Alberto moravia




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ALBERTO MORAVIA

(Liberamente tratto da Giuseppe Giacalone –La Pratica della Letteratura Novecento–Guida Modulare alla storia della letteratura Italiana Antologia Tomo II F.lli Ferraro Editori 1997 Pag. 858-899; Redazione Virtuale de «La Libreria di Dora» )


Vita
Alberto Moravia è nato a Roma il 28 novembre del 1907 da Carlo Pincherle architetto e pittore e da madre anconetana della famiglia De Marsanich. Fino all’età di 9 anni "la vita del piccolo Alberto si dipana in una duplice direzione: nella reale consistenza del mondo borghese in cui è nato, tra le cure affettuose delle sorelle Adriana ed Elena; e in quello ben più vero, ma crudo e disarmante, d'una Roma suburbana, con le sue miserie e le sue costrizioni esistenziali" (Pandini).

A circa dieci anni, Moravia si ammalò di tubercolosi ossea secca e per questa ragione dovette interrompere gli studi ginnasiali e, costretto a stare a letto, si diede alle letture degli autori preferiti: Dostoevskji, Goldoni, Shakespeare, Baudelaire, Leopardi, Manzoni, il teatro classico, Eliot, Apollinaire. In questo clima nasce la sua vocazione di scrittore precoce. Dal 1923 al 1924 la malattia raggiunse punte assai gravi, ma le cure indovinate e precise del sanatorio lo portarono alla guarigione e nel 1925 poté trascorrere a Bressanone un periodo di convalescenza.

Moravia intraprese a scrivere Gli indifferenti sin dal 1925, ma lo pubblicò nel 1929 a proprie spese, in quanto l’editore Alpes di Milano pretese cinquemila lire per la pubblicazione del suo romanzo.
Il romanzo per il suo successo critico e per il suo spirito polemico-realistico mise in contrasto Moravia col regime fascista, tanto che preferì evadere dal clima oppressivo del regime recandosi a Londra nel 1931 e poi a Parigi, quindi a New York nel 1934, chiamato da Prezzolini alla Columbia University, dove tenne conferenze su Manzoni, Verga, Fogazzaro, D'Annunzio. Nel 1935 ritorna in Italia e intanto finisce la guerra etiopica e Mussolini si avvicina alla Germania, dando luogo a una politica imperialistica culminante nell'Asse Roma-Berlino.
Ricominciò di nuovo i viaggi, e gli anni tra il 1933 e il 1943 furono i peggiori della sua esistenza dal punto di vista della vita pubblica, per le persecuzioni naziste contro gli ebrei. Egli stesso dichiarava:
Forse per questo facevo tanti viaggi, per sottrarmi ad un'atmosfera avvelenata dalla menzogna, dalla paura e dal conformismo.

Avvenimenti importanti in questo periodo furono il matrimonio con Elsa Morante (1940) e, subito dopo un periodo di fuga e latitanza, in seguito al quale riuscì ad arrivare con la moglie a Fondi, dove trovò ospitalità presso la famiglia di un conoscente, il giudice Mosillo, che lo fece alloggiare in un cascinale; ne La Ciociara rivivranno molte delle esperienze di questo periodo. Nel 1945 fu premiato per il romanzo Agostino, scritto nel 1943. La fine della guerra dette la possibilità all’autore di riprendere la sua attività con la pubblicazione de La romana (1947), La disubbidienza (1948) e Il conformista (1951).

Nel 1952 gli viene assegnato il premio Strega e i suoi libri, mentre da un lato venivano messi all’indice, erano tradotti in quasi tutte le lingue e alcuni utilizzati come argomenti di grandi films di successo in chiave neorealistica: La romana con la regia di Zampa, i Racconti romani con la regia di Franciolini, La ciociara con la regia di De Sica, Gli indifferenti con la regia di Maselli.

La produzione moraviana, dal '47 al '59, cioè da La romana ai Nuovi racconti romani (1959) è stata infatti giudicata da certa critica come quella più aderente alla poetica del Neorealismo. "Ma a ben vedere Moravia, se si eccettua il linguaggio neorealistico dei bozzetti di tipo popolare, resta ancora fedele alla sua "indifferenza" di inizio, quale sostanza d'una pena esistenziale nei confronti della crisi sviluppatasi in seno all'umanesimo tradizionale" (Pandini).


