare Binet agli onori della posterità, fu il primo dei forti risultati in campo psicopedagogico ai quali egli fu condotto da due importanti fattori: la politica della Terza repubblica e la nascita delle sue due figlie.

La condizione politico-culturale apportata dalla democratizzazione delle masse avvenuta nella Terza repubblica francese, appunto, la progressiva laicizzazione dello stato (con conseguente chiusura di tutte le strutture scolastiche di ordine religioso), la gratuità e l’obbligo della scolarizzazione infantile e, soprattutto, la maggiore attenzione politica e sociale alla formazione e al livello intellettivo dei suoi “figli” da parte della nuova politica liberal-democratica francese, contribuirono a una insistente crescita dell’interesse per la pedagogia che – incrociando il proprio destino evolutivo con quello della psicologia clinica – andava creando spazi di apertura nei confronti dello studio della psicologia infantile.

Questi fattori, associati alla nascita delle sue due figlie che egli studiò per 12 anni ogni giorno, annotando ogni loro comportamento, condussero Binet ad alimentare un forte interesse per gli studi psicopedagogici. Simon, inoltre, al momento in cui si affiancò a Binet aveva un incarico alla colonia per bambini sub-normali di Perray-Vanchise, e i soggetti con i quali egli veniva a contatto ogni giorno suscitavano in Binet un’attrazione intellettuale fortissima.

A questo si aggiunse che nel 1904, il Ministero per la Pubblica Istruzione francese creò una commissione (della quale faceva parte lo stesso Binet) per la ricerca dei metodi educativi dei bambini parigini che, da alcuni studi, risultavano di un livello intellettivo inferiore alla norma. Lo studioso assunse come fine primo quello di poter valutare il livello mentale di partenza dei piccoli, di modo da poter poi studiare un metodo che li potesse educare nel migliore e più produttivo dei modi. O perché, in caso di eccessiva distanza dalla normalità, si potessero creare delle scuole speciali per la loro crescita. Per individuare i soggetti intellettualmente inferiori, Binet trascorse molto tempo con i pazienti di Perray-Vanchise e con alunni delle scuole elementari, osservandoli, sottoponendoli a prove o quesiti che ne rivelassero le capacità. Fu così che nacque una scala metrica di trenta problemi, sulla capacità di giudizio, di comprensione, di calcolo, di ragionamento logico, che mirava a evidenziare l’età mentale del bambino, la quale poi, sottratta da quella anagrafica dava il risultato del ritardo mentale.

Binet con Simon, dal 1908 al 1911, elaborò altre versioni della scala23, ma la sua morte prematura, sopravvenuta nel giro di poche settimane in seguito a una malattia, interruppe bruscamente questo percorso che lo stava così affascinando.

Simon continuerà l’opera del proprio maestro in questo settore diffondendola a livello internazionale e contribuendo a fare del suo un nome importante della storia della psicologia infantile e della metodologica della futura psicologia cognitiva.

Ma tornando per un attimo indietro, e approfondendo quello che invece è il Binet che scrive e agisce nel momento che qui ci interessa, scopriamo in lui e nella sua sperimentazione precedente al test di misurazione dell’intelligenza che moltissima parte dei suoi studi, quelli che si profusero lungo tutto l’arco della sua vita intellettuale ma che furono meno eclatanti per la posterità, furono quelli dedicati allo studio delle patologie della personalità e della doppia coscienza.

Sono infatti questo tipo di studi che permeano l’intero corpus dell’opera binettiana, questi ai quali egli giunge grazie alla ricca formazione che lo caratterizza, questi che egli raccoglie dall’atmosfera filosofico-scientifica del periodo, questi che debordano anche al di fuori della sua scienza per invadere quella parte artistica e creativa che non mancò in uomo tanto eclettico.

Un esempio importante della sua assimilazione dei metodi e delle teorie psicologiche del periodo e, soprattutto, della sua capacità di trarne ideazioni e sperimentazioni innovative proprie, è l’opera On double consciouness24, uscita per il pubblico americano nel 1890 e quindi antecedente di due anni alla pubblicazione di Les altérations de la personnalité.

A quest’opera Binet arriva dopo aver compiuto i primi anni di frequentazione, osservazione e studio dei soggetti ricoverati alla Salpêtrière di Parigi, sotto la guida di Charcot, al quale lo avevano introdotto Babinski e Férè. In questi ambienti, spesso insieme allo stesso Féré, egli assorbirà le teorie del direttore e capo spirituale della clinica, e quindi che il soggetto isterico è l’unico ipnotizzabile, che è possibile sondarne le diverse reazioni patologiche e le profondità psichiche attraverso i singolari metodi dell’applicazione di metalli e magneti sul corpo a fini diagnostici e, in qualche caso, terapeutici, e infine all’impiego dell’ipnosi e della suggestione come sistemi di indagine e ricostruzione del funzionamento del sistema nervoso. Ma soprattutto fu qui che il suo metodo di lavoro si permeò del dictat tainiano della necessità di studio del “fenomeno bizzarro”.

Ed è proprio questo il primo concetto che Binet introduce in apertura del testo inglese, fermando subito il campo d’indagine della tradizione psicologica francese (in contrapposizione a quella inglese e tedesca) nello studio del patologico per comprendere il normale. Ma a questo presupposto fa immediatamente seguire quello che sarà il suo campo di interesse primario: i fenomeni di doppia coscienza e doppia personalità negli isterici.

