Consorzio vini colli bolognesi dossier stampa




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CONSORZIO VINI COLLI BOLOGNESI - DOSSIER STAMPA


-Una storia antica


-L’origine e l’evoluzione del Consorzio
-A tutela della qualità e del consumatore
-Un ritratto del territorio
-I vini doc
-Focus sul Pignoletto
-La zona
-I suoli
-I numeri

CONTATTI:

Consorzio Vini Colli Bolognesi, tel. 051.6707752 www.collibolognesi.it


Vini dei Colli Bolognesi, una storia antica

La ricchezza delle colline e il pregio dei loro terreni sono gli elementi che da sempre legano intimamente i Colli Bolognesi alla reputazione delle vigne e dei vini. La storia dei Colli Bolognesi è infatti documentata da antiche e preziose testimonianze legate alle battaglie per la conquista dei numerosi castelli e rocche che dominavano la città di Bologna.

Già nel 973 Alberto, Vescovo di Bologna, concedeva al Vescovo di Parma, con la Chiesa di Monteveglio, 30 tornature di vigna.

Nel 1033 l’Abbazia di Nonantola concesse in enfiteusi alcuni vigneti di queste colline e, come canone, richiese annualmente, nel mese di settembre, otto moggi di “vini boni e di mosti”.

Numerosi sono gli estimi del 1300 che ricordano i cognomi di proprietari di vigneti sparsi nei Comuni collinari alle spalle di Bologna.

Un dotto trattato sui vini pubblicato a Roma nel 1596, in latino (A. Bacci – De Naturali vinorum historia), dedicava un capitolo del libro V ai “Bononiae vina”.

I vini di Bologna erano anche allora ricavati da vigne poste “in apricis collibus” e “sub Appennini radicibus”, cioè sui colli soleggiati alle pendici dell’Appennino. Tali colline, secondo la descrizione, producevano vino di bontà e quantità incomparabile.

Dall’archivio di Stato di Bologna risulta dagli statuti della “Compagnia dei Brentatori” che, per ogni corba di vino trasportato (litri 78,6), essi ricevessero un compenso massimo di 4 soldi.

Il “Bando generale sopra la tesoreria e Dazio del vino di Bologna suo distretto e contado”, firmato dal Camerlengo Cardinale Rezzonico il 21 ottobre 1767, fissava molte altre norme relative al vino ed ai Brentatori.

Alla fine del ‘700 il Calindri attribuì al ricco mercante Pietro Bignami di “avere mandati i suoi vini per mare a Roma, a Londra e Amburgo; di avere essi resistito alla navigazione; di essere riusciti di gusto squisito in quei paesi, di averne ricevuto la ordinazione più anni di seguito”.

Il resto è storia di oggi.

L’origine e l’evoluzione del Consorzio Vini Colli Bolognesi

Il Consorzio Vini Colli Bolognesi si è costituito il 2 luglio 1971 su libera iniziativa di alcuni produttori. E’ da allora aperto a tutti coloro che operano nel settore vitivinicolo del Comprensorio indicato nel disciplinare di produzione.

In qualità di “Consorzio Volontario” non ha scopi commerciali, ma si propone di difendere e tutelare la produzione dei vini Doc, incoraggiando la diffusione dei vitigni adatti all’ambiente e sviluppando iniziative per la conoscenza dei vini prodotti nel Comprensorio e la valorizzazione commerciale degli stessi. Una specifica Commissione di Degustazione controlla i vini sia analiticamente che organoletticamente prima di attribuire il contrassegno di qualità del Consorzio, marchio depositato a norma di legge, raffigurante l’Asso di Coppe. I vini Doc, prima di essere commercializzati, vengono sottoposti a un ulteriore controllo alla Commissione nominata dal Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali presso la Camera di Commercio.

Il Consorzio rappresenta oltre l’80% del volume della produzione della Denominazione ‘Colli Bolognesi’.

Il 29/07/1975 con Decreto del Presidente della Repubblica è stata riconosciuta la Denominazione di Origine Controllata dei Vini “Colli Bolognesi” ed il relativo disciplinare di produzione.

Il 12/02/1985 con D.P.R. è stato modificato il disciplinare esistente con l’inserimento del Pignoletto e del Cabernet Sauvignon.