La classe dirigente italiana nell’immediato dopoguerra provocò una forte reazione al neorealismo, suscitando atteggiamenti polemici più impegnati sul fronte della neoavanguardia, e Moravia, intravedendo nella polemica l’ipocrisia di una società rimasta conformista, riprese a lavorare nel teatro, nella speranza di avere la possibilità di un colloquio più diretto e di una denunzia più efficiente e costruttiva per il pubblico. Testimonianza di questa crisi sono i suoi numerosi viaggi all'estero e La noia (1960) in cui Moravia recuperava "il suo tema preferito, ricollegabile alle sorti di scacco e d'impotenza della indifferenza d'inizio, con abbondanza di tesi da dimostrare intorno al tema antico della sua atonia morale, che trova nel clima sociale e ideologico degli anni Sessanta una nuova significazione e una sempre maggiore evidenza nel senso di distacco da una realtà inautentica.


L'inizio del nuovo decennio segna anche una svolta nella produzione e nell'impegno culturale di Moravia. Il romanzo, come forma espressiva tradizionale, è messo in crisi dal nascere delle neoavanguardie. Il Gruppo 63, in un convegno tenutosi a Palermo, entra in polemica con Moravia [...] Moravia, molto sensibile a queste pressioni, rivede il suo lavoro e inizia la composizione di un nuovo romanzo, L'attenzione, che si configura come “romanzo nel romanzo" (Pandini).


Con Siciliano e Dacia Maraini (intanto si era separato da Elsa Morante) fonda una compagnia teatrale detta del Porcospino. Ma l'opera teatrale di Moravia, pur testimoniando la vivacità e la vitalità di uno scrittore di forte vena, non aggiunge nulla alla sua validità di artista narrativo; testimonia soltanto la minore fiducia del nostro autore nel romanzo, mentre lo fa rivolgere sempre più al saggio-racconto. Il segno della sua insoddisfazione traspare nel romanzo Io e lui (1971).


Tra le altre opere si ricordano i romanzi: La vita interiore (1978); 1934 (1982); L'uomo che guarda 1985); Ritorno a Roma (1989) e, postumo, La donna leopardo; i volumi di racconti: La cosa (1983), La villa del Venerdì e altri racconti (1990).


Muore  a Roma il 26 settembre 1990. Negli ultimi anni si era ''impegnato-controvoglia''  per il disarmo e contro le guerre come parlamentare europeo-indipendente eletto nel Partito comunista
Opere

GLI INDIFFERENTI

Pubblicato nel 1929, Gli indifferenti fu l'opera che consacrò la fama di Alberto Moravia


RIASSUNTO.

Per la sua diagnosi Moravia ha preso ad esempio tipico la famiglia Ardengo che possiede una sontuosa villa al centro di Roma, la cui area fabbricabile ha un valore inestimabile. Leo Merumeci, spregiudicato dongiovanni della società bene romana degli anni fascisti, ha prestato denari alla vedova Mariagrazia proprietaria della villa ed anche sua amante. Ma egli è ormai annoiato di questa relazione, anche perché, avendo ipotecato la villa, si ritiene già virtualmente il proprietario legittimo. Michele, il figlio di Mariagrazia, è disgustato di questo rapporto di Leo con la madre, anche perché disprezza Leo per la sua natura di affarista e di dongiovanni, per la sua natura ambigua in cui sesso e denaro sembrano cooperare ai fini di un tornaconto vergognoso. Ma, nonostante le sue idee sane e tradizionali, egli è troppo inetto per prendere una decisione radicale e cacciare via di casa Leo, e in realtà finisce con l'accettare la situazione di fatto. Intanto, la sorella Carla, nonostante sia a conoscenza del rapporto amoroso di Leo con la madre, accetta, sia pure senza entusiasmo, la corte di questi, dandogli un appuntamento in una rimessa della villa; lo stupro qui non può avvenire perché la ragazza, essendo stata ubriacata da Leo, si sente molto male. Leo, però, non disarma; va a cercare Lisa, sua vecchia amante, ma ora innamorata di Michele. Respinto da questa, torna alla carica con Carla, invitandola a casa sua e, finalmente, possedendola.

