Ci sara' la conciliazione con le tintolavanderie




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CI SARA' LA CONCILIAZIONE CON LE TINTOLAVANDERIE


Le Regioni dovranno promuovere, d'intesa con le Camere di commercio e con la partecipazione delle associazioni dei consumatori la costituzione di commissioni conciliative per la soluzione rapida delle controversie tra consumatori e tintolavanderie in caso di danni agli indumenti o smarrimenti degli stessi. Lo ha stabilito la legge n. 84/2006, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 13 marzo scorso, che ha disciplinato per la prima volta l'attività delle tintolavanderie. La legge ha aggiunto che nella soluzione delle controversie si farà riferimento agli usi e consuetudini raccolti dalle Camere di commercio, che per la verità sono diversi da provincia a provincia. In più sulla materia ci sono diverse sentenze della Corte di cassazione, la quale ha stabilito che alla attività di tintolavanderia si applica l'art. 1176, secondo comma, del Codice civile, con la conseguenza che la diligenza nell'eseguire il lavoro a regola d'arte non è solo quella generica del buon padre di famiglia, bensì la diligenza più intensa e concreta che incombe al lavoratore qualificato ed esperto in una certa attività professionale. Tale concetto è stato ripetuto dalla nuova legge che ha riaffermato l'obbligo di diligenza con espresso riferimento proprio al secondo comma dell'art. 1176 del Codice civile, aggiungendo però che non c'è responsabilità della tintolavanderia per danni agli indumenti qualora l'etichetta di composizione del tessuto o quella di lavaggio riportino indicazioni inesatte o non veritiere. La giurisprudenza ha ritenuto comunque che, se nell'indumento manca l'etichetta di lavaggio

(quella di composizione è obbligatoria), l'esercente può rifiutarsi di pulire l'indumento, ma se l'accetta si prende la responsabilità degli eventuali danni.



Peraltro, molte lavanderie rilasciano al clienti una ricevuta nella quale riconoscono un risarcimento fino a sette volte il prezzo di lavaggio se l'indumento è danneggiato o smarrito. Questo può andare bene per un capo d'abbigliamento di prezzo corrente, ma certamente non soddisfa per un giaccone di montone o un vestito di seta. Si tratta comunque di una condizione vessatoria perché è una limitazione al risarcimento del danno e dovrebbe essere espressamente sottoscritta dal cliente in base all'articolo 1341 del Codice civile, altrimenti non ha alcun valore; anzi, una volta sottoscritta, la clausola continua ad essere vessatoria e può essere dichiarata inefficace ai sensi dell'articolo 33 del Codice del consumo (D. L.vo n. 206/2005).

Fonte: Scelte del Consumatore - apr. 2006


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