In questo testo infatti sono precorsi i temi poi ampliati ne Les altérations, ovvero la discendenza delle proprie teorie da quella dell’inconscio di Ribot, che vede la coscienza come un‘insieme di fenomeni e processi psicofisiologici che operano in modo inconsapevole al soggetto, e la compresenza nella stessa persona di due esistenze parallele, di due personalità distinte e in qualche caso conviventi, che si possono provocare o far riemergere in momenti diversi grazie all’uso di esperimenti clinici.

Vediamo qui infatti apparire le tipiche sperimentazioni che poi Binet ripeterà per tutto il corso dell’analisi dei casi clinici esposti nell’opera seguente, ovvero, a esempio, il controllo primario della sensibilità di una parte anestesica del corpo di un’isterica tramite stimolazioni dolorose, la successiva collocazione di un oggetto nella mano del soggetto il quale, mentre prima dell’ipnosi non poteva assolutamente servirsene, adesso ne fa l’uso che lo sperimentatore gli suggerisce attraverso la suggestione. Questi sono i primi esperimenti che Binet conduce in modo ripetuto e costante per provare l’esistenza della duplicità della coscienza25. Gli erano state rivolte delle critiche in precedenza, in merito all’autenticità scientifica dei suoi metodi di rilevazione, quali a esempio quello del transfert metallo o magnetodiagnostico, e pertanto – lo vedremo ampiamente anche nel testo – lo studioso cercherà sempre di dimostrare in modo empirico la validità dei propri esperimenti di suggestione ipnotica attraverso metodologie di controllo. A questo scopo utilizzerà criteri di laboratorio quali il “metodo grafico” (l’applicazione di apparati di registrazione che potessero riportare in grafici il movimento e la forza delle mani o del ritmo respiratorio del soggetto) o la rilevazione dei movimenti involontari della porzione insensibile del corpo per dimostrarne l’uso da parte della seconda personalità.

Quello che maggiormente emerge in questo primo testo di analisi della duplicità dell’esistenza interiore, è che Binet sostiene con forza l’esistenza di diverse soglie di coscienza, e che questi diversi livelli sono alterabili dallo sperimentatore attraverso l’ipnosi. Sulla scia degli insegnamenti di Charcot, anche lui sostiene infatti che gli elementi più fortemente suggestionabili sono quelli che presentano maggiori probabilità di sdoppiamento della coscienza. Ma dato che per Binet lo stato normale è solo uno stato ideale, egli rafforza la propria posizione e le proprie metodologie di studio attraverso il concetto tainiano che lo studio dei soggetti isterici fosse utile a evidenziare quei meccanismi che nei processi psichici “normali” risultano mascherati, e pertanto eleggere a soggetti “tipo” i soggetti isterici diviene un metodo di raggiungimento più breve e produttivo dei medesimi fini che si avrebbero a lavorare con soggetti normodotati26.

Ne Les altérations de la personnalité infatti, Binet raccoglierà tutte le proprie esperienze sperimentali e teoriche vissute ed elaborate fino a questo momento per farne un compendio altamente dettagliato e sottile dei metodi di studio della doppia personalità nei soggetti isterici.

Va detto che nel 1892, anno di pubblicazione del testo, era già fortemente assodato l’utilizzo dei casi clinici come mezzo di sperimentazione ed esposizione teorica delle concezioni sulla personalità. Un notevole clamore avevano suscitato all’interno della classe medica i casi esposti da Mac Nish (Mary Reynolds, la dame américaine), da Dufay (M.lle R. L.), da Camuset (Louis V.), i molti casi di Littré, ma è importante ricordare che un caso clinico in particolare, che Binet assurgerà a caso “tipo” di tutti quelli che in seguito riporterà nella propria opera, abbia contribuito non solo all’affermazione della necessità di analisi di questo tipo di patologia, ma abbia in qualche modo dato l’avvio allo stesso studio dei fenomeni di doppia personalità nella psicologia sperimentale francese dell’epoca. E, dando per assodato che la psicologia sperimentale e clinica francese è partita dai casi di doppia personalità per fondare la propria esistenza, forse è anche di questa stessa che può ritenersi responsabile.

Si tratta del caso della giovane Félida, una ragazza affetta da molte sintomatologie isteriche e da frequenti passaggi da uno “stato” a un altro della coscienza, segnati ognuno da profonde divergenze caratteriali e da forti problematiche legate alla memoria.

Il caso di questa adolescente fu seguito da Eugéne Azam, un giovane medico dell’ospedale per alienate di Bordeaux che ne fece la conoscenza nel 1858. La ragazza, allora solo quindicenne, interessò in modo particolare Azam perché oltre alle molteplici e particolarmente feroci manifestazioni del suo isterismo, presentava appunto dei momenti di dolore alle tempie, seguiti da un periodo di sonno lieve in successione del quale dimostrava una personalità totalmente diversa da quella precedente. Il giovane medico però, a quell’epoca, non era ancora attratto dai meccanismi di dissociazione – ricordiamo che in questa fase storica ancora non si parla nemmeno di personalità come ente autonomo degno di studio – quanto dalle “stranezze” mnestiche che questi fenomeni conducevano. La ragazza infatti, come descriverà bene anche Binet nel testo che qui si introduce, nello stato secondo poteva ricordare quanto accadeva nel primo, ma non viceversa.