Soltanto Lisa è a conoscenza del rapporto amoroso di Leo con Carla, e lo rivela a Michele, cercando di svegliarlo dal suo torpore morale e dalla sua indifferenza, e, nello stesso tempo, dimostrandogli chiaramente di amarlo. Suggestionato da Lisa, Michele prende la decisione di affrontare Leo, compra una pistola e si reca alla casa di lui, sorprendendo anche la tresca amorosa con la sorella. Preme il grilletto, ma l'arma è scarica, perché egli ha dimenticato di caricarla. Fallito questo tentativo supremo dell'azione di Michele, questa velleità di rivalsa morale, la vita di quella famiglia precipita di nuovo nella corruzione morale. Leo, preoccupato di perdere la villa, decide di sposare Carla, la quale accetta; lo stesso Michele accetta il fatto compiuto, diventando socio nei loschi affari di Leo.

Il romanzo termina con una mascherata. Mariagrazia si è travestita da spagnola, la figlia Carla da Pierrot bianco per recarsi a un ballo in maschera, invitati e accompagnati da Leo, recitando ormai senza fine il ruolo delle loro parti ipocrite, come del resto anche Michele e Lisa. La conclusione del romanzo indica la piena sconfitta degli ideali onesti e tradizionali della famiglia e il trionfo di Leo, cioè dell'individuo spregiudicato espressione di una società in crisi, ma tuttavia ancora ipocritamente legata ai suoi pregiudizi. Infatti Leo "ripara" alla sua colpa sposando Carla, ma della morale della famiglia non resta in realtà che la sola apparenza:


Carla avrebbe sposato Leo... vita in comune, dormire insieme, mangiare insieme, uscire insieme, viaggi, sofferenze, gioie... avrebbero avuto una bella casa, un bell'appartamento in un quartiere elegante della città... qualcheduno entra nel salotto arredato con lusso e buon gusto, è una signora sua amica, ella le viene incontro... prendono il tè insieme, poi escono; la sua macchina le aspetta alla porta; partono... Ella si sarebbe chiamata signora, signora Merumeci.

Questa è la morale ipocrita della società borghese descritta da Moravia: e tutti l'accettano con indifferenza, anche Michele che pure si era dibattuto in tutte le sequenze del romanzo tra il desiderio di ribellarsi e la necessità di accettare quella situazione ipocrita; gli è sempre mancata, però, la fede nell'azione. Un po' più di fede, ed egli avrebbe ucciso Leo e sarebbe diventato puro e limpido nella sua coscienza come una goccia d'acqua.

La verità è che la società corrotta finisce col corrompere anche i puri, con l'inquinare anche le coscienze oneste, che non vorrebbero accettare la corruzione e l'ipocrisia. In una società, come quella descritta da Moravia, il successo è quel che conta, i sentimenti autentici non hanno alcun posto; e Leo è il simbolo dell'uomo borghese perfettamente in linea con la corruzione di una società che ha elevato a idoli denaro e sesso. Tutto in questa società diviene comico e falso, perché non c'è sincerità e autenticità di sentimenti; e Michele non è fatto per questa vita, ma la sua incomunicabilità lo rende anche inetto.

L’incapacità del romanzo di assurgere al tono tragico, nonostante la materia drammatica e la virtuale strutturazione teatrale, è condizionata all'alienazione vitale e all'indifferenza costituzionale di Michele, a cui è sempre mancata la fede per raggiungere la catarsi uccidendo Leo. Questa incapacità di adattamento e di azione rende grottesco non solo Michele, ma anche tutto il tono del romanzo, che ha perso appunto ogni tono da tragedia, sebbene narri una tragedia.


Gli indifferenti (1929) costituiscono un romanzo di rottura con ogni aspetto della cultura italiana del tempo, non solo per il fatto che nel contesto di una cultura surrealista e decadente in crisi diede un primo esempio di realismo, ma anche per il fatto che egli immetteva nell'arte narrativa un mondo inconsueto. "La realtà che l'autore traduceva ne Gli indifferenti e i modi linguistici, di cui si valeva, accusavano una franchezza morale e una disinvoltura tecnica veramente singolari e, in gran parte, inedite nella nostra letteratura contemporanea. Quel che colpiva in questo suo primo romanzo era la convergenza d'un contenuto ostensivamente immorale e squallido con un'espressione secca e sbrigativa, anch'essa disadorna e impoetica. Il trattamento ch'egli riservava ai suoi attori era contrassegnato da un distacco intellettuale che gli permetteva di alienarli da se stesso e di atteggiarli in una parvenza di oggettività talmente fredda e scostante da poter sembrare quasi una diagnosi clinica" (Battaglia).