Il 01/03/1990 il Consorzio ha richiesto una variazione di disciplinare per aggiungere le tipologie frizzanti ad alcuni vini.

Il 12/08/1995, con decreto, il Ministero delle Risorse Agricole, Alimentari e Forestali ha concesso tramite il Comitato Nazionale Vini l’inserimento di sette microzone di qualità nel disciplinare di produzione.



Il Consorzio Vini Colli Bolognesi per la qualità dei vini e la sicurezza del consumatore
Il Consorzio ha partecipato attivamente, tra i primi in Italia, a quanto stabilito dal D. M. del 29/05/2001 riguardante la tracciabilità del vino contenuto in ogni singola bottiglia.

Dal 16 ottobre 2002 il laboratorio di analisi chimiche ed enologiche allestito presso la sede del Consorzio (via Abbazia 30/2, loc. San Teodoro, Monteveglio – BO), è accreditato Sinal e quindi in grado di emettere certificati riconosciuti in tutto il mondo.

Dal 2004 viene attuato il Piano dei Controlli che il Consorzio ha presentato al Ministero. In esso sono previste le operazioni di verifica degli impianti in campo, della produzione dei vini nel rispetto di quanto indicato nel disciplinare fino ad arrivare alla bottiglia posta sullo scaffale di una enoteca o sulla tavola di un ristorante. A tutela del consumatore il Consorzio Vini Colli Bolognesi ha istituito un ulteriore strumento che consente di verificare la tracciabilità dei prodotti

anche attraverso Internet. Sulla bottiglia viene infatti posto un codice del lotto di produzione che permette, dal sito web del Consorzio (www.collibolognesi.it), di tracciarne la provenienza tramite la conoscenza degli estremi catastali e dei dati dell’azienda produttrice-vinificatrice-imbottigliatrice, di verificare la certificazione di analisi e l’idoneità alla commercializzazione del vino rilasciata dalla Commissione di Degustazione istituita presso la Camera di Commercio di Bologna. Basta entrare nel sito internet www.collibolognesi.it e cliccare nel banner della tracciabilità, poi inserire il codice alfanumerico del lotto stampato sulla bottiglia e dare l’avvio alla ricerca.


Un ritratto del territorio
Morbide colline che si protendono sulla pianura come balconate naturali, ora punteggiate da pievi e abbazie, ora come sorvegliate dalle solide, paciose case rurali bolognesi. Ma anche ville e palazzi nobiliari, che appaiono quasi improvvisi tra gli alberi secolari, e impreziosiscono il territorio, determinandone uno dei tratti salienti. E’ il paesaggio della zona vinicola dei Colli Bolognesi: una terra di antichi insediamenti, traffici commerciali e religiosi, ma anche di delizie e villeggiature di nobili famiglie bolognesi, come gli Albergati, i Marescalchi, i Ranuzzi, i Malaspina o i Cavazza Isolani.

Sono luoghi dall’aspetto sereno, i Colli Bolognesi, ma a volte ecco che irrompe la drammaticità di dirupati calanchi, di erte improvvise, di inestricabili boschi. Un paesaggio preappenninico, attraente da visitare, ma ‘intrigante’ anche per la viticoltura. Le vicende geologiche, l’orografia, la vicinanza stessa del bosco agli appezzamenti conferisce un ‘qualcosa in più’ al mix geoclimatico dei Colli Bolognesi, che l’agronomo-enologo Federico Curtaz giudica molto vicino, soprattutto per quanto riguarda la composizione del suolo, al suo Piemonte (non a caso, anche sui Colli Bolognesi una delle uve più anticamente diffuse è la Barbera). Storicamente, questa è una zona vocata alla vite: i primi documenti al riguardo sono delle abbazie di Monteveglio e Nonantola, e risalgono al 973 e al 1033!

Le aree vinicole dei Colli Bolognesi giacciono soprattutto esposte a sud, sulle dorsali individuate dai solchi vallivi del Samoggia, del Lavino, del Reno e, in misura minore, dell’Idice-Savena. La parte più ‘storica’ dei Colli Bolognesi è però compresa a sud della provinciale ‘Bazzanese’ (‘confine’ fra pianura e collina) e a ovest della ‘Porrettana’ (valle del Reno), davvero a due passi dalla città – da molte vigne si vedono la basilica di San Luca e le Due Torri. Ma, seppur qui le superfici a vigneto siano più sporadiche, la zona doc si estende anche sulle colline a sud della città, immediatamente a ridosso delle ultime case cittadine all’interno del Comune di Bologna, e a sud est, fino al comune di Monterenzio, ormai in ‘odor’ di Romagna.