Azam allora catalogò il fenomeno come un particolare tipo di amnesia periodica, alla quale attribuiva il ruolo principale nella distinzione delle due esistenze separate. Egli limitò la questione alla sola sfera neurologica della patologia, classificandola come una restrizione dei vasi sanguigni del cervello che produceva una disfunzione della sede deputata alla conservazione della memoria27. L’unico motivo che all’epoca lo indusse a evidenziare il caso della ragazza era la sua particolare adattabilità all’utilizzo dell’ipnosi. Nel 1859 infatti, su consiglio di alcuni colleghi di Bordeaux, egli tentò di ipnotizzare Félida e una sua amica per testare il potere anestetizzante del metodo – sulla scorta degli insegnamenti di James Braid – contribuendo così all’introduzione di tale applicazione clinica nell’ambiente medico francese del periodo, non fornendole però altre rilevanze istruttive.

Ma il caso di Félida era destinato a rappresentare il fulcro della nascita della storia della psicologia clinica francese. Il medico infatti per altri quindici anni continuò a studiare e a osservare la ragazza, annotando tutte le manifestazioni della sua malattia. Si decise a presentare la monografia del caso solo nel 1876, alla Société de medicine et de chirurgie de Bordeaux nel gennaio di quell’anno, quando ormai l’ipnosi era lontana dal rappresentare un metodo valido di anestesia chirurgica e, soprattutto, dopo che Taine e Ribot avevano reclamato per la psicologia sperimentale la naturalizzazione quale disciplina accademica e scientifica. Adesso Azam ne parlerà finalmente in termini di duplicazione della coscienza, seppur mantenendo, a suo avviso, la causalità del fenomeno all’interno delle patologie della memoria. Si renderà conto che la problematica del caso esce dalla pertinenza fisiologica per alcune sue manifestazioni, ma proverà imbarazzo nel definire quale possa essere il titolo da dare ai suoi studi, affermando comunque che le sue osservazioni appartengono maggiormente alla sfera psicologica che a quella medica28.

La presentazione del caso riscuoterà una risonanza inattesa ed esponenziale. Félida diverrà “il” caso, per antonomasia. Ne nascerà un dibattito internazionale, che coinvolgerà medici e filosofi, che esamineranno a lungo le motivazioni, le cause e le spiegazioni che possono ruotare, a seconda del punto di vista con il quale lo si osserva, intorno a questo fenomeno bizzarro della mente. Il clamore riscosso dalla presentazione del caso fu dovuto in gran parte al fatto che esso rappresentava una prova scientifica dell’esistenza, e co-esistenza, di due personalità distinte, complete e interagenti in uno stesso soggetto. Inoltre, radicando l’origine di queste manifestazioni all’interno delle facoltà mnemoniche e fisiologiche, il tutto diveniva di pertinenza medica, e psicologica, offrendo alla disciplina in fieri la possibilità di dimostrare concretamente le proprie teorie che contemporaneamente stavano prendendo piede29.

Un’ulteriore segno a favore della notorietà che assunse questa giovane con le sue difficoltà, fu dovuto anche al fatto che Azam non ritenne che la sua fosse una vera e propria patologia. Sì, erano presenti forti sintomatologie isteriche particolarmente affliggenti, ma il medico non si soffermò a trarne conseguenze di tipo diagnostico, quanto piuttosto preferì annoverare le sue “disfunzioni” fra le probabilità offerte dalla mente normale.

Lo sdoppiamento di Félida era per lui un fenomeno che rappresentava la possibilità di avere due vite, separate, e possibili entrambe. Egli rimarcherà le differenze che a suo avviso sono evidenziabili fra il caso di Félida e quelli osservati e riportati in precedenza dagli altri autori: in quei fenomeni erano presenti due personalità nella stessa persona, Félida è invece un individuo in cui convivono due esseri viventi alternativi e completi, con attitudini psicologiche diverse e diversi modi di essere nel mondo. Azam sembrò quasi contemplare la possibilità che l’isteria fosse una modalità alternativa dell’esistenza. E infatti non tentò mai di provare a guarirla.

Il dibattito poi, com’era prevedibile, assunse il tono di una disputa, e sulle pagine della Revue scientifique si intervallarono appunti e carteggi fra Azam stesso, Paul Janet, Charles Dufay, e lo stesso direttore Émile Aglave. Le critiche che venivano rivolte ad Azam vertevano principalmente sulla nozione di unicità del Sé e del funzionamento normale della personalità. Che lui definisse come sostanzialmente “normale” il comportamento dissociato di Félida buttava nel caos le teorie millenarie sull’individuo, le scardinava dal profondo.

Nel 1883 Azam pubblicò sulla stessa rivista un articolo dal titolo Les altérations de la personnalité, nel quale annunciava che un eminente filosofo stava per pubblicare un testo sulle disfunzioni della personalità all’interno dell’ottica psicologica. Stava infatti per uscire Les maladies de la personnalité di Ribot, con tutto quello che ne seguì in termini di definizione totale e permanente degli ambiti di studio della psicologia sperimentale francese.

Binet, lo vedremo fin dalla prime pagine, dedica il proprio lavoro – al quale dà lo stesso sintomatico titolo dell’intervento di Azam – al maestro Ribot, ma altrettanto dalle prime pagine si augura di poterlo in qualche modo superare. Egli infatti per tutta la durata delle tre parti che compongono questa opera, sosterrà la centralità dei fenomeni superiori della vita psichica dell’individuo, distinguendo fra moi, coscienza e personalità, fra le loro manifestazioni e le loro differenti influenze nell’esistenza. E insisterà sulla necessità di indagine delle singolarità, delle anormalità delle funzioni mentali, sulla scorta del suo imprinting tainiano, che possono esse sole descrivere alcuni aspetti nascosti della vita psichica dell’essere umano. Ribot invece, in Les maladies de la personnalité, protendeva maggiormente verso la distinzione delle varie dimensioni della personalità – quella organica, quella affettiva e quella intellettiva – come rappresentanti del quadro evolutivo del soggetto, che poi analizzava all’interno del processo involutivo innescato dalla malattia. La sua era una ricerca che risentiva ancora molto delle origini medico-filosofiche. Binet va invece oltre, seppur dichiarando prudentemente di non voler prendere posizioni ma soltanto raccogliere le esperienze di altri autori30.