L’autore, come si è detto, non aveva l’intenzione di porre sotto accusa diretta il fascismo, ma gli stessi modi realistici della narrazione costituivano già un segno di protesta e di rottura. Il romanzo infatti implicava una violenta accusa della struttura morale della famiglia borghese, e della società che aveva mistificato i valori dell'etica ufficiale piccolo-borghese del Fascismo.


''Gli Indifferenti'' per lo stile, la descrizione, le atmosfere è molto vicino ad un realismo di tipo esistenziale, esso anticipa di qualche anno ''La Nausea' di Sartre un romanzo che segna la letteratura e la filosofia esistenzialista europea.

Siamo certo nel solco del Decadentismo e nello stesso tempo oltre

-il punto di partenza è rappresentato dalla crisi dei valori del secolo XIX

-il personaggio, i personaggi, operano e vivono privi di affetti e di slanci ideali in una maschera di ipocrisia, ma l'impostazione di Moravia è ''esistenziale'' vale a dire descrive in modo crudo e realistico il deserto ove si muovono gli uomini criticando implicitamente tutto un ambiente borghese decadente, nello stesso tempo manca ogni rifugio o esaltazione o ancora fuga puramente esteriore da quella situazione

Decadentismo esistenziale, quindi o realismo esistenziale



Moravia esordì con Gli indifferenti, concependo un romanzo compiutamente realizzato, come si può di solito riscontrare in uno scrittore all’acme della propria carriera. La materia è greve, focalizzata su un groviglio di esistenze prive di qualsiasi ideale, grette e moralmente meschine, prive di volontà, i cui incerti tentativi di riscatto sono destinati a fallire in un contesto freudiano. Paradigmatica è la pistola, che Michele “dimentica” di caricare, rifiutando a livello inconscio quella volontà di reazione che pare animarlo. Non resta che continuare ad avvoltolarsi “come porci nel brago”, senza stabilire un rapporto autentico con gli altri e con la realtà in un’opacità di coscienza che Moravia constata con un rancore affatto privo di pietà ricollegandosi al filone dell’inetto incapace di vivere percorso anche da Svevo e facendo dell’indifferenza un paradigmatico atteggiamento esistenziale. Sul piano formale il romanzo fornisce un esempio di prosa sagace, precisa, aderente alle cose, realistica in aperto contrasto con quella dominante in quel periodo e nel precedente. Un certo alone di scandalo, per la scabrosità della vicenda non fu estraneo al successo del romanzo, ma il vero “scandalo” era la demistificazione dello stereotipato moralismo fascista che Moravia aveva osato attuare, svelando la carenza di valori etici e civili celata sotto l’asserita rispettabilità e “sanità morale” della borghesia, e quindi della classe dirigente. Tale valore polemico non sfuggì alle gerarchie fasciste e il romanzo subì violenti attacchi ed ostacoli per le successive edizioni. L’indifferenza per Moravia, consiste nell’incapacità di interessarsi al problema etico. Tale amoralismo implica l’incapacità dell’individuo di rapportarsi con il mondo avviluppandosi in un bozzolo di solitario egoismo. L’indifferenza si trasforma in impotenza, in accettazione passiva della realtà in ipocrisia e totale incomunicabilità. Lo smarrimento dei valori tradizionali non è stato riempito da nuovi significati. L’alienazione dell’uomo moderno, l’incomunicabilità di cui è vittima, sono per Moravia abominevoli e la ricerca di un’adesione alla vita, anche a scapito della problematica morale, è compiuta fisicamente, per mezzo di elementari certezze che possono far ritrovare il rapporto con gli altri mediante la liberazione dal conformismo. L’indagine di Moravia si articola sul piano psicologico, sociologico, etico. Moravia percepisce la problematicità della realtà e persegue la demistificazione delle contraddizioni celate da atteggiamenti speciosi, da convenzioni, da ipocrisie che falsificano i rapporti umani. L’indagine sociale, negli “indifferenti” rivela l’involuzione dei principi che giustificarono storicamente l’egemonia borghese. L’iniziativa e le capacità individuali sono degenerate nel culto del successo, dell’apparenza, della prevaricazione. Sesso e denaro sono gli stimoli dell’egocentrismo, mentre i valori più elevati sono sistematicamente elusi con giustificazioni pretestuose. La ricerca egoistica del piacere e del potere è l’unico scopo, destinato a perpetuarsi all’infinito restando sempre inappagato in una banalizzazione dell’esistenza e dello spirito. Il realismo di Moravia coniuga acuta analisi psicologica e minuziosa descrizione ambientale che visualizza l’interiorità del personaggio che quindi si manifesta non con teatrali prese di coscienza, bensì con movimenti ed atteggiamenti quasi istintivi, che restano a livello del subconscio. La realtà si sfalda nell’irrealtà di getti meccanici e consunti dal conformismo e dall’abitudine. La scelta, più o meno inconscia, dell’indifferenza è un cammino dalla coscienza all’incoscienza, al rifiuto di pensare, al lasciarsi vivere.
La vicenda narrata si concentra su pochi personaggi ed ha come ambientazione principale il salone di casa Ardengo.

