Da Francesco a Chiara: 1209/1212/2009-2012




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05/02/08 Da Francesco a Chiara: William Short, ofm



Da Francesco a Chiara: 1209/1212/2009-2012
Vorrei proporre come punto di partenza per la nostra riflessione il fatto dell’isolamento di Francesco all’inizio della sua conversione, 1206/06-1208, e l’isolamento analogo di Chiara negli anni precedenti il 1212. Con qualche licenza poetica, sceglierei i primi mesi dell’anno 1208 come “spazio vuoto” nel quale potremo esercitare la nostra immaginazione. Mi riferisco ai “primi mesi” del 1208 per aiutarci nell’immaginare un giovane Francesco chi per tre anni o più si sforzava di vivere secondo una ispirazione ricevuta, passando per vari fasi. In quei “primi mesi” del 1208 (possiamo pensare magari dei mesi freddi di gennaio e febbraio che attualmente sperimentiamo in Assisi) possiamo immaginare la “Donna Chiara,” in relative isolamento, ancora vivendo nella sua casa paterna, cercando il modo di esprimere una cresciente conoscenza di essere chiamata dal Signore verso “qualcosa”, ma una cosa non ancora pienamente conosciuta.

Francesco lavora nel restauro di alcune capelle rovinate fuori le mura d’Assisi, guidato dal Signore verso il servizio dei lebbrosi che vivevano cerca di una capella dove lavorara, vestito nell’abito di un eremita laico, pregando come poteva, ascoltando attentamente la parola del Vangelo nella cappella rurale, abbondonata, della Signora degli Angeli nei pressi dell’ospizio di San Lazzaro, cambiando su modo di vestire in risposta alla parola evangelica della missione dei Dodici. Pieno di entusiasmo e desiderio ardente, egli sa che questa vita è “ci che vuole con tutto il cuore.” Ma rimane solo – non ci sono gli altri undici per condividere con lui il viaggio. Non c’è neanche un solo compagno, in modo che possano andare due a due. Francesco è solo.

Lassù, al di sopra delle paludi intorno alla Porziuncola, possiamo vedere una giovane che osserva dalle finestre della casa paterna la costruzione della nuova cattedrale d’Assisi, così vicina a casa sua. La sua formazione è fra il rumore delle armi dei cavallieri della familia, sotto lo sguardo attento di Gianni Ventura, l’incaricato della sicurezza familiare. Riceve una formazione fondata nella religiosità di sua madre che viaggia lontano in pellegrinnaggio, con tutto il pericolo e incertezza del viaggio. Chiara, d’età nubile, spiega la vita cristiana a colui che le porta le proposte di matrimonio. Sembra una penitente che vive nella casa di familia, che distribuisce dalla sue porzioni l’elemosina agli uomini che lavorano nel restauro delle chiesette abbondonate della zona. Ma lei è sola, anche in mezzo di tante persone nella casa.

Nei primi mesi del 2008, con un poco di fantasia ma basata nei documenti, possiamo immaginare due persone chiamate dal Signore in modi diversi, ma sembrano isolate una dall’altra.

Se non ci fosse successo niente in più, potremmo avere ancora una “Santa Chiara d’Assisi” e un “San Francesco d’Assisi,” ma le loro storie sarebbero particulari, individuali – lei, devota penitente che passa gli anni nella cura dei suoi nella casa paterna, vergine dedicata, con una vita di preghiera e digiuno, generosa con le risorse familiari nell’aiuto ai poveri e il sostegno del restauro delle chiese. Sarebbe ancora una santa, ma non la santa che conosciamo come “Chiara d’Assisi.” Lui, il giovane Francesco, forse sarebbe una figura esemplare del laico cristiano che prende cura degli infermi, un costruttore, uno che vive in povertà che forse avrebbe scritto più poesie e musica, più di quello che ha prodotto. Sì, sarebbe stato ancora un buon santo, ma non il “Francesco d’Assisi” che noi conosciamo.

Fino a questo momento immaginario nei primi mesi del 1208, la storia dei due santi, Francesco e Chiara, è in verità la storia di due solitudini. E sarebbe rimasto così se non ci fossero stato degli avvenimenti e delle persone che hanno avvicinato queste due.