Fino agli anni ’80 del ‘900, i bolognesi venivano qui a rifornirsi di vino in damigiana e tutt’al più solo qualche cultore della materia, fuori città, aveva sentito nominare il vitigno autoctono Pignoletto. Oggi, invece, sono 35 le aziende che producono e immettono etichette proprie sul mercato nazionale e internazionale (pur se i Colli Bolognesi continuano a essere la ‘cantina’ di Bologna e del suo hinterland, ancora con una quota significativa di vino in damigiana – davvero ottimo - e di vendita diretta). Alcune, almeno una dozzina, sono davvero titolate e conosciute su scala nazionale. Tutte le altre ‘sgomitano’ a distanza ravvicinata, manifestando una qualità media ragguardevole… Si tratta essenzialmente di aziende medio-piccole, con superficie vitata da 4-5 a 30-35 ettari, sia di tipo famigliare, sia più strutturate e imprenditoriali. Tutte, comunque, hanno fatto e stanno facendo importanti investimenti in vigna, in cantina e anche nell’accoglienza enoturistica.

I Colli Bolognesi sono anche uno scrigno di buoni sapori genuini, da sempre meta delle gite fuoriporta dei cittadini, ma oggi nuovo polo di un turismo enogastronomico di qualità, con riconosciuto appeal anche da fuori regione. Tartufo bianco (Savigno), ciliegie, salumi, parmigiano-reggiano (ricordiamo che la provincia di Bologna in sinistra Reno e all’interno del territorio d’origine) sono tra i prodotti tipici. Una serie di agriturismi, bed and breakfast, trattorie e ristoranti si concentrano nel territorio. Senza dimenticare che sono una ventina i soci del Consorzio Vini Colli Bolognesi che sono aziende agrituristiche. Uno status, quello di custode del patrimonio enoalimentare bolognese, e una vocazione, suggellati dalla nascita ufficiale di una delle prime “Strade dei vini” d’Italia, già a metà anni ’90: la Strada dei vini e dei sapori ‘Città, Castelli, Ciliegi’.

I vini Doc dei Colli Bolognesi



Pignoletto

Il vitigno autoctono ‘simbolo’ dei Colli Bolognesi, fiore all’occhiello del territorio. Un vino sincero, autentico, caratteristico. Il colore è giallo paglierino chiaro, il profumo è tipico varietale, delicato (fiori bianchi, biancospino, pera), quasi aromatico, il gusto è asciutto, con nota finale piacevolmente amarognola. Tradizionalmente prodotto frizzante in purezza, negli ultimi anni dimostra le sue potenzialità e il suo lignaggio anche fermo (soprattutto Pignoletto classico superiore), grazie alle tecniche accurate in campo e in cantina. Interessante anche la versione spumante, sia nel metodo classico che charmat.

Si abbina molto bene con alcuni piatti bandiera del territorio, come i tortellini in brodo. Ma funziona benissimo da aperitivo (delicato e leggero), con antipasti, verdure, uova, fritti (anche il classico gnocco fritto o crescentina bolognese), e perfino con piatti più particolari come le lumache; risulta quindi un vino da tutto pasto, ma soprattutto con carni bianche e formaggi freschi che ne valorizzano le caratteristiche. Ottimo anche con cozze, spiedini di crostacei, primi alle vongole o ai frutti di mare, pesce alla griglia. Per coglierne appieno la tipicità si consiglia di degustarlo giovane, stappando al momento a 8°-10°C.

