Annalena Tonelli




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Centro Socioculturale Ricreativo “Annalena Tonelli ”

Via Galletta 42 – Le Mura San Carlo – San Lazzaro di Savena
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Ceramiche Bolognesi 1750 – 1980 (*)

Allegato alla serata

Ceramiche Bolognesi” del 14 marzo 2014



a cura di Maurizio Cavazza

maurizio.cavazza8@virgilio.it



  1. Le Manifatture Colle Ameno, Rolandi, Finck ed Aldrovandi

A metà del Settecento a Bologna le maioliche di pregio più note e diffuse venivano da Faenza,

dalla famosa fabbrica del conte Ferniani, venivano da Firenze, dalla fabbrica del marchese Ginori di Doccia, venivano da Dallari di Sassuolo, da Antonibòn di Bassano e da pochi altri.

A Bologna vi erano varie fabbriche ceramiche volte soprattutto alla produzione di stovigliame di uso corrente.

Forse solo Nardozzi , Brazzetti e Bragaglia meritano un appellativo più alto che non quello di “ pignattari “, ma la loro produzione non è in grado di soddisfare le esigenze medio-alte del mercato.

Le svolte decisive della Ceramica Bolognese nel 700 avvengono sotto il segno della tecnica.

Dai modi tradizionali di lavorazione delle buone argille locali si passa allo smalto stannifero della maiolica che poi con la tecnica del “piccolo fuoco” tende ad appropriarsi dei preziosismi della aristocratica porcellana , ( peraltro mai prodotta a Bologna,) e poi della “ terraglia ad uso d’Inghilterra”.
Nel 1758 il marchese Filippo Carlo Ghisilieri, nell’ambito del progetto Colle Ameno ( un villaggio industriale autosufficiente accanto alla sua villa di Pontecchio Marconi ), vi apre anche una ceramica.

Il suo tecnico, Pedroni, ha ritrovato in quei luoghi, dopo molte ricerche, “ una terra con cui si formano perfetti lavori di Maiolica” (Malagola).

La terra in oggetto altro non è che quella dei calanchi vicino a Colle Ameno.

La Manifattura di Colle Ameno, sotto la direzione di Pedroni e dell’abate Moratti produce una vasta gamma di oggetti :

“..piatti, tazze da brodo, chicchere da caffè e chioccolata, zuccariere, terrine, cattini e rinali, candelieri, spudarole, spergoli d’acqua santa, pomoli da zanetta, lucerne da oglio, orinali da donna, corredi per la tavola ... “ ( Bertocchi)

La buona qualità della produzione di Colle Ameno è anche il risultato di una buona scelta della mano d’opera ; il marchese Ghisilieri è generoso con le retribuzioni e strappa validi collaboratori ad altre manifatture emiliane consentendo anche lo svilupparsi di talenti artistici misconosciuti altrove.

Una grande mobilità in ceramica degli operai qualificati è una costante ; da una ceramica all’altra trasferendo conoscenze e abilità acquisite.

Un esempio della qualità della produzione di Colle Ameno sono i vasi da farmacia a forma di albarello di varie dimensioni.

Sono maioliche turchine apprezzate anche dal pubblico più esigente.

Colle Ameno produce buone e belle cose, ma in maniera diseconomica , con grandi scarti di produzione e necessità di sovvenzioni da parte del Marchese.

Infatti alla sua morte il figlio la chiude.

La produzione di Colle Ameno è durata meno di dieci anni.

Il nuovo proprietario affitta la fabbrica a due noti maiolicari Antonio Rolandi e Giuseppe Finck, che si sono formati in giro per l’Italia e già hanno avuto una loro attività a porta San Vitale, aperta con l’aiuto del senatore Hercolani.

I nuovi gestori, forti delle loro precedenti esperienze personali, introducono a Colle Ameno la lavorazione della maiolica fine, in aperta concorrenza come qualità con quella di Faenza.

Ma ben presto i due lasciano Colle Ameno, ritornano in città e si mettono produrre in proprio.

Colle Ameno vivacchia un poco, ma nel 1781 i locali sono già trasformati in una osteria.