Che cosa provocò il cambiamento? Quasi subito ci viene da chiedere invece, “Chi provocò il cambiamento?” Nell’ultima analisi, dobbiamo essere d’accordo con loro due, che ci dicono che era il Signore Gesù Cristo, attraverso lo Spirito e la Sua “santa operazione” che ha provocato il cambiamento. Ma in un modo più concreto, cioè nel modo spesso preferito dal Signore, c’era una persona che aiuta quel cambiamento, secondo me, un vicino, una persona che viveva “in mezzo,” fra le due mondi del Francesco isolato e Chiara isolata. Si chiama Bernardo da Quintavalle. Se pensiamo della casa che conosciamo come la casa di Bernardo, non è nè vicina a qualsiasi “casa paterna” di Francesco, nè vicina alla nuova cattedrale di San Rufino. Si trova più vicina alla vecchia cattedrale di Santa Maria, a qualche distanza dai luoghi frequentati da Francesco e Chiara.

Perchè scegliere Bernard per giocare questo ruolo? È nobile, uomo di sostanza, considerato una persona importante in Assisi. Ma è anche il “primogenito” di Francesco, per il quale il Povererello aveva un’affetto speciale. La sua decisione di seguire Francesco nella stessa “vita e abito” gli concede un ruolo importante nel nostro racconto. Con quel Pietro, spesso identificato come Pietro Catanii, si unisce a Francesco, provocando il cambiamento in ciò che era, fino a quel momento, la storia di un uomo solo e isolato. Vanno insieme per cercare consiglio in una chiesa d’Assisi, e scoprono i tre brani del Vangelo che appaiono solennemente nella Regola non bollata. Francesco si ricorda dell’avvenimento con le parole, “Il Signore mi dette dei fratelli,” e “mi rivelò che dovevo vivere secondo la forma del Santo Vangelo.” Fra poco venivano altri, e ci prepariamo ora alla celebrarazione nel 2009 dell’approbazione della loro forma di vita, scritta “con poche parole e con semplicità”.

Con il fatto sorprendente della vendita delle proprietà di Messer Bernardo, e la distribuzione ai poveri della città, avrebbero potuto mancare all’occasione le pettegole d’Assisi? Quanto tempo ci voleva per far spargere la voce in paese che il figlio di Pietro Bernardone abbia attirato a sè degli altri che volevano vivere da penitenti?

Ma Donna Chiara rimane sola, nella casa di suo padre, circondata dai rumori dei cavallieri e del cantiere di San Rufino, rifiutando le proposte di matrimoni che man mano le vengono presentate. Possibile che presto scese giù in piazza per chiedere ai mercanti le notizie su Bernardo e la sua conversione? Sarebbe uscito di corsa, in pubblico, per vederlo distribuire le sue ricchezze ai poveri? I costumi dell’epoca non avrebbero approvato una simile iniziativa, e non abbiamo nessuna indicazione che la giovane Chiara si comportava in modo così scandaloso (almeno non ancora).

Il Signore continua il Suo lavoro, secondo un disegno che ci sembra così ovvio mentre guardiamo in dietro attraverso i secoli, ma il disegno non era così chiaro per coloro che sperimentavano questi avvenimenti nei loro giorni.

Nel 1209, in data imprecisata, appare nel racconto una nuova figura. D’età quarantenne, un accademico, teologo e giurista, formato in Parigi e Bologna, di famiglia nobile, con elevato rango nella Chiesa: ecco Lotario dei Conti di Segni, meglio conosciuto come Papa Innocenzo III. Che ruolo avrebbe mai lui in questo racconto?

Con un gruppo di compagni, Francesco andava dal Papa per chiedere la sua approbazione del loro modo di vivere seconda la forma del Santo Vangelo. Secondo le diverse fonti alla nostra disposizione, Innocenzo III facilmente approvò la richesta, oppure lo fece solo dopo qualche momento di dubbio. Però sembra chiaro che una qualche approbazione fu concessa a Francesco, Bernardo, Pietro e gli altri che condividono questo progetto di vita evangelica come “penitenti da Assisi.”

Il permesso papale dava una licenza per “predicare la penitenza,” cioè invitare chi ascoltava alla conversione morale, senza entrare nel campo della predicazione ufficiale, dottrinale e teologica.

