Alberto Moravia La ciociara




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Alberto Moravia

La ciociara

con un contributo moraviano inedito

a cura di Tonino Tornitore.

I Grandi Tascabili

Opere di Moravia

Copyright 1957

Gruppo Editoriale Fabbri,

Bompiani, Sonzogno, Etas SpA

Quinta edizione "I Grandi Tascabili" agosto 1995

Bompiani


La ciociara è la storia delle avventure di due donne, madre e figlia, al fronte,

tra il '43 e il '44. Ma è anche e soprattutto la descrizione di due atti di

violenza, uno collettivo e l'altro individuale, la guerra e lo stupro. Dopo lo

stupro e dopo la guerra, dopo qualsiasi guerra, un cambiamento radicale è

avvenuto. La ciociara è dunque l'esplorazione di questo cambiamento, il

romanzo della violenza profanatoria della guerra, quella guerra che ancora in

tutto il mondo si combatte.
Nota del curatore

di Tonino Tornitore


Il testo che segue è un contributo moraviano inedito, scritto per

un numero speciale di una di quelle riviste che spuntavano come

funghi appena, scoccato l'8 settembre del 1943, a Roma si tornò a

respirare aria di libertà. "Mercurio" (è il nome di questa bella

rivista, diretta da Alba De Cespedes, le cui pagine ospitarono in

quegli anni racconti come, per esempio, Il muro di Sartre) preparò

per il dicembre del 1944 un numero speciale, in cui raccolse una

cinquantina di interventi di vari autori. Ognuno, spesso dietro

pseudonimo, perché ancora impegnato clandestinamente nella

Resistenza, raccontava a tutti, "idealmente raccolti intorno a un

camino per il Capodanno" del 1944, una sua esperienza

postarmistiziale. Moravia descrive appunto i suoi nove mesi di

"sfollato" in una capanna di Sant'Agata (nella Ciociara la ribattezza

Sant'Eufemia) presso Fondi in Ciociaria, trascorsi insieme alla

moglie, Elsa Morante, dal settembre 1943 al 21 maggio 1944. E' vero

che questo periodo Moravia l'ha raccontato spesso in seguito, e

recentemente, con dovizia di particolari, nella Vita di Moravia

(Milano, Bompiani, 1990, pp' 140-50); ma il pregio di queste pagine è

duplice: sono inedite e, essenzialmente, come si suol dire, sono

scritte "a caldo". E' un resoconto scabro, non falsato dalla luce un

po' mitizzante del ricordo, ed è stato scritto anteriormente alla

Romana, dove aveva appunto riversato le terribili esperienze di quei

mesi: bombardamenti, retate, fame, disperazione, stupri... "La sola

cosa che vorrei esprimere e che non ho detto nella Ciociara è che

questa attesa delle truppe alleate, questo vivere sempre all'aperto

immersi nella natura, questa solitudine formavano intorno a me

un'atmosfera insieme disperata e piena di speranza che non ho mai più

ritrovato da allora. O meglio sì, l'avevo provata in un altro momento

estremo della mia vita, durante gli anni del sanatorio. Anche lì

avevo aspettato qualche cosa in condizioni di sofferenza. E questo

qualche cosa che aspettavo era in fondo la stessa cosa, allora come

adesso. La fine di una condizione malsana e dolorosa, il ritorno alla

normalità" (Vita di Moravia, p' 143).

Infatti La ciociara non fu scritta subito dopo esser tornato a

Roma, ma, per così dire, in due fasi: "Poco dopo aver scritto La

romana nel 1947, pensai di scrivere un romanzo che avesse come tema

la guerra e come vicenda quella che avevo vissuto insieme ad Elsa

Morante. Inventai il personaggio di Cesira e buttai giù, credo, circa

ottanta pagine, ma poi mi fermai perché non mi pareva di avere ancora

abbastanza distanza, diciamo così, di contemplazione dagli eventi che

volevo narrare. Così misi nel cassetto le ottanta pagine e scrissi

invece La disubbidienza, Il disprezzo, Il conformista e molti

racconti". In un periodo di crisi ispirativa e di rifiuto della

narrativa in blocco, "ripresi allora le ottanta pagine e finii il

romanzo, che poi intitolai La ciociara. Con La ciociara, senza

rendermene conto, diedi un addio definitivo al mito nazionalpopolare

che mi aveva fatto scrivere La romana e Racconti romani" (Vita di

Moravia pp' 192-3).