Finck e Rolandi lavorano per qualche tempo insieme i prodotti di questo periodo sono di difficile attribuzione fra i due.

Poi c’è la separazione : Rolandi resta nella fabbrica di via San Vitale, produce fino al 1783 anno in cui muore.



Finck apre due botteghe in Strada San Mamolo e via San Felice 38,di fronte alla chiesa della Carità.

La produzione di Finck, oltre che di qualità artistica alta è tecnicamente evoluta.

Finck introduce nel processo produttivo il forno a riverbero per la cottura “ a terzo fuoco” o “a piccolo fuoco”, per la temperatura meno elevata ( circa 650 C°) e che consente la cottura di smalti colorati rossi e verdi, con una terza cottura del manufatto già dipinto.

Un tipo di decoro molto richiesto è quello alla orientale, sempre su fondo bianco, con fiori e pagode, disegni ispirati alle porcellane orientali ; molto usato anche il decoro alla rama

(dialettalmente alla ramma), costituito da fiori e rametti e da un piccolo uccello in volo che ricorda, se non fosse per il colore, quello di Colle Ameno.

Altro decoro di Finck è quello a paesi verdi.

Sono di Finck i vasi che si ammirano nella Farmacia Toschi di via S.Felice, un tempo di Pietro Galli.

Gli affari prosperarono e Finck associò a sè il fratello Leopold, meno dotato però di lui, e ebbe forti crediti sulla stima da parte del conte Pallavicini che abitava in via San Felice vicino a lui.

Nel 1789 Giuseppe Finck muore.

La vedova richiama Leopold, poi subentrano altri soci e gestori e infine nel 1817 la manifattura chiude definitivamente.


Nel 1794 il conte Carlo Filippo Aldrovandi Marescotti apre una fabbrica di ceramica nel secondo cortile del suo Palazzo in via Galliera 8.
Fornito di larghi mezzi finanziari e nutrito di una buona formazione culturale il conte Aldrovandi coltivava l’amicizia di artisti, di scienziati, di persone notevoli, con animo aperto e libero. Nel palazzo di via Galliera trovavano splendida ospitalità le sedute di accademie culturali e i conversari dotti ed amabili dei numerosi amici.

Forse sotto l’influsso di amici inglesi o di qualcuno pratico dell’arte il conte si metteva a studiare seriamente il modo di produrre le “ Terraglie dette d’Inghilterra” non in modo artigianale ma per quanto possibile in grande “ ( Bertocchi-Liverani : ‘Ceramiche Bolognesi del ‘700’ )
La produzione Aldrovandi sarà quindi soprattutto la terraglia .

Considerata un genere inferiore fino al 1770, viene rivalutata da Josuah Wedgwood che riesce a produrre una pasta leggera di colora avorio che viene detta “ mezza porcellana” ( infatti al tocco emana un suono simile alla porcellana)

Un uomo dell’Aldrovandi, Paolo Pizzoli, è stato inviato l’anno precedente nella manifattura di Wedgwood, per carpirne i segreti.

Al suo ritorno si dedica al reperimento di mano d’opera qualificata : Finck e Rolandi sono già morti, le loro manifatture sono in crisi, personale di buona qualità è sul mercato.

La qualità della terraglia prodotta da Aldrovandi è buona : l’impasto è costituito da terra di Vicenza e marmo di Carrara, la vernice è un miscuglio di litargirio olandese, sale marino e selce delle nostre montagne.

Dal punto di vista estetico si richiama a modelli greci e romani, a modelli egizi : è l’epoca e di Winckelmann e della nascente egittologia.

La fabbrica produce oggetti per la casa, piatti, zuppiere, vasi, calamai, vasi da speziale, centritavola, statue. E produce pipe di grandissimo gusto e qualità, delle quali oggi restano disegni, ma non più esemplari

La manifattura Aldrovandi giunge in pochi anni per qualità di produzione e stile ad essere stimata e conosciuta anche fuori della città.

Lo stesso conte Aldrovandi ne cura gli affari sulla piazza di Milano, dove ha incarichi politici.