Egli, dopo aver riportato nei primi capitoli e, sostanzialmente, nella prima parte, le esperienze sperimentali più famose e i casi clinici emblematici del periodo – riconducendo i fenomeni alla connessione con il sonnambulismo spontaneo – nella seconda comincia a presentare le proprie ricerche e le proprie esperienze, influenzate e gestite dal sonnambulismo indotto o “provocato”, che maggiormente egli riteneva potesse divenire strumento di studio e di indagine del funzionamento psicologico del soggetto. E in queste prime esperienze si evidenzia il rigore, il metodo empirico e costantemente autocritico con il quale questo studioso affronta le domande alle quali il mondo della patologia psichica lo pone di fronte. Ed è da tali domande e dalle proprie conseguenti riflessioni e sperimentazioni che lo vediamo trarre le proprie teorie, che oltre e successivamente all’esser nate dall’influenza teorica del suo secolo, si fanno strada verso un futuro scientifico forse ancora un po’ tremolante, ma sicuramente pioneristico e in qualche modo profetico.

Alfred Binet infatti in questo testo comincerà a ipotizzare – e a trovarne riscontro nell’osservazione e nell’analisi sperimentale dei soggetti – che i movimenti involontari delle parti insensibili del corpo delle isteriche erano il frutto della stimolazione di una coscienza alternativa, dichiarandone con cristallina certezza, quindi, la incontrovertibile esistenza. Inizia a utilizzare il termine “subcosciente”, tratto dallo studio dei fenomeni automatici di Janet, ma già ampliandone il concetto, e andando, diversamente dall’intenzione del loro “creatore”, a definirli quali fenomeni ignoti ma comunque cognitivi, di dominio esclusivo della “personalità coesistente” a quella preponderante nell’individuo.

Ci sono quindi nell’uomo, per Binet, dei fenomeni psichici riversati nella sua vita quotidiana che dipendono esclusivamente da forme “incoscienti di coscienza”. Egli tenterà di dimostrare questo assurdo attraverso i propri esperimenti, che – lo abbiamo detto – non cesserà mai di comparare con ricostruzioni, ripetizioni volontarie dei fenomeni, metodi di riscontro meccanico. E allora vedremo analizzare le sensibilità tattili, visive, immaginative, ma anche quei fenomeni paranormali che allora incuriosivano particolarmente l’opinione pubblica e medica quali la scrittura automatica, lo spiritismo, la lettura del pensiero, il movimento dei pendolini esploratori, dei “tavolini rotanti”. Tutti, indistintamente, attraverso seppur diversificate ma comuni spiegazioni, Binet li farà sempre confluire a prove dell’esistenza di una duplicità della coscienza, all’elaborazione parallela delle stimolazioni esterne da parte di due entità distinte ma conviventi nella mente umana.

Nelle sue conclusioni infatti, l’intento dell’opera è ben riassunto:


Depuis le commencement jusqu’à la fin, nous avons toujours considéré le même phénomène, la pluralité de consciences chez un individu. Nous disons concience, nous ne disons pas personnalité, parce que conscience désigne simplement une collection de phénomènes psychologiques conscients et réunis ensemble, tandis qu’on ne doit donner le nom de personnalité à cette collection que lorsqu’elle acquiert un haut degré de développement et que l’idée du moi se produit; bien que la limite soit difficile à tracer entre le deux – précisément parce qu’il s’agit moins d’une difference de nature que d’une difference de degré.31
Binet quindi in qualche modo prende le distanze non soltanto dal­l’idea dell’automatismo psicologico di Janet, attribuendo l’autode­termi­nazione dei meccanismi psichici alle elaborazioni incoscienti della coscienza primaria, ma anche dal maestro Ribot, dalle sue teorie sull’inconscio psicofisiologico, perché quella “collezione” di fenomeni psicologici può assumere il nome di personalità soltanto quando “acquisisce un alto grado di sviluppo” e da quando “l’idea del Sé si produce”.

Si sentono in queste affermazioni i prodromi dell’elaborazione dell’inconscio freudiano.

Le azioni automatiche dovute alla suggestione, a suo avviso, possono acquisire carattere psichico e andare a “constituer des intelligences parasites vivant cộte à cộte avec la personnalité normale qui ne les connaît pas”32. Un’intelligenza “parassita”, quindi, che vive al lato di quella normale senza che questa ne sia al corrente. Binet è arrivato a formulare l’ipotesi dell’esistenza di un’entità psichica indipendente dal Sé normale, soprattutto dal Sé cosciente. Un’entità che può vivere, pensare, ricordare, e far agire al soggetto sensazioni, emozioni e azioni non comprese nel bagaglio esperienziale della coscienza esplicita. Esiste un mondo sotterraneo, o parallelo, che convive con la parte chiara della nostra mente. Un mondo dove non sempre è possibile reperire con facilità le cause di alcuni comportamenti e pensieri, che non possono palesarsi se non interviene lo sperimentatore (che diverrà poi il terapeuta) con un’attività indagatoria. Un mondo nel quale la memoria gioca un ruolo fondamentale, talmente decisivo da influenzare le trasformazioni che il soggetto opera delle suggestioni esterne (spontanee o indotte che siano) e degli influssi della realtà percepita in modo totalmente autonomo.