Sauvignon


Un’espressione interessante, elegante, di questo vitigno dalla leggera aromaticità. Di colore paglierino, a volte con sfumature verdognole, nei Colli Bolognesi mantiene le sue classiche espressioni varietali, ma dimostra anche un’intrigante finezza di gusto e tipicità. Di un bel colore giallo paglierino intenso, il vino ha profumo delicato e caratteristico. Al palato è secco, pieno asciutto, ben strutturato ed armonico; inoltre è caldo di alcol. Si produce fermo mantenendo la sua tipicità e frizzante a fermentazione naturale (tipologia questa in disuso). Nel tipo superiore con le uve a gradazione alcolica naturale minima del 12%, con produzione e vinificazione delle medesime nella zona tipica del comprensorio in bottiglia "bordolese", tappo raso di sughero e l'annata di produzione delle uve. 

Ottimo a tutto pasto in quanto corposo, strutturato ed alcolico, con antipasti all'italiana, antipasti freddi, passatelli e tortellini in brodo, così pure coi tortelloni di ricotta ed alle erbette, zuppe, spiedini di carne bianca. Adattissimo con pesce fritto o in umido, al cartoccio e con le grigliate.

Nel territorio, si può abbinare anche con asparagi verdi di Altedo o piatti a base di asparagi.

Pinot bianco


Tradizionalmente coltivato nei Colli Bolognesi, anche se la denominazione non è attualmente molto utilizzata, dà vini sorprendenti per aroma e impatto gustativo. Bel colore paglierino, profumato spiccato, vellutato, generalmente di sapore asciutto e gradevolmente amarognolo. Si consiglia con antipasti freddi, alcuni salumi, creme, minestre in brodo, frutti di mare, pesce, crostacei, carni bianche, formaggi non troppo forti.

Riesling Italico


Non più diffuso come un tempo, rimane un vitigno della tradizione, diffuso nei Colli Bolognesi da quasi un secolo. Offre anch’esso punte di eccellenza che brillano per finezza. Il colore è giallo paglierino più o meno intenso, il profumo gradevole, molto fine, il sapore snello, vinoso, e allo stesso tempo morbido, caldo. Usi e abbinamenti simili a quelli del Pignoletto fermo: pesce, uova e anche prosciutto crudo.

Chardonnay


Anche questo classico vitigno internazionale è vocato nel territorio dei Colli Bolognesi. Non a caso: originario della Borgogna, e precisamente dalle vicinanze della città di Chardonnay, zona con terreno molto simile a quello del comprensorio Colli Bolognesi: calcareo, argilloso e molto drenato. 

Viene prodotto con vari stili, da quello più ‘fresco’ a quello più importante e strutturato, affinato in barriques. Le uve vengono usate anche per produrre spumanti. Giallo paglierino scarico con riflessi verdolini, nei Colli Bolognesi si esprime con profumo fine ed elegante, fruttato, caratteristico di mela golden e che ricorda la crosta di pane. Di sapore secco ed invitante, finissimo e "profondo", di mela e fiori di acacia, e armonico. Viene prodotto anche spumante nel metodo Charmat con rifermentazione termoregolata in autoclave, e col metodo classico con almeno 9 mesi di rifermentazione in bottiglia champagnotta e tappo a fungo di sughero.

Delicato e fruttato, è perfetto in ogni momento della giornata: da aperitivo, con minestre in brodo, verdure e paste con intingoli delicati. Qualunque tipo di pesce e piatti a base di uova, sono valorizzati dallo Chardonnay dei Colli Bolognesi 
Bianco

E’ un uvaggio Albana (60-40% – Trebbiano 40%-20%). E’ stato per decenni, in passato, il bianco tipico dei Colli Bolognesi, ma oggi sia i vitigni sia la denominazione sono scarsamente utilizzati come etichetta in bottiglia. Mantiene però un suo ruolo, come testimone della tradizione. Il colore è giallo dorato chiaro, il profumo vinoso e delicato (tipico dell’Albana), il sapore fresco e asciutto. E’ indicato come vino da pasto e per salumi, antipasti caldi, risotti e primi in genere, carni bianche e grigliate di pesce. Va bevuto giovane.



Merlot


Dalle versioni più fresche e pronte a quelle più importanti e austere, questo rosso sta regalando molte piacevoli sorprese nei Colli Bolognesi, dimostrandosi oltremodo vocato. E’ di colore rosso rubino, in certi casi con sfumature violacee, di profumo è delicato, leggermente erbaceo; sapore secco, accattivante, armonico, pieno e caldo. Si abbina molto bene con salumi, lasagne, cannelloni, tagliatelle e minestre in brodo, bolliti, grigliate, spiedini di carni rosse e bianche, funghi, carni allo spiedo, cacciagione leggera, agnello.