La ciociara è forse l'unico caso di un romanzo moraviano interrotto

e ripreso a distanza di così tanti anni; e, per molto tempo (fino

alla Storia della Morante [1974], altro romanzo uscito

dall'esperienza di quei mesi trascorsi in una capanna di montagna),

fu l'unica testimonianza letteraria della tragedia italiana dopo la

disfatta.



Tonino Tornitore
Vita nella stalla

di Alberto Moravia

L'otto settembre mi colse del tutto impreparato. Avevo ragioni fondate di

credere che i fascisti mi avrebbero arrestato (e infatti poi vennero parecchie

volte a cercarmi a casa mia) e non sapevo dove nascondermi. Alla fine decisi

di andarmene più a sud che fosse possibile nella speranza di passare il

fronte o almeno di incontrarmi con l'avanzata alleata.

Se fossi andato dalla parte dell'Abruzzo, come fecero tanti altri, avrei

passato il fronte con relativa facilità. Sfortuna volle che mi dirigessi verso

Napoli per la ferrovia lungo il mare. Giunto a Fondi che era il termine della

ferrovia, da persone che conoscevo in quella città fui persuaso a rimanere in

attesa dell'avanzata alleata che tutti consideravano sicura. Mi sono poi

pentito moltissimo di non aver continuato con mezzi di fortuna almeno fino al

Volturno, cosa allora abbastanza facile; ma dopo la campagna di Sicilia, così

rapida, era impossibile prevedere che la guerra si sarebbe fermata su quel

fiume per tanti mesi. Andai ad abitare presso dei contadini non lontano dalla

città. Ebbi modo in quell'occasione di conoscere a mie spese la mitomania

che interviene dovunque vengano a mancare i giornali e gli altri ordinari

mezzi di informazione. Gli alleati, secondo le voci correnti, dovevano arrivare

ogni giorno; intanto però non arrivavano che i tedeschi e un bel giorno

tornarono anche i fascisti che proclamarono la repubblica sociale e appesero

alla finestra del fascio locale un loro bandierone nero. Io avevo allora più che

odio dei fascisti, quasi una fobia della loro apparenza fisica: di quelle camicie

nere, di quei gesti, di quelle grinte, di tutto quell'insopportabile armamentario

che avevo subìto per vent'anni senza mai riuscire ad avvezzarmi. Un po' per

questa fobia, un po' perché i tedeschi andavano in giro prendendo quanti

uomini trovavano per i loro lavori di fortificazione, un mattino lasciai la casa in

pianura e caricato sopra un asino quel po' di roba che avevo portata da

Roma me ne andai verso la montagna.

Si salì per tre ore per certi sentieri sassosi più simili a letti prosciugati di

torrenti che a viottoli, tra le macchie e i massi erratici, in un paesaggio bello e

selvatico; alla fine della salita trovammo una specie di gola solitaria con due

o tre casette inerpicate sul pendio, sotto la cresta rupestre della montagna.

Queste casette a ridosso della china sorvegliavano le coltivazioni a terrazza

che i contadini strappano alla montagna dissodando le macchie e le sassaie.

Incontrai uno di questi contadini, gli chiesi ospitalità, non aveva che una

piccola stalla addossata alla sua casa e l'accettai. Credevo di avere a

passare pochi giorni in quella stalla. Ci trascorsi nove mesi.