Ecco perché quindi è possibile ritrovare in Binet, particolarmente in quest’opera, i segni riepilogativi – veicolati dalla propria elaborazione teo­rica – di tutto quell’humus storico, filosofico, clinico e sperimentale che porterà Sigmund Freud a sviluppare i concetti di inconscio, di Io, di Es, e la stessa modalità di intervento terapeutico attraverso il rapporto medico-paziente.

Ne Les altérations de la personnalité più volte si respirano momenti in cui questa idea si affaccia alla mente del suo Autore. Si comincia a sentire lo studioso – che assume con questo tipo di atteggiamento un distacco altamente produttivo dai suoi stessi contemporanei - che inizia a dirigere i propri pensieri e le proprie riflessioni in questo senso. Lo si sente porsi domande che virano in questa direzione, constatare risultati che portano a questo tipo di deduzioni. Si sente che il terreno è pronto, che la clinica e la scienza stanno dirigendosi verso quelli che poi saranno gli esiti della grande scoperta freudiana.

Nel secondo capitolo della terza parte, infatti, sentiamo che tutta l’elaborazione teorica delle prime due ha portato l’Autore a sondare ambiti di ricerca che cominciano ad ampliare il fine primo. Binet inizia a percepire che le proprie ricerche potrebbero condurre altrove, verso lidi finora totalmente sconosciuti della mente umana.


A proposito della suggestione retrospettiva, egli infatti afferma:
Ce mode de suggestion, qui permet de replacer une personne à des époques antérieures de son existence, recevra certainement un jour, j’en suis convaincu, de nombreuses applications médicales; car d’une part, il éclairera le diagnostic en permettent de découvrir, dans ses details, l’origine et le mode de production d’un symptôme hysterique; et d’autre part, peut-être verra-t-on qu’en reportant le malade, par un artifice mental, au moment même où le symptôme a aparu le première fois, on rend ce malade plus docile à une suggestion curative. En tout cas, c’est une expérience à tenter.33
Quindi appare necessario, una volta iniziato a sondare le manifestazioni di questa nuova entità psichica appena scoperta, affinare il metodo di indagine per poter arrivare sia a reperire le cause patogene dei sintomi isterici che a individuare un’azione terapeutica che agisca attraverso il recupero di questa parte di memoria sepolta e non gestita dalla coscienza primaria. E questo sarà quanto arriverà a fare Freud.

Poco più avanti, quindi Binet troverà consequenziale sostenere che le suggestioni retroattive


nous apprennent quelque chose de nouveau sur le mécanisme de la division de conscience. Elles nous apprennent d’abord qu’une foule de souvenirs anciens, que nous croyons morts, car nous sommes incapables de les évoquer à volonté, continuent à vivre en nous; par conséquent les limites de notre mémoire personelle et cosciente ne sont pas plus que celles de notre conscience actuelle des limites absolues; au delà de ces lignes, il y a des souvenirs, comme il y a des perceptions et des raisonnements, et ce que nous connaissons de nous-même n’est qu’une partie, peut-être une très faible partie, de ce que nous sommes.34
Esiste dunque molto al di là della nostra coscienza. Esistono ricordi, percezioni e ragionamenti a noi ignoti, che, quando appaiono sotto forma di malessere psichico, ci fanno percepire quanto quello che conosciamo di noi sia solo una “très faible partie” di ciò che siamo.

Binet infatti conclude questo pensiero arrivando a mettere persino in dubbio le metodologie più affermate del periodo, quasi che la ricerca sull’interiorità umana fosse giunta a un punto tale di sviluppo da sentire l’esigenza di individuarne altre per giungere alla profondità della coscienza nascosta all’Io. Le associazioni di idee, dichiara, non sono sufficienti a richiamare quello specifico ricordo che ha la responsabilità della tramutazione della sensazione repressa in sintomo. Nel corso della vita normale più e più volte si saranno verificati eventi simili, non capaci però di risvegliare quel determinato ricordo patogeno. Se quindi una tale similitudine non è in grado di riportare alla chiarezza psichica l’evento traumatico, dobbiamo desumerne che “le jeu des associations d’idées n’etait point suffisant pour le provoquer, et ne suffis pas, par conséquent, à expliquer le développement de notre vie mentale”35.

Binet ha portato quindi all’estrema tensione i risultati della ricerca sperimentale nella psicologia ottocentesca. Tutto è pronto a questo punto per poter effettuare il salto epocale che conduce la concezione esclusivamente anatomo-fisiologica e organicistica dei suoi predecessori – e, in qualche caso, contemporanei autori – alla maturazione d’indagine del Novecento. Le riflessioni scientifiche sentono l’esigenza di una spiegazione diversa, di un diverso approccio metodologico e clinico. La tipologia d’analisi è giunta al momento in cui deve lanciarsi oltre e intraprendere la strada maestra che condurrà alla presa del sovradeterminismo psichico e della metapsicologia freudiana.

Ecco quindi la sostanziale rilevanza epistemologica di quest’intervento di Binet quale trait-d’union forse non sufficientemente evidenziato del passaggio da una realtà concettuale all’altra, dalla rigidità seppur prolifica della scienza positivista al tuffo conoscitivo che porterà l’uomo – e il pensatore – novecentesco a comprendere e a sondare con una passione infinitamente autorigenerantesi le profondità, gli spessori, le contraddizioni interiori dell’uomo che sta diventando “moderno”.