Barbera


Nei Colli Bolognesi trova il suo habitat ideale più a sud d’Italia. Viene proposto tipicamente frizzante (nella tradizione contadina, ma oggi non più, amabile), ma sempre più spesso anche in versioni ferme che raggiungono livelli pari a quelli delle sue regioni di appartenenza più blasonate. Colore rubino intenso, con sapore forte e caratteristico, corposo, giustamente acido, di solito asciutto Se è giovane e vivace, è indicato con bolliti di maiale, umidi (pollo, coniglio, cacciagione) e cacciagione leggera, carne ai ferri e arrosti.

Se è invecchiato, e quindi più strutturato, è indicato anche con capretto, anatra, selvaggina da pelo (cinghiale, capriolo, lepre), brasati e castrato.


Cabernet Sauvignon

Sia da ’giovane’ che come Riserva (dopo tre anni d'invecchiamento e con gradazione alcolica minima del 12% vol. riportando in etichetta anche l'annata di produzione delle uve) rappresenta i vini più sontuosi e prestigiosi espressi dal territorio, e, insieme al Pignoletto, diventa ‘vino bandiera’, spesso oggetto di alti riconoscimenti dalla critica internazionale. Nei Colli Bolognesi, alla pari del Merlot e del Barbera, il Cabernet Sauvignon si può considerare un ‘quasi autoctono’, essendo diffuso da decenni. Conserva infatti pienamente le caratteristiche varietali di vino piacevole e importante, con profumo intenso, nota erbacea e ‘terrosa’ inconfondibile, e note secondarie, frutto dell’affinamento, che ne traducono la personalizzazione di ogni cantina dei Colli Bolognesi. Si consiglia con cacciagione (lepre, cinghiale, capriolo e cervo), con brasati, carrè di maiale, carni glassate, e in genere con arni rosse importanti, quali quelle ottime e genuine provenienti dai vicini allevamenti dell’Appennino toscoemiliano.



Focus sul Pignoletto
Il Consorzio Vini Colli Bolognesi tutela la qualità e la ‘sincerità’ del ‘re dei Colli Bolognesi. Nella DOC, ottenuta nel 1985, sono ammesse per almeno l'85% le uve dell'omonimo vitigno, mentre le restanti uve devono provenire da vitigni a "bacca bianca non aromatici" autorizzate e prodotte solo nel comprensorio Colli Bolognesi.

Di questo vitigno particolarissimo non esistono precise e certe documentazioni scritte, ma molti riferimenti fondati.



Plinio il Vecchio nella sua "Naturalis Historia", scritta nel I secolo d.C., parla di un vino chiamato "Pino Lieto" che "non è abbastanza dolce per essere buono", e quindi non apprezzato, poiché è noto che gli antichi romani amavano il vino dolcissimo: però da tali affermazioni si può dedurre che nell'antichità il Pignoletto era già conosciuto.

Il Tanari, nel 1654, col suo trattato "Economia del Cittadino in Villa", fa precisi riferimenti ad "Uve Pignole" che sono coltivate nelle colline della provincia bolognese.



La foglia è pentagonale e trilobata, seno peziolare a V ampio, di colore verde cupo, lucida e liscia superiormente, mentre la pagina inferiore è più chiara. Il grappolo è medio, ma compatto o mediamente spargolo, allungato e quasi cilindrico con alatura; mentre l'acino è medio, di forma allungata e di colore verde ambrato. Il tralcio legnoso è lungo, robusto ed elastico, ma poco ramificato e di sezione ellittica; il fusto è di buona vigoria su terreno collinare calcareo, argilloso, molto drenato e ricco di micro e macro elementi che danno al Pignoletto le sue caratteristiche e particolarità più piacevoli. Il germogliamento è abbastanza precoce, verso la seconda decade di aprile, la maturazione delle uve ai primi di ottobre. L'utilizzazione è solo per la vinificazione. La coltivazione è a cordone speronato e a Guyot, ultimamente ad alta densità (fino a 5000-6000 piante per ettaro), pur se v detto che anche impianti di 40-50 anni, se gestiti in modo equilibrato, danno vini impeccabili e, anzi, intriganti.