Il mio soggiorno a Sant'Agata, ché così si chiamava quella località, si può

dividere in tre periodi: il primo quando si sperava ancora di essere liberati

dall'avanzata alleata, da settembre a gennaio; il secondo, quando si sperava

di essere liberati dallo sbarco di Anzio, da gennaio a marzo; il terzo quando

non si sperava più nulla e si faceva conto di passare un secondo inverno lì o

altrove, sotto i tedeschi. Nel primo periodo, per circa un mese dovetti alzarmi

ogni mattina alle cinque e correre in cima alla montagna per sfuggire alle

requisizioni dei tedeschi. Queste passeggiate erano molto belle: si saliva

dapprima tra la macchia, contornando certe rupi gigantesche, poi attraverso

una pietraia bianca tutta sparsa di quercie, finalmente si raggiungevano i

piccoli prati verdi e freschi che tappezzavano la cima del monte. Di lassù si

vedevano tutt'intorno gole e forre profonde e più lontano i monti già nevosi

della Ciociaria. A sud scintillava il mare che non mi parve mai così libero

come allora. E quante volte guardando al profilo dell'Isola di Ponza occupata

dagli alleati fantasticai di imbarcarmi e raggiungerla a qualsiasi costo. Quei

luoghi erano rimasti quali li aveva conosciuti il leggendario pastore di Fondi

quando vi si era rifugiato dopo il suo delitto; luoghi vergini, solitarii, maestosi,

pieni di grotte, di rupi, di boscaglie, di macchie, di anfratti; luoghi proprio da

briganti e da fuggiaschi. Io restava lassù molte ore senza far nulla, poiché

non avevo libri; e verso l'imbrunire scendevo alla mia stalla.

Poi vennero le piogge, non come sogliono in Italia, ma come in un paese

tropicale. Un diluvio che cominciò alla fine di ottobre e durò fino a

capodanno. Debbo ora descrivere la stalla in cui vivevo insieme con mia

moglie. In piedi quasi si toccava il soffitto, i muri erano sporchi e pieni di

ragnatele, in terra c'era il fango, la mobilia comprendeva un letto di assi con

sopra un sacco pieno di paglia, un tavolo e, purtroppo, un telaio di tipo

medievale il cui fracasso, nei giorni piovosi, ci teneva compagnia da otto a

dieci ore di seguito. Di seggiole non ce n'era che una, da bambini, e questo

perché i contadini che consideravano le seggiole suppellettili di lusso da

adoperare soltanto in occasioni straordinarie, le tenevano appese al soffitto e

a nessun patto ce le vollero dare. Mia moglie sedeva su quella bassa

seggiolina e io stavo disteso sul letto. In questo modo abbiamo passato mesi

interi, senza far nulla, a guardare la pioggia che scrosciava di fuori e formava

una nebbia liquida che impediva la vista. La sola occupazione era cucinare,

ma era un'occupazione assai ingrata perché non c'erano né fornelli né cucina

e bisognava cuocere la roba sopra un tripode posato in terra, in una buia e

puzzolente capanna. Ci voleva sempre una gran fatica per accendere la

legna verde e bagnata e, una volta accesa, ne veniva fuori un tale fumo che

in quella capanna persino i gatti avevano gli occhi perennemente lagrimosi.

Eppure, nonostante il fumo, il buio, il fango e la sporcizia, nei giorni di pioggia

la capanna era sempre piena di gente accoccolata alla maniera africana su

ciocchi di legno, intorno il fuoco. Le donne filavano, gli uomini si

rappezzavano le ciocie, i bambini urlavano e piangevano e io, inginocchiato

in terra, soffiavo nel fuoco che minacciava continuamente di spegnersi. Era

la prima volta che vivevo in una capanna e ricordandomi di aver letto in nostri

scrittori provinciali descrizioni addirittura poetiche di una tale vita, mi

meravigliavo che avessero potuto farlo. Evidentemente le capanne le

avevano viste da lontano, pittoresche senza dubbio con il loro tetto di paglia

che scende fin quasi a terra. Ma debbo riconoscere che quei contadini nella

capanna si trovavano benissimo e si stupivano quando io ne lamentavo gli

inconvenienti.

In gennaio il vento di scirocco cadde, soffiò la tramontana spazzando via le

nubi e in un gran freddo, sotto un cielo gelato e azzurro si seppe dello sbarco

di Anzio. Grandi speranze furono formulate che svanirono ben presto appena

si scoprì che lo sbarco si era fermato. Incominciarono i mesi più duri. La

gente, nella speranza ingenua di un pronto arrivo degli alleati, aveva

stupidamente sciupato le provviste e la poca roba che restava costava

carissima. I bombardamenti, d'altra parte, cominciarono a farsi frequenti.