E non sarà incongruente a questo punto rilevare le insindacabili sinergie fra quest’opera di Binet – strettamente legata, lo abbiamo visto, alla sua vita intellettuale – e la produzione letteraria del periodo.

Da sempre la letteratura ha cercato di sostenere il passo della speculazione. O, meglio, più che a sostenere si è trovata ad affiancare i passi della ricerca psichica con altri mezzi, con altri intenti, ma con la medesima intensità. La letteratura manifesta in arte quanto la ricerca manifesta in scienza.

E non è un caso, ovviamente, se Binet, Charcot, Janet, Freud, Pirandello, Borges, Ibsen, Kafka, Dostoevskji, convivono nello stesso periodo storico e operano tutti per mezzo dello stesso materiale umano, ponendosi le stesse domande e tutti vertendo verso gli stessi risultati.

L’uomo ha in sé una molteplicità di Io contrastanti, co-esistenti, che si autocelano o si manifestano alternativamente l’uno all’altro. Universi di significati che egli stesso non conosce, che lo manipolano, lo sottomettono, e gli impongono spesso azioni che egli non vorrebbe o non saprebbe poter e voler fare. Il bene e il male che questo può rappresentare per la vita reale e mentale dell’uomo è stato sondato, analizzato, raccontato, immaginato da ognuno di questi autori, ognuno attraverso la propria specifica pertinenza intellettuale, e ha contribuito fortemente e innegabilmente a disegnare la controversa figura dell’uomo del Novecento.

Non è questa la sede per approfondire i densi e fecondi legami che esistono fra arte e scienza, se non accennando a essi con qualche riferimento che salta agli occhi leggendo questo testo di Binet36, ma è evidente come lo stesso Autore frequentemente estragga momenti dell’analisi di questo settore delle patologie umane accostandoli all’importanza dell’espressione letteraria e rilevando qualità specifiche nei soggetti analizzati che forse non tutti i suoi colleghi avrebbero corso a evidenziare quanto invece ha fatto lui. Egli individuerà ed esalterà allora la finezza dell’attività intellettuale, delle capacità esperienziali, emotive e sensoriali dei suoi malati37, riporterà volentieri i momenti in cui casi clinici famosi esporranno le loro contorte vie di espressione agli sperimentatori tramite citazioni letterarie o arie d’Opera. In un certo senso, forse non del tutto chiaro nemmeno a se stesso, evidenziando il ruolo dell’arte all’interno dell’esistenza umana, forse della sua parte più insondabile e nascosta. Il ruolo di espressione non logica, non razionale del Sé incosciente.

Quello che è chiaro ormai è che arte e scienza si possono e si vogliono fondere, e non sono infrequenti i casi, anche illustri, in cui questo fortunato connubio ha potuto manifestarsi. Pensando solo a Binet, al suo eclettismo intellettuale quindi, non meraviglierà leggere nella monografia di Jacqueline Carroy, Docente di storia della psicologia e della psicopatologia all’Ecole des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi, dal titolo Les personnalités doubles et multiples38, che fenomeni di sdoppiamento avvenivano negli stessi scienziati. Non si trattava (se non raramente) di duplicità patologica come nel caso dei loro pazienti, ma di come irreprensibili e dotti ricercatori, rivelavano poi – magari sotto pseudonimo – le loro velleità letterarie o artistiche in soglie differenziate della loro vita personale che volentieri tenevano discosta da quella professionale. Si tratta quindi di ricerche “dissociate”, ma sostenute da un forte e comune legame epistemologico, svolte a turno in laboratorio o nell’intimo della propria vita privata. Si troveranno quindi in Richet, Binet, Tarde, Beaunis, contemporanee doppie carriere, portate avanti distintamente. Lo scienziato e il narratore, o il drammaturgo come nel caso di Binet, convivranno nello stesso uomo, e daranno vita a opere piene di passioni amorose, misteriose, miste di paura e desiderio, in cui si vagheggerà di un inconscio lasciato libero di agire indisturbato (dissociando il tema dai dettami empirici che auspicano invece di domarlo), dove spesso la ricerca clinica, lo sperimentatore, l’ipnosi e i soggetti ipnotizzati, vorticosamente ruotano all’interno di intrecci che prendono spunto dalle scoperte che questi stessi studiosi verificavano ogni giorno.

Certamente la rilevanza di studi e scoperte quali quelle che fecero i ricercatori di questo periodo era destinata a sommuovere il loro spirito a livelli differenti e stratificati della loro stessa interiorità. E quando la rigorosità clinica imponeva di mantenere la freddezza, l’imparzialità e la lucidità dello scienziato - in uomini che forse avevano dentro di loro potenze emotive più sfaccettate - si verificava la dissociazione, e l’arte trovava la strada, ancora una volta, per esprimere l’inesprimibile, per far posto, in un contesto ben separato, alle istanze dell’Io che venivano così fortemente sollecitate dall’indagine dei meandri misteriosi della mente umana.

È quindi così che possiamo spiegarci il Binet anche drammaturgo e critico letterario, che compone drammi teatrali per il Grand-Guignol e che partecipa alla stesura di ben undici opere, nelle quali si individueranno molte sensazioni ed episodi riferibili ai suoi primi passi da magnetizzatore, ipnotista fedele della Scuola di Parigi.