Ritratto della disgregazione di una famiglia borghese, Gli indifferenti è un romanzo scandaloso perché contraddice i valori marziali ed eroici propagandati dal regime fascista. Si tratta di un romanzo "decadente", i cui protagonisti non brillano per irreprensibili qualità morali.

Per questi motivi il libro di Moravia fu sottoposto a censura dal regime.

Mentre gli adulti  condividono esteriormente  i valori tradizionali, si manifestano al contrario nei fatti, ipocriti, interessati, mossi da appetiti elementari, egoisti, illusi. Personaggi dunque quasi ripugnanti.


Leo è un uomo con un forte senso di realtà, calato nell'azione e nella vita pratica, ma è anche un seduttore, un volgare mistificatore, capace di speculare sui guai economici della famiglia Ardengo, interessato esclusivamente ai soldi e al sesso. Non ha una vita  interiore, un saldo codice morale che ne indirizzi i comportamenti, è soltanto un fascio di desideri, ha un istinto animale che lo guida, è un rapace.

Mariagrazia è un personaggio fatuo, dagli orizzonti culturali assai limitati. È patetica nella sua gelosia e nei suoi sogni di ascesa sociale. Il suo microcosmo mentale è fatto di recriminazioni e di stupide chiacchiere.

Lisa, che aspira all'amore di Michele, non è molto meglio. Donna matura, esperta,  ma ormai sfiorita, sembra interessata soprattutto al piacere; non le riesce di comprendere i turbamenti psicologici del suo acerbo amante.

I giovani ne escono forse meglio. Sono almeno attraversati da un'inquietudine cui non riescono ancora a dare un nome; esprimono disagio, noia, disperazione di fronte a orizzonti esistenziali poco entusiasmanti, al conformismo e all'ipocrisia del mondo adulto. Aspirano a una nuova vita, più sincera e autentica.



"È inutile" si ripeteva toccando con le dita incerte i bordi della finestra, "è inutile... questa non è la mia vita".

Carla è una bella ragazza, amorale e sensuale, impaziente e confusa. È ossessionata dal bisogno di cambiare vita, di uscire dal soffocante e mefitico clima familiare. Cerca di farlo attraverso il suo corpo, la sua sensualità, ma si accorge che è tutto inutile. Il fallimento la convince all'acquiescenza verso i valori borghesi correnti.

Michele è il vero "indifferente" del romanzo. La sua volontà è minata alla radice da un'apatia profonda, dalla noia, dalla disperazione. Michele si osserva agire, non è convinto di alcunché. È un non -persuaso che si ripiega su se stesso in uno sconsolato oblomovismo1; è un uomo superfluo, abitato dal senso di vuoto.

Per lui, gesti, parole, sentimenti, tutto era un gioco vano di finzioni.



(...) Come sempre sarebbe ricaduto in quella mentale indifferenza che gli impediva di agire e di vivere come tutti gli uomini.

(...) "E in fin dei conti" pensò "tutto mi è indifferente".