Quasi ogni giorno vedevamo dieci, venti aeroplani apparire dietro le

montagne, avventarsi sopra Fondi e poi gettarsi a picco uno dopo l'altro. La

pianura rintronava di esplosioni, i campi si punteggiavano di fiocchi di fumo

nero, si scorgevano distintamente nella città le case saltate in aria tra lingue

di fuoco e volute di fumo. I tedeschi dal canto loro tormentavano

continuamente la popolazione con requisizioni d'uomini e depredazioni. In

montagna ci venivano di rado, ma quelle poche volte tutti correvano a

nascondere tra le roccie o nella macchia il sacco di farina, il lardo, la treccia

di cipolle. I contadini si avvertivano a vicenda dell'arrivo dei tedeschi con una

parola che gridavano da un poggio all'altro: malaria. Gli austriaci erano i

meglio e non nascondevano il loro desiderio che la guerra finisse al più

presto. Gli altri ripetevano il solito ritornello che l'Italia aveva tradito e che gli

italiani erano tutti dei traditori.

Tutti questi mesi furono passati a cercare roba da mangiare e a discutere la

situazione militare. C'erano lassù oltre i contadini, molta gente scappata da

Fondi, quasi tutti negozianti. Debbo dire che se avessi dovuto giudicare la

maturità politica del popolo italiano da quel piccolo mondo, avrei dovuto

disperare. I contadini, tutti analfabeti, non sapevano neppure che cosa

fossero il nazismo, il fascismo, la Germania o l'Inghilterra; gli altri ne

sapevano poco di più e non pensavano che a conservarsi. In nove mesi non

sentii parlare neppure una sola volta dell'Italia e della catastrofe dell'Italia.

Tutto questo era scusabile date le terribili condizioni in cui vivevano quelle

persone ammassate in capanne e in tugurii; ma, purtroppo, si sentiva che

neanche in condizioni migliori la loro mente si sarebbe mai levata al disopra

delle materialità più immediate del vivere quotidiano. Molte volte sentii dire:

venga il tedesco, venga l'inglese, venga chi vuole purché si possa tornare a

casa. Questo però era un discorso dettato dalla disperazione. In generale i

tedeschi erano odiati e gli alleati aspettati con ansia.

Ma i motivi politici e patriottici non c'entravano, si trattava sempre di

preferenze ispirate dal tornaconto e da altre considerazioni strettamente

locali e personali.

In aprile cominciò la fame. La montagna si era fatta bella in quell'aria mite e

poetica, con grandi fioriture tremolanti di mandorli, di peri e di peschi, e

campi di grano di un verde tenero alternati a campi di lino celesti. Ma sotto

quella bellezza fiorita si nascondeva la penuria anzi l'assenza completa di

frutta, di verdura, di tuberi edibili, di cose insomma da mangiare. Tutti

andavano per la montagna a raccogliere erbe commestibili e io con loro.

Queste erbe si chiamavano nel linguaggio locale erba santamaria, crispigno,

caccialepre, quaiozza, pisciacane, ognuno ne faceva un gran fascio che

dopo la cottura si riduceva a due o tre pallottole verdi. Chi aveva grassi ci

aggiungeva un po' di strutto o di olio; i più le divoravano senza condimenti.

La gente si guardava con sospetto, gli sforniti invidiavano i provvisti,

avvenivano furti e sparizioni, alcune famiglie avevano facce incavate, pallori

verdi, pancie gonfie, membra scheletrite. Quando giunsero gli americani già

si parlava di formare delle bande al fine di requisire la poca roba che restava.

La liberazione ci risparmiò, dopo tante sofferenze, anche quella di assistere

ad una specie di brigantaggio organizzato.

Gli americani si fecero precedere da un terribile fuoco di artiglieria. I proiettili

fischiavano sulle nostre teste, i tedeschi rispondevano con i mortai e non di

rado le granate esplodevano nella montagna. Finalmente, il ventun maggio, i

tedeschi se ne andarono e giunsero le prime pattuglie alleate. Sei tedeschi

fuggiaschi, laceri e affamati, si lasciarono di buon grado disarmare da me e

dai contadini. Uno di loro piangeva, gli altri parevano contenti. Discesi a valle

e trovai lo spettacolo diventato poi così comune: i soldati americani con le

loro armi, i loro infiniti camion, le loro scatole e le loro sigarette e, intorno,

torme di italiani cenciosi, affamati, ammirati che li interpellavano, gli

chiedevano roba da mangiare, li applaudivano. Andai a Fondi e trovai fame,

macerie e stracci.