Il vino ha un bel colore giallo paglierino scarico con riflessi verdolini e profumo delicato, fruttato, intenso dei fiori di biancospino, dal sapore secco, armonico, asciutto e abbastanza persistente; inoltre è fresco di acidità. Viene prodotto in varie "vesti": fermo, con caratteristiche e tipicità inalterate; frizzante a fermentazione naturale; superiore con gradazione alcolica naturale delle uve del 12%, vinificazione ed imbottigliamento nella zona tipica del comprensorio: la bottiglia è del tipo "bordolese a spalla alta" con tappo raso di sughero, con l'indicazione in etichetta dell'annata di produzione delle uve. Inoltre anche nei tipi spumante metodo Charmat, a rifermentazione termo-regolata in autoclave, e metodo classico, con minimo 9 mesi di rifermentazione in bottiglia champagnotta con tappo a fungo di sughero.

Le operazioni di vinificazione, imbottigliamento e di invecchiamento devono essere effettuate nella sola zona di origine. Nella vinificazione sono ammesse soltanto le pratiche enologiche locali, leali e costanti, atte a conferire al vino le sue peculiari caratteristiche di unicità. I vini DOC, prima di essere commercializzati, devono essere sottoposti al controllo della Commissione nominata dal Ministero presso la Camera di Commercio. Un'ulteriore specifica Commissione di Degustazione, composta da enotecnici e sommeliers, controlla i vini sia analiticamente che organoletticamente prima di attribuire il contrassegno di qualità, il marchio depositato a norme di legge raffigurante l’Asso di Coppe.

Il 4 agosto 1997, con D.M. pubblicato sulla G.U. del 2/9/97, è stato definitivamente riconosciuto da parte del Ministero e del Comitato Nazionale per la tutela dei vini a denominazione di origine e della Regione Emilia-Romagna la zona"Colli Bolognesi Classico" per il vitigno Pignoletto.

Il ‘classico’ deve essere ottenuto con uve Pignoletto 85%, ma possono concorrere anche le uve Pinot Bianco, Riesling Italico, Trebbiano Romagnolo presenti nei vigneti in ambito aziendale da soli o congiuntamente.

La resa massima è 90 quintali per ettaro.
La resa massima dell'uva in vino finito non deve essere superiore al 65%
E' esclusa ogni pratica di forzatura; è ammessa l'irrigazione di soccorso per non più di due volte all'anno prima dell'invaiatura.

Titolo alcolometrico volumico minimo naturale del 12%.


Tenore zuccherino massimo 6 gr/l
Estratto secco netto minimo: 16 per mille
Immissione al consumo solo dopo il 1° Aprile
E' obbligatoria l'indicazione dell'annata di produzione delle uve.

Per il Colli Bolognesi DOC. Pignoletto Frizzante la resa massima per ettaro è 120 quintali. La resa massima dell'uva in vino finito non deve essere superiore al 70%.


Per il resto il disciplinare prescrive le stesse indicazioni del classico.

La zona
La zona di produzione dei Vini dei Colli Bolognesi comprende solo Comuni di collina: in provincia di Bologna l’intero territorio di Monteveglio, Savigno, Castello di Serravalle, Monte San Pietro, Sasso Marconi, Marzabotto, Pianoro e in parte quelli di Bazzano, Crespellano, Casalecchio di Reno, Bologna, San Lazzaro di Savena, Zola Predosa, Monterenzio; e in provincia di Modena parte del territorio del Comune di Savignano sul Panaro.

La natura dei terreni si presenta molto varia per costituzione e giacitura. Esistono vaste zone di suoli sciolti (sabbiosi, conglomerati, arenacei, calcarei) e vaste zone di suoli argillosi (marnosi, arenacei, argille plioceniche, scagliose, scistose, a struttura plastica). Sono praticamente assenti i casi di affioramenti rocciosi ad esclusione di tufi ed arenarie, facilmente sfaldati dagli agenti atmosferici.

La versatilità dei terroir dei Colli Bolognesi, peraltro, ne costituisce un indubbio punto di forza, rendendo possibile l’offerta di una gamma di vini ampia e completa.