La prosa di Moravia è, in questo che è il suo romanzo più importante, asciutta, essenziale, fredda e analitica.

Di certo Gli indifferenti anticipano i temi esistenzialisti sviluppati da Jean Paul Sartre ne La nausea.

Valentino Sossella
Ricordando la genesi de Gli indifferenti, il suo primo romanzo, pubblicato nel 1929, Moravia ha più volte affermato che alla base del suo progetto c’era la volontà di recuperare in sede narrativa la compattezza della tragedia, ponendo al centro dell’opera un nodo drammatico che ne occupasse l’orizzonte nella sua totalità (Cfr. A. Moravia, Gli italiani non sono cambiati, «L’Espresso», 2 agosto 1959: «Volevo scrivere un lungo racconto che avesse una struttura teatrale con unità di tempo, di luogo e con pochissimi personaggi. La mia ambizione era di scrivere una tragedia, invece ne venne fuori un romanzo»; Cfr. E. Siciliano, Milano 1971, p. 39: «Se avevo un’idea di cui andavo in cerca al tempo de Gli indifferenti era un’idea o una fissazione stilistica: fare uso della tecnica teatrale nel romanzo»). In effetti, soluzioni e scansioni tipicamente drammaturgiche sono evidenti fin dalle parole d’esordio del primo capitolo («Entrò Carla», come se si fosse appena alzato il sipario), influenzando gli elementi basilari della struttura romanzesca. La vicenda, infatti, si svolge in un arco di tempo quanto mai unitario- quarantotto ore disaminate quasi senza soluzione di continuità- dipanandosi pressoché interamente nell’ambito di tre distinti «interni» borghesi, che di capitolo in capitolo si succedono e ritornano esattamente come le scene di un dramma. La struttura de Gli Indifferenti è interamente basata sulle interrelazioni di cinque soli caratteri drammatici, dei quali fin dal terzo capitolo il lettore è in grado di individuare le psicologie, nonché di ricostruire correttamente i reciproci rapporti.

La prima prova di Moravia, che conserva intatti alcuni schemi narrativi del romanzo tradizionale, non è esente da limiti, quali l’esposizione cronologica dei fatti, la consistenza degli sfondi che fanno da cornice alle vicende, o l’intreccio degli avvenimenti, realisticamente concepiti come sottofondo consequenziale all’analisi psicologica dei personaggi.

Tuttavia ne Gli indifferenti c’è un motivo nuovo che in altri romanzi del tempo o appena precedenti (come Il podere di Tozzi, Rubè di Borgese e la Velia di Cicognani) non era stato delineato con altrettanta efficacia: l’analisi e la rappresentazione acre dell’ambiente borghese, visto nella sua crisi di trapasso da un’epoca all’altra, seguito da Moravia con dovizia di esemplificazioni, fino a trarne una visione esistenzialistica, contraddistinta dalla sua «indifferenza». Tale indifferenza si traduce in inerzia morale, incapacità a vivere la vita, superficialità con cui la società borghese si pone di fronte ai problemi dell’esistenza, ai valori più profondi e genuini dell’uomo. I personaggi del primo romanzo moraviano sono dunque colpiti da questa malattia morale, da una sorta di «debolezza della volontà» e versano in una condizione di annientamento, di perdizione, di disfatta, atta a far ritrovare nella distruzione di ogni valore, o nel male – toccato nelle sue pieghe più riposte – il senso acuto dell’esistenza.
L’esile vicenda, schematicamente tracciata, non è determinante per comprendere appieno gli intenti del primo romanzo moraviano, impostato quasi esclusivamente sul tratteggio psicologico dei cinque personaggi e delle loro reazioni in un mondo che sta scivolando interamente sulla china della più profonda dissoluzione. Proprio seguendo tali reazioni si potrà giungere al centro della crisi, assunta da Moravia come segno di decadenza, come prova di un trapasso da un secolo all’altro, colmo di malessere e di tragica impotenza.