Cominciava una nuova vita.
Cronologia

di Eileen Romano


1907

Alberto Pincherle nasce a Roma il 28 novembre in via Sgambati. Il padre,

Carlo Pincherle Moravia, architetto e pittore, era di famiglia veneziana. La

madre, Gina de Marsanich, di Ancona. La famiglia aveva già due figlie,

Adriana e Elena. Nel 1914 nascerà un altro figlio, Gastone, il quale morirà a

Tobruk nel 1941. Alberto Pincherle "ebbe una prima infanzia normale benché

solitaria".
1916-1925

All'età di nove anni si ammala di tubercolosi ossea, malattia che gli dura,

con alternative di illusorie guarigioni e di ricadute, fino ai sedici anni. Moravia

parlando di questa malattia disse "che è stato il fatto più importante della mia

vita". Passa cinque anni a letto: i primi tre a casa (1921-1923), gli ultimi due

(1924-1925) nel sanatorio Codivilla di Cortina d'Ampezzo. Durante questo

periodo i suoi studi sono irregolari, quasi sempre a casa. Frequenta, un anno

soltanto, a Roma, il ginnasio "Tasso"; più tardi vi ottiene "a mala pena" la

licenza ginnasiale, "solo mio titolo di studio". Per compensare l'irregolarità

degli studi, legge molto. Al sanatorio Codivilla si abbona al Gabinetto

Vieusseux di Firenze. "Ricevevo un pacco di libri ogni settimana e leggevo in

media un libro ogni due giorni." In quel periodo scrive versi, in francese e in

italiano, che definirà bruttissimi, e studia con ostinazione il tedesco. L'inglese

lo sapeva già.



1925-1929

Nel 1925, definitivamente guarito, lascia il sanatorio Codivilla e si trasferisce

a Bressanone, in provincia di Bolzano, in convalescenza. A causa di un

apparecchio ortopedico che porta per alcuni anni cammina con le grucce.

Legge molto: prima del sanatorio aveva già letto Dostoevskij, Delitto e

castigo e L'idiota (che gli erano stati regalati da Andrea Caffi), Goldoni,

Manzoni,Shakespeare, Molière, Ariosto, Dante. Dopo il soggiorno in

sanatorio, legge Una stagione all'inferno di Rimbaud, Kafka, Proust, i

surrealisti francesi, Freud e l'Ulisse di Joyce, in inglese.

Nell'autunno del 1925 cessa del tutto di comporre versi e inizia la stesura de

Gli indifferenti. Si dedica al futuro romanzo per tre anni, dal 1925 al 1928,

essendo "ormai troppo indietro per continuare gli studi". La salute ancora

fragile lo porta a vivere in montagna passando da un luogo all'altro, sempre

in albergo.

Nel 1926 incontra Corrado Alvaro che lo presenta a Bontempelli. Nel 1927

pubblica la prima novella, Cortigiana stanca nella rivista "900" che

Bontempelli aveva fondato un anno prima. La novella uscì in francese con il

titolo Lassitude de courtisane, perché la rivista veniva allora stampata in

edizione bilingue italiana e francese.

1929

Gli indifferenti dovevano uscire presso l'editore della rivista "900": "I

novecentisti (Marcello Gallian, Aldo Bizzarri, Pietro Solari, Paola Masino,

Margherita Sarfatti) si erano impegnati con Bontempelli a scrivere ciascuno

un romanzo. Ma il solo che scrisse il romanzo fui io. Però l'editore di "900"

che avrebbe dovuto pubblicare i nostri romanzi, rifiutò il mio, dopo averlo

letto, con la motivazione poco lusinghiera che era una "nebbia di parole"".

Moravia parte per Milano per portare il romanzo a Cesare Giardini, allora

direttore della casa editrice Alpes (il cui presidente era Arnaldo Mussolini).

Pensando a una risposta in breve tempo, soggiorna a Stresa sul Lago

Maggiore per un mese. Poi non avendo ricevuto risposta torna a Roma. Lì

dopo sei mesi riceve una lettera "entusiasta" di Giardini, seguita poco dopo

da una richiesta di pagare le spese dell'edizione: "non è possibile - scriveva

Giardini - presentare in consiglio d'amministrazione un autore completamente

ignoto". Moravia si fa prestare 5000 lire dal padre e fa uscire il romanzo nel

luglio del 1929.