Una simile licenza apre la strada a Francesco per la predicazione nella sua città d’Assisi. E quando predica, senz’altro con il permesso e il consenso del vescovo locale, Guido d’Assisi, una giovane isolata, ma certamente accompagnata, ascolta le sue parole. Sarebbe stato nella nuova cattedrale di San Rufino? Oppure in diversi luoghi della città? Si tratta di una occasione, oppure di diverse occasioni? Difficile dire con precisione. Ma si creò un vincolo: da una parte Francesco, Bernardo, Pietro, i fratelli; dall’altra, la giovane nobildonna Chiara.

Secondo il nostro modo di calcolare, intorno al 1209 la storia di “due solitudini” si fece una storia di un desiderio condiviso, il desiderio di seguire le orme e la povertà del Signore Nostro Gesù Cristo. Non si trattava di mettersi d’accordo su un progetto commune che loro avrebbero creato, ma piuttosto all’ascolto di una voce commune, percepita da ognuno con una sensibilità propria, una voce che parlava loro, nell’intimo del cuore, con “le fragranti parole del Signore.”

Con la decisione di “Donna Chiara” nella quaresima di 1212 di dedicarsi alla vita secondo il Santa Vangelo, come fecero già Francesco e i suoi fratelli, le “due solitudini” vengono trasformate, ma non abolite. Esiste un legame profondo tra Francesco e i fratelli e Chiara e le sorelle a San Damiano, ma abbiamo poche indicazioni di incontri tra Frate Francesco e Sorella Chiara. La presenza dei fratelli era importante per le sorelle di San Damiano, e la stima di Chiara per loro si esprime quando lei con le sorelle rifiutarono il cibo materiale quando vennero sostituiti da monaci cistercensi i fratelli che ministrarono loro il cibo sprirituale. I due santi d’Assisi sono tutt’e due dediti alla stessa vita, difficile e gioiosa, di discepoli, ma separatamente, in modi diversi.

Mentre cominciano la nostra commemorazione dell’approbazione della “vita secondo il Santo Vangelo” confirmata da Papa Innocenzo III tanti anni fa, possiamo scorgere sull’orizzonte le ricorrenze del Ottavo Centenario della professione di questa vita evangelica da parte sia di San Francesco che di Santa Chiara. Potremmo essere tentati di commemorare questi avvenimenti in modo “focloristico,” facendo finta d’essere Frati Minori o Sorelle Povere del tredicesimo secolo. Potremmo decidere tutti a parlare solo Latino per tutto l’anno, o mangiare solo minestre medioevali. Ma gesti del genere non potrebbero mai communicare in modo significativo le cose più importanti per Francesco e Chiara.



La nostra sfida è altra: intraprendere un discernimento, con la preghiera che sia “lo Spirito del Signore e la Sua santa operazione” al lavoro nella nostra immaginazione. Le domande che possiamo porci potrebbe essere le seguenti:

  • Quale segno o esempio possiamo offrire alle persone del nostro tempo capace di indicare il Vangelo come fonte e significato della nostra vita francescana? Potrebbe essere un segno commune, proposto sia dai Fratelli Minori sia dalle Sorelle Povere?




  • Quali elementi nel nostro modo di vivere la vocazione evangelica hanno bisogno di rinnovata cura, revitalizzazione, oppure riforma?




  • Qual è la “ parola”che siamo chiamati a dire nella Chiesa e nelle società che ci circondano oggi? Vi è una “parola nuova” che sorge dal profondo dei nostri cuori?




  • Abbiamo un esempio nuovo e creativo che siamo chiamati a vivere oggi? Forse uno impossible da concepire nelle generazioni anteriori? Cioè, esiste un “qualcosa” che è specificamente nostro da fare in questi tempi, una cosa che non soltanto continua ma aumenta il nostro vivere la vita secondo il Santo Vangelo?


Faccio le domande perche la tentazione di qualsiasi centenario è la tentazione delle autocongratulazioni, un rischio che dobbiamo evitare. Invece, con il cuore rivolto al Signore, dobbiamo chiederci cosa fa lo Spirito Santo nei nostri giorni, e rispondere con generosità, rilevando quella “santa operazione” and appoggiandola con la nostra collaborazione, limitata, sì, ma nondimeno importante. Ho fiducia che in questi giorni voi avete ricevuto l’ispirazione dello “Spirito del Signore,” che è stato al lavoro tra voi. Mentre ascoltiamo i suggerimenti che sono emersi da questo tempo di ascolto, preghiera e dialogo, ascoltiamo la voce del Verbo Incarnato che ci parla attraverso le nostre Sorelle.


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