Carla avverte che il vecchio mondo puro e intatto dell’infanzia è ormai sepolto nella sua anima come una cosa lontana e intoccabile. Un nuovo atteggiamento occorre per affrontare l’incerta dimensione del vivere quotidiano, sorretto da valori fittizi, improntato al più abietto conformismo: in questo intermedio e transitorio momento un atto di violenza è necessario a rompere le abitudini meschine di una vita piena di noia e tuttavia le sembra «di recitare una parte falsa e ridicola». La ragazza resiste a Leo e alle sue profferte interessate per un senso di vergogna, combattuta tra il desiderio di «rovinare tutto» – e mettere così fine alla provvisorietà del suo stato di apatia – e un senso di paura per le conseguenze di quella violenza sconosciuta. Nonostante ciò, le sembra che questa «avventura familiare» sia il solo epilogo degno di inaugurare la sua nuova esistenza, una frattura che rompa e laceri per sempre il vecchio mondo, fatto di immobilità, dominato da una meschina fatalità, pieno di atti e di gesti ripetuti fino alla nausea, in cui le stesse parole, i discorsi e le scene di gelosia tra la madre e Leo appaiono consunti e angosciosi, perché già in anticipo previsti, già esperimentati nella loro falsità in mille modi e occasioni diverse.

Nell’identica situazione psicologica – forse con più netta coscienza e volontà di riscattarsi della sorella – si trova Michele, anche lui oscillante tra una vanità subdola e falsa e l’indifferenza, «meschina voragine» in cui sembra al contrario lasciarsi andare, senza combattere, per un gusto fatalistico di soccombere.

Michele reagisce, a volte. Sembra che voglia rompere la crosta della finzione, strappare le maschere a quei volti della sua vita duri, patetici, inespressivi, denudare i propri istinti. La ribellione, però, quando avviene, è tiepida e mite, minata nelle sue più intime intenzioni: la noia, l’indifferenza svuotano ogni azione, anche quella più vera come l’attentato alla vita di Leo, che Michele sente quanto mai necessario per ridare un senso alla propria esistenza. Nell’epilogo della drammatica vicenda, prima di uscire di scena, egli rivela la sua totale abnegazione: la pistola scarica – un atto mancato – mentre Leo, impaurito, sovrasta per l’ultima volta la sua debole volontà.

Michele è vero ai nostri occhi nella misura in cui combatte con una realtà disfatta, quella di Leo, di Mariagrazia e di Lisa, ossia di un mondo che non fa nulla per riscattarsi dalla propria corruzione.

Se Lisa, l’amante respinta, che sogna con Michele un amore puro e romantico, rappresenta un aspetto della decadenza borghese, Mariagrazia ne incarna il risvolto più triste e patetico. La sua è veramente la «commedia» di una società che sta perdendo progressivamente ogni legame con la realtà autentica della vita e si appunta ai gesti, alle parole, agli atteggiamenti più esteriori ed insulsi, per salvarsi dal naufragio. Il suo ruolo è quello di chi si accorge di andare alla deriva, di affondare ogni giorno di più, ma non accenna ad alcuna reazione per impedire il fallimento. Ella sogna, invece, soluzioni impossibili, ricchezze e agi come le sole che permettano di sopravvivere. La paura di Mariagrazia per la povertà è un ribrezzo atavico, la miseria una condizione marginale del mondo, una colpa per chi ci vive in mezzo, un indice di mediocrità che ispira timore. Eccitata da false e ridicole ambizioni, non si accorge del mondo che frana intorno a lei, dell’ira e del disgusto che provoca nei figli con le sue scenate di gelosia, delle intenzioni ambigue di Leo, del suo tradimento con la figlia, delle cadute morali di Michele.

Quello della madre è un personaggio che ritorna con una certa insistenza nella narrativa moraviana ed è esemplare come modello di una figura borghese che ha chiusure vaste e intoccabili relativamente ai pregiudizi di casta. Il carattere di Mariagrazia è indice di una decadenza disfatta e decrepita, quasi volgare nella sua supponenza di prestigio, di superiorità legata a doppio filo con l’idea del possesso materiale e della ricchezza. Per Mariagrazia, Leo è il mondo borghese del decoro sociale, della supremazia dei sentimenti superficiali sulle verità più genuine: è Leo che conta sopra ogni cosa.