La teatralizzazione dell’Io fu, come sappiamo, grande parte di tutto il teatro novecentesco. Basti pensare alle frequenti citazioni delle situazioni sperimentali in Pirandello, o della specifica e puntuale citazione dello stesso Les altérations de la personnalité nel suo Umorismo39, per non definire tutta la sua stessa poetica interamente permeata del tema della dissociazione dell’Io e della relatività dell’esistenza interiore. Ben più raro e conturbante è riscontrare l’“Io teatralizzato”, ovvero l’influenza contraria a quella in cui la scienza infonde il proprio ascendente sulla letteratura. Adesso e in questo contesto diviene la prima che si fa influenzare dalla seconda, come nel caso di questi scienziati che non seppero frenare l’impulso a romanzare le esperienze così fortemente incisive che vivevano in laboratorio.

Quello che è certo è che entrambe, arte e scienza, agli albori del grande passaggio al secolo XX, nel voler dimostrare la molteplicità dell’anima, nel voler fortemente contrastare le rigide e datate teorie sull’unicità della coscienza sempre presente a se stessa, non fecero altro che dividerla, analizzarla, “vivisezionarla”, facendole abbandonare la certezza dei propri rassicuranti confini, delle proprie confortanti limitazioni. Ma la divisero per poi poter mostrare al mondo quella che era sì unicità, ma un’unicità che si manifesta nel solo essere “dividuo”, uomo diverso non solo dal prossimo ma persino da se stesso, e in se stesso ospitante molteplici forme di coscienza, spesso nemmeno consapevoli l’una dell’altra. E ogni ambito artistico cercherà di esprimere nella sua frammentazione questa nuova sfaccettata realtà interiore dell’uomo moderno (pensiamo anche soltanto ai quadri cubisti): l’unicità di un uomo ricco di contraddizioni e di fragilità, che lo sottopongono a nuove domande e a nuovi dolori, che giungeranno a fargli provare il “male di vivere”, un’unicità composta da innumerevoli parti coscienti e incoscienti, arditamente inconciliabili, ma spesso dolorosamente conviventi. Un’unità che è resa ricca dall’accostamento di tutte le sue parti contrastanti, che adesso finalmente, grazie alle ricerche, agli errori, ai tentativi di studiosi quali sono stati quelli dell’ultimo ventennio dell’Ottocento francese, se non ancora spiegare, si possono finalmente guardare negli occhi.

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Immagine di copertina di Massimiliano Maggi

prezzo: € 28,00, pp. 259 ISBN: 978-88-95930-36-7



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1 “[…] la malattia è in effetti una sperimentazione dell’ordine più sottile, istituita dalla natura stessa in circostanze ben determinate e con procedimenti di cui l’arte umana non dispone: essa coglie l’inaccessibile. Del resto, se non si incaricasse la malattia di disorganizzare per noi il meccanismo della mente e farci così comprendere meglio il suo funzionamento normale, chi mai oserebbe rischiare degli esperimenti che la morale più comune disapprova?”. T. A. Ribot, La psychologie, in De la méthode dans les sciences, a cura di H. Bouasse et al., Alcan, Paris 1910, p. 252.

2 Vedremo come questo duplice concorrente destino attraverserà in fasi differenti gli stessi ambiti di ricerca della psicologia sperimentale, in particolar modo nel caso dell’ipnosi e della suggestione.

3 Assai interessante, a questo proposito, è la tesi di Ian Hacking, che nel suo La riscoperta dell’anima (Feltrinelli, Milano 1996, pp. 15-21), sostiene che non siano i fenomeni a presentarsi maggiormente in un periodo piuttosto che in un altro, quanto l’attenzione dei medici a dirigersi verso – e ad accettare con più forte interesse – i casi di personalità multipla, rendendoli evidenti e degni di analisi solo attraverso la loro considerazione. Parlando dell’esplosione dei casi patologici avvenuta nell’America del Nord negli anni 1980-1990, egli si esprime infatti così: “Dieci anni dopo, nel 1992, i multipli in trattamento erano centinaia in tutte le grandi città dell’America settentrionale. Già nel 1986 qualcuno aveva calcolato che i pazienti diagnosticati erano stati seimila. Dopo quell’anno si smise di aggiornare i dati e, a partire dal 1980, si parlò di un aumento esponenziale della frequenza delle diagnosi. In tutto il continente furono create cliniche, reparti, interi ospedali privati esplicitamente destinati ad occuparsi di questa malattia. Il disturbo dissociativo colpiva forse una persona su venti. Cos’era accaduto? Si poteva dire che il continente stava per essere colpito da una nuova forma di pazzia precedentemente quasi sconosciuta? Oppure i multipli erano sempre esistiti, ma semplicemente non venivano riconosciuti e, in caso di bisogno, erano classificati in qualche altro modo? Non era escluso che i clinici avessero imparato a formulare diagnosi corrette solo di recente”. Hacking, fra l’altro, antepone alla ricerca odierna sul caso della personalità multipla le ricerche francesi della seconda metà dell’Ottocento, definendo il periodo come il momento in cui realmente nascono le scienze della memoria – memoria come cardine attorno al quale nasce e si organizza la personalità e, nella degenerazione patologica, la personalità multipla – e nel quale “si sono verificati cambiamenti così radicali sul piano delle idee” da convincerlo che “il periodo in questione costituisce un momento profondamente innovativo anche per l’idea della memoria” (pp. 10-11).