Il libro ebbe molto successo: la prima edizione di 1300 copie fu esaurita in

poche settimane e fu seguita da altre quattro fra il 1929 e il 1933. Il libro poi

venne ripreso dalla casa editrice Corbaccio dell'editore Dall'Oglio che ne

pubblicò 5000 copie.

La critica reagì in modi diversi: Borgese, Pancrazi, Solmi furono molto

favorevoli; Margherita Sarfatti sul "Popolo d'Italia" recensì il libro con grande

simpatia, pur avanzando delle riserve d'ordine morale che accomunarono

tutti coloro che si occuparono del libro.

Sempre nel 1929 s'intensificano le sue collaborazioni su riviste: Libero De

Libero gli chiede di scrivere per "Interplanetario". Moravia vi pubblicherà

alcuni racconti tra cui Villa Mercedes e un brano de Gli indifferenti che era

stato omesso al momento della pubblicazione del volume e che s'intitola

Cinque sogni.

1930-1935

Continua a scrivere novelle: Inverno di malato è pubblicata nel 1930 su

"Pegaso", rivista diretta da Ojetti.

Incomincia a viaggiare e a scrivere articoli di viaggio su vari giornali: per "La

Stampa", allora diretta da Curzio Malaparte, va in Inghilterra dove incontra

Lytton Strachey, E.M. Forster, H.G. Wells, Yeats. Fra il 1930 e il 1935

soggiorna a Parigi e a Londra. "Frequentavo sporadicamente a Versailles il

salotto letterario della principessa di Bassiano, cugina di T.S. Eliot, allora

editrice della rivista "Commerce", più tardi, a Roma, di "Botteghe oscure". Mi

era stata presentata dal mio amico Andrea Caffi. Nel salotto incontravo

Fargue, Giono, Valéry e tutto il gruppo destinato a chiamarsi "Art 1926"."

I suoi rapporti con il fascismo peggiorano. Nel 1933 Moravia fonda con

Pannunzio la rivista "Caratteri" (ne usciranno quattro numeri). "Feci

collaborare molti scrittori poi divenuti noti tra i quali Landolfi e Delfini." Nello

stesso anno insieme con Pannunzio fonda la rivista "Oggi", destinata

attraverso vari passaggi a divenire l'attuale testata omonima.

Nel 1935 escono Le ambizioni sbagliate, un libro al quale lavorava da ben

sette anni: "in questo romanzo c'erano senz'altro cose sentite e autentiche

ma in complesso vi mancava il carattere spontaneo e necessario che

avevano avuto Gli indifferenti". E infatti il libro, oltre a non avere successo,

venne ignorato dalla critica per ordine del Ministero della Cultura Popolare.

Moravia passa da "La Stampa" alla "Gazzetta del Popolo".



1935-1939

Per allontanarsi da un paese che incomincia a rendergli la vita difficile,

Moravia parte per gli Stati Uniti. E' invitato da Giuseppe Prezzolini alla Casa

Italiana della Cultura della Columbia University di New York. Vi rimane otto

mesi, tenendovi tre conferenze sul romanzo italiano, discutendo di Nievo,

Manzoni, Verga, Fogazzaro e D'Annunzio. Parentesi di un mese in Messico.

Breve ritorno in Italia dove scrive in poco tempo un libro di racconti lunghi

intitolato L'imbroglio. Il libro fu proposto alla Mondadori che lo rifiutò.

Moravia allora incontrò Bompiani e glielo propose. L'editore si consultò con

Paola Masino che fu favorevole alla pubblicazione. Iniziò così una

collaborazione praticamente ininterrotta con la casa editrice milanese.

Nel 1936 parte in nave per la Cina (vi rimarrà due mesi). Compra a Pechino

The Waste Land di Eliot. Cerca di avere un visto per la Siberia e Mosca ma

non l'ottiene.

Nel 1937 vengono assassinati in Francia Nello e Carlo Rosselli, cugini di

Moravia. Nel 1938 parte per la Grecia dove rimarrà sei mesi. Incontra

saltuariamente Indro Montanelli.

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