In questa prospettiva Leo ci si presenta come la figura più negativa del romanzo moraviano, ma che tuttavia ha un suo fascino interno, una sua funzione narrativa ben precisa nell’economia de Gli Indifferenti. Leo Merumeci è il punto focale di un quadro immobile, un personaggio fatalmente soggiogato dalla sensualità, dal gusto sottile della predominanza, che tiene avvinti a sé – nella vicenda familiare – i destini dei «suoi» pupazzi, li fa muovere ed agire secondo uno schema preordinato, pronto ad adattarsi ad ogni situazione con la furbizia, felice di colpire la propria vittima quando questa gli si inginocchia ai piedi, conquistata dal suo fascino o vinta dalla sua perversità.

Egli insidia Carla nello stesso modo subdolo in cui tenta di impossessarsi della villa Ardengo, con la stessa fatalistica pervicacia con cui mira al nuovo approccio con Lisa, con la stessa sottile perfidia con cui abbandona Mariagrazia per una ben più giovane donna.

Quando cerca di sedurre Carla, Leo è cosciente del dramma intimo della giovane. Ha già subodorato che la ragazza è ormai preda della sua cupidigia: egli la domina come un perfetto stratega, la stupra con sagacia libertina che non lascia respiro. Carla è già nella sua rete. La praticità, l’esperta velocità di esecuzione con cui agisce inquadrano perfettamente la sua sostanza morale.

Leo ha un solo istinto, un solo impulso per volta, e quello segue fino in fondo, pienamente convinto della sua scelta, integrato mirabilmente alla sua vita borghese e ai suoi istituti; sa discriminare razionalmente tra i sentimenti che gli si presentano alla coscienza e asseconda ora l’uno ora l’altro in modo impeccabile, senza interferenze o inibizioni. In Leo si sublimano, quindi, l’ipocrisia, la falsa coscienza e la convenzionalità, aspetto saliente che Carla e Michele tentano appunto di rovesciare, anche se con debole convinzione, ma del quale alla fine restano vittime.

Carla e Michele invidiano Leo, pur disprezzandolo, ma odio e disprezzo si compenetrano in una forma di amore edipico, che ha lontane origini in un padre mancante, sconosciuto: Carla lo desidera inconsciamente, ma solo come illusoria possibilità di riscatto; Michele lo odia e su di lui tenta un’esercitazione ed una prova della sua debole volontà. In Leo, infine, il ragazzo cerca un modello comportamentale che lo scuota e lo tiri fuori dalla sua indifferenza.

L’odio di Michele per Leo è tutto fantasticato, trasportato dal piano reale a quello dell’immaginazione: gli atti violenti e il mancato assassinio attestano tutti l’incapacità del giovane ad odiarlo realmente. Ed insieme all’avversione, Michele prova per Leo una segreta ammirazione che si traduce, sul piano dell’azione e della realtà – e rispetto al suo desiderio di un mondo puro e autentico – in un risibile fallimento.

Le conclusioni del romanzo moraviano stanno ad indicare proprio la pienezza di questa sconfitta ed il trionfo degli individui come Leo, di una società in crisi, ma ancora saldamente legata ai suoi pregiudizi:



«Carla avrebbe sposato Leo… vita in comune, dormire insieme, mangiare insieme, uscire insieme, viaggi, sofferenze, gioie… avrebbero avuto una bella casa, un bell’appartamento in un quartiere elegante della città… qualcheduno entra nel salotto arredato con lusso e buon gusto, è una signora sua amica, ella le viene incontro… prendono il tè insieme, poi escono; la sua macchina le aspetta alla porta; salgono; partono… Ella si sarebbe chiamata signora, signora Merumeci!»…

Michele è avvolto nel suo dubbio, si dibatte inutilmente tra il desiderio di ribellione e i duri aspetti della vita, le sue più consistenti ragioni pratiche, infime manifestazioni di una realtà che egli non può cambiare e che infine accetterà con disgusto, vinto per sempre. Gli rimane un rimpianto: «… un po’ più di fede-dirà- e avrei ucciso Leo… ma ora sarei limpido come una goccia d’acqua».

Mariagrazia, infine, «si era travestita da spagnola» per il ballo in maschera, l’atto finale della «commedia», che vedrà la madre e la figlia – questa nel suo costume da Pierrot bianco – recitare le ultime battute, unite entrambe nella finzione e destinate a riprendere il gioco delle parti, senza fine. (A cura della Redazione Virtuale de «La Libreria di Dora» Milano, 23 febbraio 2001)

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