4 CH. Bonnet, Essai analytique sur les facultés de l’ame, C. Les Fréres et A. Philibert, Copenhague, 1760, pp. 80-81. E Contemplation de la nature, Marc-Michel Rey, Amsterdam 1764

5 Una voce dedicata alla personalità non si trova a esempio nella nota Enciclopedia di Diderot e D’Alembert (1751-177) e nei successivi dizionari francesi dedicati ai termini scientifici e tecnici.

6 H. A. Taine, De l’intelligence, vol. 1, Hachette, Paris 1870, p. 17

7 Ibid., p. 294.

8 K. Danziger, Naming the mind. How psychology found its language, Sage, London, 1997, p. 124.

9 Sarà questa posizione che porterà alla concezione del modello “componen­ziale” assunto nella cultura filosofica e scientifica statunitense a partire dai primi anni ’20 del XX secolo.

10 La direzione di questo laboratorio sarà l’unica e la massima carica che riuscirà a raggiungere nella sua carriera Alfred Binet, che, come vedremo, non riuscì mai ad arrivare alla vetta della tanto agognata carriera accademica a causa della sua multiforme e poliedrica ma non canonica formazione.

11 Si sta realizzando quella che Remo Bodei, nel suo intervento dal titolo Colonizzare le coscienze. Forme della politica e società di massa in Gramsci (in G. Vacca, Gramsci e il Novecento, Carocci, Roma 1999 I, pp. 177-186) definisce la “colonizzazione della personalità” da parte degli psicologi francesi - visti come pionieri di un processo che ha poi determinato tutto il corso della riflessione psicologica e filosofica del Novecento – a detrimento delle concezioni filosofiche spiritualiste. Essi “hanno rovesciato un principio della religione e della metafisica generalmente accettato come evidente: l’idea di un’anima unica, semplice e immortale, che solo per effetto di qualche shock si scinde nella follia”. Per Taine, Ribot, Janet, Binet, l’anima è invece “plurale, assomiglia agli organismi pluricellulari, di cui ciascuna cellula era considerata un individuo” (R. Bodei, Destini personali: l’età della colonizzazione delle coscienze, Feltrinelli, Milano 2002). “È l’età in cui (per effetto della convergenza di diversi saperi, soprattutto biologici, medici e psicopatologici, alimentati dalle ricerche di Taine, Ribot, Janet, Binet) all’io viene negata l’unità e la continuità, assegnando invece a ciascun “dividuo” una pluralità originaria e discreta di poli di coscienza, i quali convivono sotto l’egida di un”io egemone”, che non è l’unico ma soltanto il più forte. Questo mantiene nel tempo il suo malfermo potere finché non s’indebolisce e declina: a quel punto, la precedente coalizione degli io si scioglie, la coscienza si scinde e le personalità si moltiplicano, innescando, da ultimo, la follia” (Ibid., p. 13).

12Le tesi di Taine hanno un immediato riscontro all’interno della cultura francese. Già Littré, che pur conservava ancora il termine “psicologia” nelle pertinenze dei significati metafisici ma intitolava il suo intervento alla “physiologie psychique”, nel 1875, affermava: “La théologie par révélation, la métaphysique par intuition savent que l’intelligence, la conscience, la personnalité est due à une ậme, substance une qui se sert du cerveau comme d’un instrument pour communiquer avec le corps et avec les objects extérieurs. La philosophie positive, qui n’a ni révelation ni intuition, est obligée de s’addresser à d’autres sources d’information et de connaissance. Elle ne s’est faite, elle n’a pu se faire qu’en demandant à chacune des sciences particuliéres ce qu’elles enseignement sur le domaine qui leur appartaient. Ici, c’était à la biologie qu’il était inévitable qu’elle s’ậddressat. […] Cette doctrine, avec ses lacune et ses imperfections, va mieux que les autres, aux yeux du moins de la philosophie positive, qui l’a faite sienne, comme elle a fait tous les inseignements de la science sur le monde et ses lois”. E. Littré, La double conscience. Fragment de physiologie psychique, La Philosophie positive Revue 14, 1875, pp. 321 - 336

13 H. F. Ellenberger, La scoperta dell’inconscio. Storia della psichiatria dinamica, Boringhieri, Torino 1976.

14 Espressione questa altamente intuitiva, che rende perfettamente l’immagine e il significato del tipo di approccio e di indagine applicati ai soggetti degli esperimenti clinici francesi di fine Ottocento da parte dei medici e dei ricercatori. La si deve a Renato Foschi, che così descrive il sonnambulismo provocato nel suo istruttivo articolo La ‘prima’ psicologia di Alfred Binet: la ‘doppia’ coscienza e la personalità, Forme & Modelli, n.s. VIII, 2, 2003, pp. 31-48.

15 Questi, dopo un’aspra contesa durata anni con la Scuola di Parigi, giunse ad escludere l’isteria dalle cause dell’ipnotizzabilità dei soggetti e, scoprendo la funzionalità della suggestione e del condizionamento della mente anche al di fuori del sonno ipnotico, perfezionò sempre più la tecnica della “suggestione vigile”, gettando le basi per la futura psicoterapia che tanto spazio avrà nella cultura psicologica americana.

16 Tesi questa fortemente sostenuta da Ellenberger, nell’opera citata, e che ha contribuito a rivalutare la figura del successore di Charcot quale antesignano di tutta la cultura novecentesca del profondo e della dinamica terapeutica analista-paziente. È inoltre oggi normalmente acquisito che Janet possa rappresentare la fonte prima per la formazione della odierna psicoanalisi, grazie all’ideazione del concetto che vede la sintomatologia patologica come un'espressione simbolica del materiale
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