L’altimetria è compresa fra i 55 m di Bologna e i 500-600 m. I vigneti generalmente sono in terreni declivi, per la maggior parte dei casi fra i 100 e i 300 m di altitudine.



Le temperature sono del tipo continentale. La media annua di precipitazione oscilla fra i 600 ed i 1000 mm, ben distribuiti nell’arco dell’ anno.

I suoli bolognesi (da uno scritto di Federico Curtaz, tratto dal volume “I vignaioli dei Colli Bolognesi”, di Federico Aldrovandi, editore Pendragon Bologna)
I suoli su cui si sviluppa la vitivinicoltura dei Colli Bolognesi hanno avuto un’origine e un’evoluzione estremamente complessa. E’ una storia geologica legata da un lato alla formazione dell’Appennino, da un altro ai suoi movimenti di traslazione e in ultimo alla sua successiva trasformazione in tempi più recenti, dovuta all’erosione da parte degli eventi meteorici.

E’ una storia che Bologna e l’Emilia condividono in parte con il Piemonte: non a caso, infatti, la barbera ha trovato casa da queste parti su suoli pliocenici, definiti “astiani” dai geologi. La sequenza della formazione geologica che ha creato questi terreni è durata milioni di anni e ha come risultato un complesso mosaico di suoli, spesso molto differenziati tra di loro, pur appartenendo a unità di superficie piuttosto ravvicinate. E’ comunque nel periodo compreso tra l’Eocene e il Pliocene che questa storia assume una forma meglio definita. L’aspetto dominante di quel periodo sono le formazioni sedimentarie, di diversa natura, che compongono la stratigrafia delle rocce che danno origine al terreno agrario bolognese, dove troviamo marne, arenarie, argille e sabbie senza soluzione di continuità.

La maggior parte di queste rocce si è formata per sedimentazione in depositi marini, molto più estesi di quelli attuali in quell’epoca. La profondità del mare nei luoghi di deposito, la morfologia dei siti stessi, la turbolenza delle acque che trascinavano i sedimenti, oltre che la natura fisico-chimica dei materiali originari, hanno differenziato le formazioni rocciose che vediamo ora affiorare. Le arenarie sono depositi di sabbia cementata, mentre le marne sono il frutto della sedimentazione di particelle più fini come limo e argilla. Le sabbie gialle, mescolate a residui fossili, sono frutto di depositi costieri, in mari poco profondi e caldi. Solo la parte basale delle colline che sfiora la pianura padana è composta da alluvioni più recenti derivate dalla naturale erosione delle montagne circostanti, dove si possono trovare anche detriti più grossi, colombacci e ghiaie di varia natura, oltre che argille rosse.

La disgregazione delle matrici rocciose basali dà origine alla tessitura dei vari terreni, che, unita alla profondità dei manti, caratterizza i suoli.

La natura di questi terreni conferisce caratteri particolari all’uva che si origina nei diversi terreni. Le argille e i limi danno polpa, spalla, potenza tannica, più in generale struttura e colore ai mosti. La sabbia conferisce salinità, profumi, longevità, eleganza naturale ai vini. I vitigni sembrano fare l’occhiolino al terreno, preferendo la predominanza di un tipo di tessitura del suolo piuttosto che un’altra. Cabernet e Barbera sembrano preferire le sabbie, dotati come sono di tannini e antociani, Pignoletto e Merlot preferiscono avere un po’ di argilla, che li eleva nella polvere e nella freschezza.

I numeri

Soci: 120

Soci imbottigliatori: 42

Bottiglie: 1.708.364

Ettari: 1.179 circa

Altitudine vigneti: 50 – 500 m

Primi documenti attestanti la viticoltura nel territorio: 776 e 973 (sec. VIII e X)
Aziende agrituristiche: 20
volumi totali vendemmia 2007: 42.559 q.li di uva
Comuni collinari interessati:
Castello di Serravalle

Savignano sul Panaro (MO) (in parte)

Savigno

Bazzano (in parte)



Monteveglio

Crespellano (in parte)

Zola Predosa (in parte)

Monte San Pietro

Marzabotto

Sasso Marconi

Casalecchio di Reno (in parte)

Bologna (in parte)

San Lazzaro di Savena (in parte)

Pianoro


Monterenzio (in parte)


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