Tuttavia anche l’impresa di Aldrovandi necessita di robuste iniezioni di capitali per mantenersi;, anche se “..il guadagno era l’ultima delle cose che il conte Aldrovandi pretendeva dalla sua manifattura “ (op.cit.)

Dopo l’uscita di Pizzoli entrano in società altri come Barera e Roversi, che infine rilevano il tutto: nel 1813 Aldrovandi non è più il proprietario.

La terraglia bianca è ancora di moda e la produzione prosegue.

Si afferma per breve periodo la decorazione a decalcomania e alcune testimonianze dimostrano i buoni risultati raggiunti.

Nel 1843 la fabbrica è rilevata da Giuseppe Ferlini, stravagante medico bolognese.

Di grande qualità il servizio da tavola che viene eseguito per il soggiorno bolognese di Pio IX nel 1857..

Passando per vari proprietari la Ceramica Aldrovandi prosegue la sua produzione basata sui modelli tradizionali e affinando le tecniche di impasto e lavorazione ancora per molti anni.

Chiuderà ai primi del ‘900.
(*) Liberamente tratto, con modifiche, da scritti di Francesco Liverani, Giorgio Bertocchi,

e Nicoletta Barberini

B) Le Ceramiche Minghetti
Nel 1858 Angelo Minghetti, autodidatta di genio, apre a Bologna, presso il Palazzo Pepoli, una manifattura di maioliche artistiche ispirate allo stile neorinascimentale.

Precedentemente aveva operato in un suo piccolo forno presso la Montagnola e presso la Ceramica Bucci di Imola . La sua produzione è presto conosciuta in tutto il mondo: le maioliche artistiche Minghetti di fine ‘800 ed inizio ‘900 sono inconfondibili per i decori a grottesche e a raffaellesche, per i putti e per i draghi alati, per i giochi di colore azzurro, verde chiaro e giallo su fondo bianco. Famoso è il servizio realizzato nel 1888 per il francese Antonio d'Orleans, Duca di Montpensier, composto all'origine da novecento pezzi, modellati per la parte scultorea da Alessandro Massarenti. I Minghetti parteciparono alle più importanti manifestazioni italiane ed estere tra le quali l'Esposizione della Agricoltura Industriale a Bologna, la International Exhibition of World a Londra, la Mostra Internazionale di Vienna e, nel 1878, l'Esposizione Universale di Parigi.


Nel 1885 Angelo Minghetti muore e gli succedono i figli Gennaro e Arturo. Il primo si specializza nel decoro a grottesche, il secondo nella pittura di figure e di paesaggi. Gennaro insegna anche alla scuola di Faenza e stringe buoni rapporti con il suo fondatore Gaetano Ballardini. La figlia Cesira sposa Cesare Zanichelli, figlio di Nicola, fondatore dell'omonima Casa Editrice.


Ai circa 30 lavoranti si affiancano artisti locali, quasi tutti insegnanti delle Accademie di Belle Arti, quali ad esempio Massarenti, Colombarini, Pasqualini, Carpigiani e Vincenzi per la scultura e Scabia, Lambertini, Corticelli, Zagni e Santi per la pittura.
All'inizio del ‘900 entrano a far parte della Fabbrica anche i figli di Gennaro e di Arturo: Angelo,

figlio di Gennaro, diplomato in scultura, Aurelio, che diverrà un apprezzato critico d'arte, e le figlie Margherita e Itala che divengono abili decoratrici insieme alle figlie di Arturo, Eleonora e Laura. La produzione media era di circa 4.000 pezzi l'anno e l'argilla chiara era fornita dalle cave di Paderno, oggi completamente esaurite.


Nel 1925 muore Gennaro e nel 1930 lasciano la Fabbrica la figlia di Gennaro Itala e il marito Luigi Santi.

Rimane il prof. Alcino Cesari che nel 1962 cede la Fabbrica e il negozio di Piazza Galvani alla moglie Dora Vicoli. Nel 1967 cessa l'attività della Fabbrica e nel 1989 chiude anche il negozio.








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